Alfabeto ESPERIMENTI LETTERARI

Alfabeto – Parte II – M come Migliorare

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Noise
Scritto da Noise

Se quella che sta per cominciare fosse semplicemente una storia, sarebbe semplice spiegare di cosa si tratta. Ma questo è un viaggio da una costa all’altra attraverso le 21 lettere dell’alfabeto. Un viaggio diviso in tre parti, ogni parte “conta” sette lettere.

In fin dei conti è uno schema, un adattamento a uno stile di vita: la paura di non riuscire più a mettere un piede dopo l’altro.

Alfabeto

Parte II – Arrivo

M come Migliorare

Così ci guardiamo meglio.” Disse Ginevra stendendosi sul letto, io la imitai placidamente e così ci ritrovammo uno di fronte all’altra.

Io le accarezzai la gamba, indossava un paio di calze leggere, morbide al tatto. Lei prese la mia mano e la baciò, sentii un brivido lungo la schiena. Io ritrassi la mano, ma con lentezza perché il peso della sua la tratteneva.

I nostri piedi quasi per volontà propria s’intrecciarono.

Rimanemmo a guardarci negli occhi, a tenerci per mano e con i piedi intrecciati per un tempo indefinito.

All’improvviso la mia mano era dietro la sua schiena, la strinsi forte e la avvicinai a me. Quella notte, in una delle stanze del castello che da piccolo vedevo alzando la testa verso il cielo, feci l’amore con un’altra donna dopo Felicita. Il mattino dopo mi svegliai prima di lei, la guardai dormire e capii che era stata madre: nel sonno si tolse le lenzuola di dosso e notai che sulla pancia nuda aveva una cicatrice.

Smettila, mi fai il solletico.”

Disse Ginevra che si era appena svegliata, mi girai verso di lei, sorrideva ed io la bacia leggermente, solo sulle labbra lasciandole la mano sulla pancia.

Ti interessa la mia cicatrice da madre?”

Pensavo ti fossi operata di appendicite.”

No, è stato un parto cesareo.”

Cosa? Hai avuto un bambino?”

Sì.”

E dov’è adesso?”

A un certo punto mi resi contro che era un pezzo di me che non mi apparteneva e decisi di abbandonarlo. Non sapevo a chi appartenesse quel naso e quella bocca, non riuscivo a riconoscerli come una parte di me.”

In che senso?”

Il padre l’ho conosciuto a una festa in maschera, facemmo sesso senza che nessuno dei due sapesse l’identità dell’altro. Avevo bevuto e forse avevo ingurgitato anche qualcos’altro. Mi divertivano le situazioni di quel tipo, mi lasciavo trasportare. Quando poi rimasi incinta, capii quanto avevo sbagliato a comportarmi così fino a quel momento e come se non bastasse, me ne accorsi troppo tardi di essere incinta. Passai i primi mesi di gestazione a bere e a fumare. Poi quel figlio che mi aveva sorpreso due volte venne alla luce e nacque, stranamente, sano.”

Scusami, ma allora Santiago?”

No, era una femminuccia e poi sarebbe una coincidenza troppo assurda.”

Lei si alzò per andare in bagno, io rimasi a letto. Misi la mano sotto il cuscino e mi si attorcigliò uno dei suoi capelli e in quel momento ebbi la sensazione di sprofondare.

Mi sono trasferito sull’isola anche per cercare di dormire meglio. In città dormivo poco, qui dormo male.” Le dissi quando si stese di nuovo affianco a me.

Hai fatto un incubo di recente?”

Sì, sono su un’autostrada, sono a piedi e le macchine mi ronzano attorno. Un camion appare all’improvviso, c’è mio padre alla guida. Mi investe, mi prende in pieno e dal mio corpo si stacca un braccio, è il destro. Solo che non il mio, è quello di mio padre, lo riconosco dal tatuaggio inciso sopra. Si ferma una macchina, una coppia di uomini grassi è alla guida. Io salgo dietro, mi portano al pronto soccorso. Io non voglio scendere, uno dei due uomini grassi prende dal cruscotto una pistola e mi intima di scendere. Al pronto soccorso una dottoressa bionda mi apre la porta, ha un tumore, vedo le macchie nere che ha per il corpo. Anche lei ha una pistola.”

Le raccontai l’incubo che avevo appena vissuto tutto in un fiato.

È stato brutto?”

Molto.”

Avevo poco più di dieci anni quando lui fece un incidente. In città, ogni tanto io e mio fratello stavamo da alcuni zii.”

È la prima volta che mi racconti della tua infanzia.” Disse lei dopo un lungo silenzio.

Erano giorni in cui pensavo così spesso a Felicita che quasi ignorai la presenza di Ginevra accanto a me. Era stata lei a trovare il diario di Felicita fra i miei libri e davanti a lei, cominciai a leggerne alcune parti: Luca, mio cognato oggi mi ha telefonato. Mi ha chiesto se io e Bruto vogliamo andare assieme a lui e a quell’incapace di sua moglie. Forse anche lui sa che a breve moriremo tutti. Sì, è così. Per questo motivo ha deciso di prendere l’aereo, così moriamo in famiglia, che carino”.

Ginevra prese il diario e me lo chiuse fra le mani.

Non ti ho mai detto che ti amo. Per il momento però, posso dirti che va tutto bene, anche perché mi manca la forza di innamorarmi ancora e mi dirai tutte le cose che mi hai sempre detto come la vita che è una sola e ricomincerai a pensare che non ti ami.” Ginevra rimase senza fiato dopo avermi detto queste parole.

Che ti prende?”

Sono giorni interi che sei su quel diario.”

Scusami.”

Come se bastasse.”

Sei gelosa?”

E se anche fosse?

Sei gelosa di una morta?”

Sì, perché so che non mi amerai mai così come hai amato lei.”

Ginevra, non ti sembra di esagerare?”

No, sei tu quello che esagera. Invece di buttare quel diario, l’hai portato a casa mia.”

E allora?”

Non lo voglio più vedere.”

E allora non vedrai nemmeno più me.”

Presi uno zaino, mentre ci mettevo dentro qualcosa di mio, arrivò Santiago.

Vai via senza di me?”

Santiago mi aveva stupito facendomi quella domanda, aveva tradito la sua vera età. Santiago aveva tradito la sua vera età, fino a quel momento ogni suo gesto, ogni sua parola sembravano provenire da un adulto rinchiuso nel suo corpo da bambino, aveva una maturità alla quale col tempo mi ero abituato e nel momento in cui parlò come il bambino che realmente era, mi lasciò esterrefatto.

Che fai?”

La valigia”

Perché?”

Torno a casa di mia nonna.”

Perché?”

Perché ne ho voglia.”

Ed io che faccio?”

Non lo so.”

Ginevra lo sa?”

Sì.”

Posso farti una domanda prima che vai via?”

Dimmi.” Con i calzini ancora in mano mi girai verso di lui.

Ti ha interessato più la mia storia o quella che hai letto?”

Non ancora ho finito di leggerla.”

Però hai cominciato e anche a me, mi conosci solo da poco. Non ancora hai deciso se ti interesso più io o un libro?”

Santiago, scusa ma non è il momento.” Gli dissi mentre sistemavo gli ultimi vestiti nello zaino, vidi con la coda dell’occhio che usciva dalla stanza.

Uscii dal cancello sbattendo la porta dietro di me, mi girai che ero già nel cortile vidi Santiago affacciato alla finestra, mi salutò con un cenno della mano. Di notte aveva piovuto e sull’isola l’acqua piovana si era unita a quella marina. L’acqua nelle pozzanghere s’increspava ai movimenti del vento e s’illuminava ai primi raggi del sole che riuscivano a sfuggire alle nuvole. Arrivai davanti a un bar, ma era già chiuso e dovetti aspettare. Non sapevo con precisione che ora era, era presto e avevo bisogno di sentire qualcosa di forte. Vidi le saracinesche alzarsi e immediatamente mi ci fiondai dentro.

Il barista mi guardò di traverso.

Mi dia qualcosa di forte!” Dissi senza troppi complimenti.

Lui indicò una bottiglia alle sue spalle, io annuii e posai le banconote sul bancone. Lui riempì il bicchiere ed io lo tracannai.

Aveva ricominciato a piovere e dopo aver bevuto parecchio, dovetti aspettare che spiovesse sotto la grondaia del bar. Vicino a me c’era un uomo che si accese una sigaretta, lo notai e cominciai a fissarlo.

Di dove sei?” Mi chiese a bruciapelo.

Della città.”

Quanti anni hai?”

Trentanove.”

Che lavoro fai per vivere?”

Scrivo.”

Voi scrittori siete strani, perciò puzzi d’alcool alle otto di mattina.”

Non sono uno scrittore, sono un giornalista.”

Hai figli?”

No.”

Sposato?”

Vedovo…”

Com’è successo?”

Lo guardai negli occhi e notò la mia stanchezza.

Guarda che puoi anche dirmi di farmi i fatti miei.”

Sarei scostumato poi. Un incidente. Un camion l’ha investita davanti ai miei occhi.” Conclusi aspirando teatralmente.

Io ho un figlio, vent’anni. Ma non vuole fare niente ed io non so più cosa fare con lui.” Quell’uomo era ancora più stanco di me.

Ma cosa fa?”

Studia, per modo di dire, in una specie di istituto. Ha recuperato ora quattro anni ma oggi se non hai un diploma cosa fai? Ho dovuto sempre lottare per i diplomi, prima con mio padre per il mio e ora con mio figlio per il suo.”

Non seppi cosa rispondere e mi rinchiusi nel mio silenzio.

Che cosa aspetti?” Chiese l’uomo spezzando il silenzio.

Che spiova. E tu?”

L’autobus.”

Capisco.”

Non accenna a spiovere.”

Eh no.”

Non riesco proprio a capire perché mio figlio non voglia fare nulla nella vita.”

Forse non lo sa ancora.”

E quando lo saprà? Sono stanco di lottare e di pagare. Tuo padre invece ha avuto problemi col tuo diploma?”

Mio padre non mi ha mai visto diplomarmi, è morto prima.”

Mi guardò mortificato e capii subito che doveva rimediare.

È successo più di vent’anni fa. Un altro incidente, un’altra macchina è stata la sua tomba, assieme a mia madre.”

Lo anticipai.

Lo prendiamo un caffè? Mi chiese l’uomo entrando nel bar.”

Grazie per la chiacchierata e per la sigaretta, ma ora devo andare.”

Stavo meglio o almeno ci volevo credere, avevo bevuto e mi aggrappavo per l’isola come un reietto.

Prima mi chiedevano sempre il perché delle mie azioni, con domande del tipo: “Perché vai in giro sotto la pioggia senza ombrello?” rispondevo alzando le spalle biascicando un laconico: perché mi va.

Quando non ci fu più nessuno pronto ad assillarmi con quelle domande a cui non sapevo cosa rispondere mi mancavano quelle stesse domande che reputavo assurde.

Quell’uomo di cui ignoravo il nome già aveva fatto tanto per me, non potevo accettare anche un caffè.

Com’è strana la pioggia, sembra che sotto il suo effetto, il mondo si fermi. Ha un ritmo monotono, tediante. Una calma piatta, niente di nuovo. Quanta gente s’incontra sotto la pioggia. Come quell’uomo col quale mi sono detto parecchio senza nemmeno presentarci. Quella pioggia fu un toccasana, stemperò la mia rabbia. Sentivo il fuoco dell’alcool riscaldarmi, ma non del tutto, il freddo che sentivo dentro era troppo forte. M’incamminai verso la casa di mia nonna, quella salita non mi era mai sembrata così forte. Forse era il senso di colpa o il mio organismo che mi faceva pentire di aver fatto colazione con alcool e biscotti o semplicemente il fatto che mi stavo abituando alla vita sedentaria.

Davanti alla porta di casa trovai un gatto che aveva qualcosa di strano in bocca, sentii una scia fredda per tutto il corpo, che mi bloccò ogni arto.

La sua preda era un uccellino, era stato il suo verso soffocato a paralizzarmi. Tolsi l’uccellino dalle sue fauci e lo gettai via, immediatamente il gatto gli fu di nuovo sopra. Era la cruda e pura Natura, era il predatore che giocava con la sua preda ed io non potevo fare nulla per bloccare ciò che era già stato messo in moto.

Mi sentii impotente e inutile, l’unica cosa che feci, fu entrare in casa.

Mi spogliai e mi buttai a letto.

Anche se era quasi ora di pranzo, crollai e sognai Felicita che si appoggiò alla mia spalla, la vidi trasformarsi in quell’uccello che non ero riuscito a salvare e poi sentii l’odore del sangue e la sua consistenza sulle dita. Immediatamente Felicita si trasformò nel gatto e mi azzannò al petto. Avrei voluto fuggire da quell’orrore che era diventata Felicita, solo che le gambe non me lo consentivano. L’unica cosa che sapevo di essere in grado di fare era urlare e urlai a squarciagola, urlai con quanta forza avevo nei polmoni. Mi ritrovai a urlare a dorso nudo fra le lenzuola in un bagno di sudore.

Mi alzai massaggiandomi la testa e la gola, sentivo il sangue che avevo appena sognato. Mi cambiai i vestiti, mi lavai la faccia e mi avviai verso il castello.

Bussai al citofono, lei aprì subito senza nemmeno accettarsi che fossi io.

La trovai sulle scale che mi aspettava.

Sei ancora arrabbiato con me?”

Non lo sono mai stato se non nel secondo precedente a quello in cui ho reagito.”

Ho bisogno di te, non sarai mai una conseguenza, una cosa da inserire nella mia giornata e quello stupido diario puoi tenerlo se ti va.”

Lo tengo presente e futuro.”

Ginevra sorrise a quello stupido gioco di parole.

Ma la paura mi blocca sempre. – Continuai. – Tu mi hai tolto dal buio in cui mi hai trovato, senza di te ho paura di ricaderci.”

Io mi fido di te.”

Sì, ma sono io a non fidarmi di me.”

Appunto, impara a fidarti di entrambi.”

Ci sto provando, ma tu aiutami a riuscirci.”

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Clicca qua per il prossimo capitolo: N come Nebbia.

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Sono Noise, il rumore. Sono il battito del cuore e l'affanno del respiro. Sono il ticchettio che ti tiene sveglio la notte. Sono il ronzio che ti perseguita assieme all'afa estiva. Sono il disturbo di frequenza mentre cerchi la tua stazione radio preferita. Sono i tuoi passi che battono sull'asfalto quando vuoi stare da solo. Il rumore ha un colore e una voce, la mia.
Lasciatevi andare alla brezza del mare, perché il rumore delle onde è forte.
Ho una casa o meglio un club e puoi trovarmi là: noisclab@gmail.com

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