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L’abitudine di essere colpiti

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Giulia Fabbretti
Scritto da Giulia Fabbretti

L’abitudine di essere colpiti

 

 

Ettore era un normale impiegato in un ufficio assicurativo, la sua cravatta preferita era di colore verde e la mattina non beveva mai caffè, solo the.

Era un uomo abitudinario il buon Ettore: ogni mattina da quindici anni a questa parte, si svegliava alle sei e quaranta, scendeva dalla parte sinistra del letto, mangiava cinque biscotti insieme ad una tazza di the, si lavava con il bagnoschiuma al miele e una volta vestito con il suo impeccabile completo si dirigeva verso il lavoro.

Alle sette e trenta si fermava all’edicola davanti all’ufficio e comprava il giornale, che sfogliava finché non era ora di entrare al lavoro e timbrare il cartellino.

Compilava le pratiche fino alle cinque e un quarto, timbrava poi l’uscita dopo aver rilegato gli ultimi fogli in una cartellina verde e si dirigeva verso casa. Per strada si fermava a fare la spesa per la cena, scambiava due chiacchiere con il macellaio ed il cassiere, poi, soddisfatto della giornata, tornava casa fischiettando il motivetto orecchiabile che aveva sentito all’interno del supermercato.

Non si lamentava, Ettore, non ne trovava motivo: aveva sempre avuto una vita tranquilla, dei genitori amorevoli, pochi amici, tranquilli come lui.

Si era innamorato una sola volta, almeno pensava, di una ragazzetta senza infamia e senza lode, conosciuta ad una festa di compleanno di un amico: si chiamava Margherita, aveva gli occhi caldi e scuri, le lentiggini le arrivavano fino alle spalle ricoprendole tutto il petto.

Margherita aveva una risata stridula, quando rideva si portava le mani affusolate alla bocca per coprire i denti bianchi, ed Ettore era rimasto colpito da quel gesto meccanico.

Quella sera gli chiese di ballare e lei, più per gentilezza che altro, acconsentì trovando in un qualche modo dolce come un uomo dalle spalle larghe come Ettore si trovasse in imbarazzo nel chiederle una cosa tanto banale come ballare.

Si baciarono due settimane dopo, sulla strada del ritorno per casa, dopo una serata a dir poco disastrosa: il ristorante che aveva scelto Ettore era chiuso, il cibo rimediato all’ultimo si era rivelato cattivo, e tornando alla macchina aveva trovato una multa.

L’aveva baciato lei velocemente, chiedendogli di abbassarsi perché aveva una ciglia sulla guancia e gliela voleva togliere, Ettore rimase sorpreso, ma la strinse per i fianchi e la tenne accanto a se per un po’, avendo paura che si volatizzasse in quel suo vestitino bianco e diventasse nuvola.

Margherita non si lamentava mai, diceva di si a tutto, cercava di non essere un peso per nessuno, soprattutto per Ettore, e così anche lei era diventata un’abitudine nell’abitudinaria vita dell’impiegato: Margherita non faceva rumore, si muoveva da una stanza all’altra come aleggiando, tanto che Ettore si dimenticò presto della sua presenza, prendendola per un pezzo di arredamento, e a Margherita andò bene così per un certo periodo, trovando dolce che Ettore la considerasse una certezza, una base solida su cui potersi appoggiare, ma dopo tre anni cominciò a trovarlo fastidioso.

“Ettore facciamo qualcosa di nuovo, facciamo un viaggio, vediamo cose nuove”

Ed Ettore storceva il naso mentre tagliava le verdure per la cena e bofonchiava qualcosa sui costi, i tempi, il lavoro ed allora Margherita sospirava tra sé e sé, lasciava perdere e continuava a guardare la televisione o a leggere il giornale che Ettore aveva riportato a casa.

L’aveva lasciato dopo due anni di convivenza, senza troppe spiegazioni, almeno secondo Ettore: era uscita di casa trascinando una valigia più grande di lei, borbottando a bassa voce di come non sopportasse più di essere un’ombra di passaggio nella vita di Ettore.

Ed Ettore non aveva capito il perché di quella decisione, non aveva capito Margherita, finché quattro mesi dopo non tornò alla sua vecchia vita, routine di tutti i giorni, non pesandogli la mancanza di quella ragazzetta lentigginosa che, alla fine, si era volatilizzata nel suo vestito bianco.

Aveva smesso di stringerla parecchio tempo fa, ma non gli importava.

Era un bel vivere, quello di Ettore, lui non vedeva pecche in quel quadro dipinto da lui e non era sua intenzione cambiare nulla, anzi era fermamente deciso ad evitare ogni scombussolamento, pericolo o possibilità di un qualcosa di nuovo, sconosciuto.

Ettore si considerava felice e, convinto di questo, fischiettava tornando a casa.

Ancora una volta Ettore si svegliò, scese dalla parte sinistra del letto, mangiò i suoi cinque biscotti intinti nel the e si lavò con il bagnoschiuma al miele. Mise il suo completo, uscì di casa e comprò il giornale, poi si avviò al lavoro.

Era una mattina fresca ed Ettore si sentiva felice: aveva voglia di andare al lavoro, sedersi alla sua scrivania, svolgere le sue solite pratiche, tornare verso casa e fermarsi a parlare con il macellaio, senza dirsi nulla di particolarmente interessante o rilevante, per poi tornare a casa e cucinare la sua cena e finalmente addormentarsi.

Immerso in questi pensieri e pregustando il programma della giornata, Ettore entrando in ufficio ci mise un po’ ad accorgersi della presenza di una persona sconosciuta.

Girata di spalle, mentre teneva una tazza di the in mano, c’era la nuova impiegata che ascoltava parlare il caporeparto, cercando di ricordarsi tutte le nuove direttive. Passando, Ettore le sorrise gentilmente e lei rispose con un timido gesto della mano: aveva la pelle bianca, i capelli stretti in una treccia erano appoggiati su una spalla.

Sembrava fragile, fatta di porcellana, Ettore era convinto di poterla rompere: ripensò tutta la mattinata a quella vena che aveva notato sulla sua mano e come il blu risaltasse sul suo color gesso. Si chiese poi che tipo di the stesse bevendo, curioso dei suoi gusti, domandandosi se erano compatibili con i suoi, ma si trovò a pensare che non gli importava, anche se avesse preferito il caffè al the.

Si fermò al lavoro venti minuti in più, per guardarla finire le pratiche assegnatele, pronto ad aiutarla in caso di bisogno, e la guardò uscire dalla porta a vetri e si chiese che strada facesse per tornare a casa, se venisse al lavoro a piedi e se si sarebbero mai incontrati.

Ettore quella sera tornando verso casa non trovò appagante la chiacchierata con il macellaio ed il cassiere, cucinò sovrappensiero qualcosa per la cena, ma si scordò la pentola sul fuoco, finendo per bruciare il tutto.

Mangiò il mangiabile, ma gli sembrò tutto stranamente sciapo.

Si sedette vicino alla finestra per guardare il sole calare dietro le palazzine: si sentiva stranamente annoiato, come se sciapa non fosse solo la sua cena, ma anche la sua giornata, le sue giornate.

Si ritrovò a pensare alla nuova impiegata, e la sua immagine che faceva capolino nella sua mente lo lasciò piacevolmente sorpreso.

Magari lei era il sale di cui aveva bisogno la vita di Ettore.

Con questo pensiero Ettore, l’impiegato abitudinario, indossò il pigiama, si lavò i denti con lo stesso dentifricio che comprava da quindici anni e si mise a letto, rigorosamente sdraiato sulla parte sinistra, perché certe cose, per quanto sale decidesse di aggiungere alle sue giornate, non sarebbero cambiate mai.

 

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Immagine di copertina di Giulia Chiara.

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Giulia Fabbretti

Giulia Fabbretti

Studentessa di lettere ed aspirante scrittrice confusa, cerco di capire me stessa attraverso le storie degli altri e gli altri attraverso le mie storie.

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