ESPERIMENTI LETTERARI Storie

Creepy Padova

Harpy Munch
Jambo
Scritto da Jambo

Era una tetra giornata di febbraio, una giornata come le altre. Pioveva, studiavo e non c’era null’altro. Ero nell’aula studio che frequentavo da sempre, la Jappelli, posta al piano terra di un palazzo che dà su una stradina parallela ad uno stradone alberato a quattro corsie. La prima sala ha un’ampia vetrata, vicino l’ingresso, dalla quale si può osservare la via, la seconda, separata dalla prima da una zona centrale con i bagni e distributori automatici, è più interna.
Ero seduto ad un banco accanto alla vetrata.

Il ticchettio delle gocce d’acqua che si infrangevano sul marciapiede era l’unico rumore che si sentiva in quel momento, oltre al brusìo degli studenti. Ero concentrato sul mio libro, diligente e attivo come mai ero stato durante quella sessione. I tre caffè presi mi avevano fornito la forza necessaria a sostenere tutte quelle ore di studio, ma allo stesso tempo mi avevano reso intollerante ai rumori esterni. Ad ogni minimo movimento diverso da quello dello sfogliare o scrivere sobbalzavo. Ogni volta che qualcuno spostava una sedia, facendola strisciare a terra, una bestemmia mi moriva in gola.

I rumori non erano gli unici elementi di distrazione, infatti avevo notato una ragazza molto carina seduta due tavoli più avanti al mio. Ogni tanto mi capitava di staccare gli occhi dalle sudate carte e di osservarla mentre si contorceva in buffe espressioni, con i capelli scompigliati, intenta a studiare il suo libro. Diritto privato? Ma che ne sapevo?!? Non doveva importarmene. Il giorno seguente avrei dovutoassolutamente sostenere il mio esame, l’ultimo della sessione, e di certo non potevo perdere tempo a capire quale fosse “il male” che affliggesse quella poveretta. La mia missione era quella. Avevo puntato l’obiettivo un mese prima e quei nove crediti andavano superati. Ero più determinato che mai, il traguardo della laurea era vicino e non potevo, anzi, non dovevo neanche lontanamente pensare di prendermela comoda. Non me lo potevo permettere, non all’ultimo anno della magistrale.

“Ma che bella però… Come faccio a studiare con lei davanti?!?”

Era davvero la ragazza più bella che avessi visto bazzicare in quell’aula studio fino a quel momento. Non la tipica bellona, bionda, occhi azzurri e tette enormi, ma capelli color castano scuro, occhi color nocciola chiarissimo, quasi ambra, il naso un po’ a punta, ma dai lineamenti fini, labbra carnose e soprattutto un sorriso travolgente. Eh sì, perché mi aveva anche sorriso, ed io, come un ebete, ero rimastoa fissarla senza ricambiare, troppo preso a ripetere a bassa voce l’Analisi di Tableau.

“Si sarà anche offesa, poverina!”

Proprio in quel momento, mentre pensavo ad un modo per coprire la vista di quell’angelica visione tanto piacevole quanto distraente, un altro sguardo fugace, con annesso sorriso, arrivò da parte sua ed io, imperterrito, la guardai con un’espressione da imbecille.

“Ecco fatto! E chi studia più adesso?”

Si ripiegò sul libro un po’ delusa dalla mia avarizia di sorrisi e probabilmente convinta che fossi un idiota.

“Vabè, vado a prendermi un caffè!”

Mi fermai un attimo a domandarmi se fosse stato il caso di bere il quarto caffè della giornata e la risposta ai miei dubbi me la diede subito uno sbadiglio che mi portò ad aprire le fauci come una bestia affamata. Uno di quelli contagiosi che si propagano per tutta la sala, da studente a studente.

Mi alzai facendo attenzione a non far rumore con la sedia, riponendo la penna sul banco.

Mi diressi verso il gabbiotto dei distributori automatici con il portafoglio in una mano ed il cellulare nell’altra, scrutando la fauna variegata che popolava l’aula: fricchettoni, discotecari, sportivi, palestrati, gente con i risvoltini, metallari, nerd, secchioni, chi studiava, chi faceva finta di studiare e chi era disperato perché si era reso conto di non farcela a finire il programma in tempo per l’esame a causa del cazzeggio esagerato durante il periodo delle lezioni. Quel breve percorso in mezzo a tutte quelle persone mi fece tornare in mente la passeggiata di mezzogiorno sul lungo Piovego. Come al solito era popolato da studenti che correvano di qua e di là, tutti di fretta, tutti indaffarati, in contrapposizione ai capannelli gioiosie rilassati composti dal parentado e dalle amicizie dei neolaureati. La puzza del tipico miscuglio di uova e farina, usato per bersagliare i “fortunati” davanti al proprio papiro, e l’odore del vino, fatto ingurgitare a forza ai poveri festeggiati, mi erano entrati prepotentemente nelle narici anche quel giorno. Non sapevo se odiare o amare quella specie di rito celebrativo, non avevo ancora un’opinione a riguardo, ma una cosa era certa: la puzza la detestavo! E poi c’era quel fastidioso motivetto ironico, trito e ritrito, inneggiante alle capacità del neodottore. Certe volte era addirittura accompagnato da dei musicisti ambulanti con tanto di trombone e violoncello che si sentivano fin dentro le aule, durante le lezioni.

“Non smetteranno mai di cantare quella schifo di canzoncina!” pensai.

“Dottooooore, dottooore, dottooooore del buso del cul, vaffancul, vaffancul!”

“Ma vaffanculo. Per davvero!”

Era un incubo! La sentivo dappertutto. Ogni singolo vicolo, ma che dico? Ogni singolo metro di Padova era infestato dai neolaureati e dalle loro combriccole festanti con tanto di birre e spumante. Tutti intonavano, quando si era fortunati, le note di quell’ignobile canzone. Era diventata un’ossessione per me. Forse perché non vedevo l’ora di laurearmi, forse perché era così stupida che perfino un bonobo avrebbe scritto un testo migliore o forse perché veramente non si riusciva ad evitare di sentirla almeno per un giorno solo.

Immerso nei miei pensieri com’ero, arrivai di fronte ai distributori automatici senza neanche essermi accorto di avere aperto la porta della Zona Ristoro, se così si poteva chiamare. Mi misi in tasca il cellulare ed inserii le monete necessarie per un caffè espresso.

Una volta pronto, mi appoggiai al termosifone della saletta mescolando con la palettina di plastica quella fumante brodaglia nera, guardando il vortice ipnotico creato all’interno del bicchiere e pensando alla frase di un mio compagno di corso detta a proposito di quella schifezza che stavo fissando:

“Jam… alla fine ti vendono la caffeina, non il piacere di berti un buon caffè. A noi studenti serve quella.”

Non poteva esserci frase più azzeccata. Infatti, ogni giorno, nonostante mi lamentassi della qualità, compravo sempre dai due ai tre di quei “caffè”. Ne avevo bisogno, l’effetto della caffeina era fondamentale per sopportare tutte quelle ore di studio. Dopo ogni caffè mi sentivo euforico ed attivo, riuscivo a mantenere un ritmo che sarebbe risultato insostenibile senza quella droga.

L’effetto della caffeina svaniva dopo circa un’oretta. Dapprima riuscivo a sopportarne la mancanza, tutto sommato ero tranquillo e procedevo regolare, una pagina dopo l’altra. Ma dopo due ore dall’aver buttato giù l’ultima goccia di caffè non riuscivo a restare concentrato. Mi sentivo la testa leggera ed il pensiero sfuggevole. Andavo in crisi di astinenza.

“Crisi di astinenza… come gli eroinomani…”

Sconsolato da quelle considerazioni ritornai al mio posto, sorseggiando avidamente dal bicchiere. Scrutai un po’ in giro aspettando che la caffeina entrasse in circolo.

La ragazza era ancora lì, stava smanettando col cellulare e sembrava molto stanca.

“Alle cinque del pomeriggio è anche normale…” dissi tra me e me.

Sentii arrivare l’impulso energetico della dose di caffeina e ripresi a studiare con il solito ritmo travolgente da studente dopato.

“Il metodo delle differenze finite per il caso dinamico, come per il caso statico, può essere applicato solo alle equazioni di Laplace e di Poisson…”

“… per determinare le funzioni interpolanti locali di secondo grado, sia per il caso monodimensionale che per quello bidimensionale, occorre definirle, oltre che nei nodi, anche in altri punti…”

“… il problema dei residui pesati consiste nel trovare una funzione potenziale tale che soddisfi…”

“… il primo passo da eseguire, per procedere col metodo agli elementi finiti, è quello di effettuare la reticolazione del dominio Ω…”

“… la matrice [B] ha una sparsità di caratteristica elevata più di qluelamtarcieridizegzapechré …”

“…”

“… il termine di massa presente è loso nei saci dnmicipiohcé è letagodritavatemplorae del vrttoe…”

“…”

Le parole e le lettere cominciarono a contorcersi e a confondersi tra loro in un miscuglio incomprensibile.

“… la leticorazionelensaco D2 led mdieonsa…”

“… fgoleroeppmacorgifagerachem…”

 

Sembrava che si muovessero sui fogli e migrassero in altre posizioni per prendersi gioco di me. Mi fermai stupito a guardare il libro. Era tutto confuso. Le lettere, una dietro l’altra, cominciarono a girare in una spirale ipnotizzante passando dalla pagina di sinistra a quella di destra, cambiando posizione di tanto in tanto. Dapprima cominciai a seguire quella giostra per gioco, ma dopo qualche secondo capii che stavo cominciando a perdere coscienza. Percepiila paralisi di entrambe le mani e le braccia, le gambe cominciarono a tremare senza controllo. Il respiro mi si fece più affannoso e gli occhi mi si sbarrarono.

“… co… cos… su… succe… succede?”

La velocità di rotazione della spirale aumentava a vista d’occhio facendomi immergere sempre di più nella trance in cui ero caduto. Con gli occhi sbarrati mi avvicinavo progressivamente al banco piegandomi in avanti. Mi fermai col naso alla distanza di neanche un palmo di mano dal libro. Stavo quasi per perdere conoscenza quando il vortice di lettere si fermò. Al centro era evidente una scritta:

SEI MIO

Per un paio di secondi rimasi a guardare quelle parole non comprendendone il significato.

“Ma che caz…” , non finii neanche la frase che il libro si chiuse improvvisamente ed io fui catapultato all’indietro.

Sudato e spaventato mi guardai in giro. Mi stavano fissando tutti. Era comprensibile che lo facessero, era appena successa una cosa fuori dal normale. Mi girai verso il mio vicino di banco e notai che era terrorizzato ed allo stesso tempo divertito. In fondo all’aula vidi due ragazze ridacchiare indicandomi con il dito e dei ragazzi che passavano mi stavano prendendo in giro.

Ma cosa era veramente successo? Il libro aveva preso vita e aveva cercato di sopraffarmi? Ero stato vittima di qualche strano scherzo?

Lì per lì diedi la colpa alla stanchezza. Infatti lo sforzo psichico era stato considerevole ed in più tutta quella caffeina mi aveva logorato. Probabilmente mi ero addormentato sul libro ed avevo sognato tutto.

Mi asciugai il sudore con un fazzoletto e presi il cellulare cercando di non attirare l’attenzione più di quanto non avessi già fatto.

“Che ore sono?”

Erano le sette.

Mi passai la mano sulla fronte per poi spostarla sul ciuffo che mi pendeva davanti agli occhi tentando di sistemarlo come meglio potevo. Sgranchii le mani ancora intorpidite ed allungai le gambe sotto al tavolo.

Stavo cominciando a stiracchiarmi portando in alto le braccia quando un rumore assordante interruppe le mie operazioni.

BROOOOOOOM TRRRRRRRRRRR

Vuoto nelle orecchie…

I tuoni ruppero il silenzio dell’aula facendo vibrare le vetrate e sobbalzare tanti studenti intorno a me. Mi voltai infastidito verso l’esterno e vidi la pioggia diventare più insistente.

“Temporale…”

Le saette balenavano in cielo illuminando le nubi tempestose e le cime degli alberi. Uno, due, tre di fila. Quasi mi accecai.

L’alternanza tra la luce e l’oscurità rendeva particolarmente tetra quella visione.

Il vento si alzò improvvisamente facendo piegare le fronde degli alberi e alzando turbini di foglie. Si poteva sentire il rumore degli spifferi che sibilavano in modo tagliente ed inquietante. Le porte cominciarono a sbattere in modo insistente. Il mio vicino di banco bisbigliò: “Arriva una tempesta!”

Annuendo, un po’ spaventato dalla furia del vento, mi girai e cercai di riposarmi un attimo appoggiando la testa sul palmo della mano sinistra. Con la destra mi tolsi gli occhiali e mi stropicciai gli occhi, mi bruciavano tremendamente. Ero evidentemente provato e spaventato da quello che mi era successo. Non riuscivo a darmi una spiegazione: io, una mente così razionale, non capivo cosa avesse potuto causare quelle visioni. Poi c’era un altro punto che non tornava: chi aveva chiuso il libro? Infatti era lì, di fronte a me, ancora chiuso. Non avevo osato toccarlo. Continuavo a ripetermi che ero stanco, che avevo esagerato con i caffè, che avevo semplicemente dormito sognandomi tutto e che nel risveglio avevo chiuso il libro in un gesto inconsulto suscitando l’ilarità generale dell’aula. Ma quella storia non mi convinceva.

Sconsolato cominciai a fissare l’uscita. Non vedevo nulla. Le diottrie mancanti, unite al mio stato, non mi permettevano di vedere forme distinte, ma solo immagini offuscate. Riuscivo ad intravedere gli studenti che defluivano fuori dall’aula,uno dopo l’altro, e ad intuire le espressioni dei loro volti. Trapelavano contentezza per aver finito quel giorno di fatiche, ma con la consapevolezza che il giorno seguente sarebbe stato nuovamente uno strazio. Si coprivano come meglio potevano per non bagnarsi troppo. Alcuni si fermavano di fronte l’uscio guardandosi intorno perplessi, altri correvano nella speranza di non arrivare fradici a casa. Mi girai di nuovo per guardare fuori, sembrava che stesse venendo giù il diluvio universale.

Ad un certo punto catturò la mia attenzione un energumeno, alto un metro e novanta, che indossava un cappotto in pelle nera lucida, lungo fin quasi le caviglie. Aveva i capelli lunghi, neri, raccolti sulla nuca in un codino a dir poco antiestetico. Indossava degli occhiali da vista squadrati sulla quale aveva montato delle lenti da sole sovrapponibili.

“Ma fuori piove ed è buio! Che idiota!”

Dalla spalla destra gli pendeva una borsa a tracolla rigonfia di libri. Da quello che potevo vedere senza occhiali, aveva la pelle bianchissima. Procedeva a grandi passi in mezzo ai banchi senza dare bado a ciò che gli stava intorno, impassibile come una mummia.

“Che strano tipo…”

Lo seguii con lo sguardo finché non si fermò, proprio davanti la porta d’uscita. Si voltò verso di me e cominciò a fissarmi.

“…”

“Che cos… ?”

“…”

Era lì, fermo, immobile. Una ventata, entrata dalla porta d’ingresso, gli mosse la giacca di pelle in un movimento sinuoso ed ipnotizzante. Con essa entrò del fogliame misto a gocce di acqua che si nebulizzarono intorno a lui. Era imperscrutabile. Sembrava che volesse lanciare degli sguardi di sfida che non riuscivo a cogliere a causa di quelle lenti scure.

Contratto in una smorfia surreale, con le labbra strette e serrate, mi osservava come se mi avesse sentito insultarlo. Era minaccioso, con spalle imponenti e mani enormi, strette in due pugni grossi come mazze di ferro.

Molto lentamente fece scivolare a terra la borsa a tracolla. Si portò la mano destra sull’asta laterale degli occhiali e se li tolse. Lo guardai attentamente per qualche secondo.

BROOOOOM TRRRRRRR

Un altro rombo di tuono mi entrò prepotentemente nelle orecchie, il vento si fece più insistente sulla vetrata ed io raggelai.

“… ma che?”

Non riuscivo a vedere bene.

“I suoi occhi! Oddio… i suoi occhi… “

Incredulo presi immediatamente gli occhiali dal tavolo.

“Oh Cristo…”

I suoi occhi… non c’erano!

Le cavità oculari erano infestate da vermi bianchi brulicanti in una melma nera con qualche vena di verde muffa. Si muovevano convulsamente, sbattendo l’uno contro l’altro, cercando di divorare dall’interno la carne marcia e ridotta a brandelli. Ogni tanto qualcuno cadeva giù scivolando sulle guance macchiandole di sangue e di quella sostanza in cui erano immersi. Il contrasto tra il bianco della pelle e quei colori così accesi mi fece rabbrividire. Tutto intorno alla testa di quell’essere delle mosche ronzavano senza sosta. Cercavano di partecipare anche loro al banchetto. Istericamente si posavano all’interno del cranio districandosi tra i vermi, prendevano la loro parte e rispiccavano il volo. Potevo vedere ancora pulsare le poche vene rimaste integre in mezzo a tutto quel marciume. Mi pervase un senso di disgusto e mi si attanagliò lo stomaco. Sentii i succhi gastrici arrivarmi in bocca irritandomi terribilmente la gola. Strinsi le labbra, gonfiai le guance e…

“Wuaaaa…”

Tutto il caffè, ingerito precedentemente, finì per terra, accanto alla sedia. Mi ripulii in fretta col dorso della mano e subito riposai lo sguardo su quella creatura.

Il mostro cominciò ad avanzare verso di me senza alcuna esitazione a dispetto della mancanza della vista. Le sue narici si dilatavano e si restringevano per captare gli odori.

Il mio odore. L’odore della paura.

Terrorizzato dall’incombenza del pericolo cercai di alzarmi, ma ero impietrito. Avevo lo sguardo fisso verso quella bestia che si avvicinava. Un passo dopo l’altro.

La sua vittima era lì, inerme, inerte.

Aprì la bocca e tirò fuori la lingua. Era annegata nel sangue. Nel suo stesso sangue. Mozzata a metà. Penzolante.

Gli zampilli rossi fuoriuscivano con naturalezza come spruzzi di acqua da una fontanella.

Cominciò a leccarsi le labbra, macchiandole.

Rosso acceso.

Una pennellata a destra ed una a sinistra. Un dipinto d’orrore.

Inaspettatamente arrivò il buio, inesorabile. Le luci dell’aula si spensero tutte insieme. Calò il gelo e rabbrividii.

BROOOOM TRRRRRR

Un altro tuono.

In confusione cominciai a tastare intorno con le mani per dare una forma al posto in cui ero. L’unica luce era quella dei fulmini che, illuminando a tratti la sala, confondeva le ombre davanti a me.

Avevo il cuore in gola.

Tu tum, tu tum, tu tum…

I battiti accelerati mi stavano squassando il petto. La paura mi stringeva la bocca dello stomaco.

Il rumore dei suoi passi mi arrivava ovattato, senza consistenza, ma in crescendo.

Pam, pam, pam…

Si avvicinava….

Pam, pam, pam…

Un fulmine rischiarò per un istante l’aula e potei vedere la sua faccia. Rideva mostrando la dentatura affilata. I suoi denti neri erano sporchi di sangue. Vidi i suoi capelli svolazzare arruffati intorno alla testa, non più legati dietro la nuca. Ma soprattutto mi resi conto che quella bestia aveva in mano un coltello lungo quasi quanto tutto il suo braccio! Lo brandiva con la mano destra con la punta rivolta verso il basso, era sporco di sangue rappreso.

Attimi di terrore interminabili…

Pam, pam, pam…

Non riuscivo a muovermi per la paura.

La sua faccia di fronte la mia.

SEI MIOOO!”

“AAAAAAAAAAAAH!”

Luce improvvisa.

Rimasi impietrito, proiettato con il corpo all’indietro e con le mani che stringevano il bordo del banco e con la bocca spalancata. Guardavo fisso, di fronte a me.

Non c’era nessuno.

Le luci si erano riaccese e illuminavano l’aula completamente vuota. Nessuna traccia degli altri studenti. Tutti i quaderni, i libri, le penne e gli zaini erano rimasti lì. Dei fogli svolazzavano in giro.

Il sibilo del vento era il sottofondo perfetto per quel clima surreale.

Mi girai istintivamente verso la vetrata.

Non c’erano auto per strada, non c’erano passanti e non c’erano studenti. Non c’era nessuno.

“Cosa sta succedendo?”

Gettai lo sguardo su un lampione in fondo alla strada. La luce arancione, offuscata e dilatata dalla pioggia, stava illuminando un piccolo stormo di animalinotturni, probabilmente pipistrelli. Giravano vorticosamente noncuranti del fatto che si stessero bagnando.

Decisi di alzarmi, evitando di calpestare il mio stesso vomito. Frastornato ed ancora impaurito, cominciai a girovagare nell’aula.

“Dove sono finiti tutti?”, mi domandai.

“Ehi, c’è nessuno?”

Nessuna risposta. Solo il sibilo del vento, il fragore della pioggia che si infrangeva al suolo e il rumore dei tuoni in lontananza.

Passai banco per banco a guardare se ci fosse qualcuno nascosto sotto ai tavoli o dietro le sedie, ma già sapevo che non avrei trovato nessuno. Mi spostai nella seconda sala dell’aula studio, quella più interna, per verificare che anche lì fossero spariti tutti.

“Un’aula di centottanta persone non si può svuotare così, da un momento all’altro…”

La mia solita mente razionale che faceva a botte con il surreale.

Percepii che la temperatura si stava abbassando notevolmente e cominciai a sentire freddo. Mi strofinai le mani, le misi a conca e alitai all’interno per riscaldarle. Nel far questo notai la condensa che si espandeva nell’aria. Si stava congelando.

“Brrr… probabilmente il black-out ha fatto saltare la centralina della caldaia!”

Ero ancora alla ricerca di qualcosa che mi facesse credere che quella situazione fosse normale, cercavo di rimanere aggrappato alla realtà. Era facile spiegarsi quella serie di eventi con delle ipotesi che ricadessero nel paranormale, ma io non potevo, non volevo!

Mi sedetti su un banco della seconda sala, pensieroso e intirizzito dal freddo pungente.

“Allora, le visioni delle lettere probabilmente erano semplicemente un sogno. Sì, mi sono addormentato sul libro e mi sono svegliato di soprassalto…”

“La corrente è andata via per colpa del temporale…”

“Il mostro…

Per quello non riuscivo a darmi una spiegazione. Era successo, ero sveglio e cosciente e lui era lì. Senza occhi, pronto ad uccidermi con la sua lama affilata. Non era stato un sogno e non potevano essere state delle allucinazioni.

“Ma soprattutto, dove sono tutti?”

Un brivido mi attraversò la schiena. I tuoni si fecero sentire in lontananza ancora una volta, alzai lo sguardo e, attraverso le vetrate in alto, vidi balenare un lampo nel cielo. La pioggia si era fatta più insistente e colpiva con forza sui vetri.

Pieno di punti interrogativi mi alzai intento ad uscire dal quel posto deserto. Volevo scappare e tornare a casa. Lasciarmi quel maledetto luogo alle spalle. Ero confuso ed agitato. Per la prima volta nella mia vita mi ero imbattuto in qualcosa di inspiegabile.

Turbato, lanciai un’occhiata furtiva dietro di me per vedere se fosse tutto a posto e notai con grande stupore che sulla parete in fondo all’aula si intravedeva una scritta.

Mi fermai di botto.

“… non si legge.”

Vinsi la paura ediniziai ad avvicinarmi alla parete con il fiato sospeso.

Notai che le lettere, di una tinta rossastra, si stavano pian piano materializzando sul muro.

Mi avvicinai adagio, mettendo un piede dietro l’altro quasi per inerzia. Avevo gli occhi sbarrati verso quelle scritte.

“… ma cosa?”

Sapevo che non mi aspettava nulla di buono, ma volevo sapere. Volevo capire. Ero consapevole che non avrei trovato le risposte a tutte le mie domande, anzi che non ne avrei trovata alcuna, però la curiosità era troppa. Avevo intenzione di vedere quanto si spingesse avanti quella situazione soprannaturale.

Improvvisamente la frase si fece sempre più chiara, velocemente le lettere si fecero più nitide, ingrandendosi sulla parete. Sembrava quasi che avessero capito che ero lì, che avevo la loro attenzione!

Sempre più grandi, sempre più rosse.

SPLASH

“AAAAAAAAAAAAAAAAH!”

Mi voltai sbattendo sul banco dietro di me, urtai una sedia facendola cadere ed inciampai su uno zaino. Mi rialzai immediatamente. Ripresi a correre, pur sentendo un dolore lancinante al ginocchio. Mentre correvo avevo quasi le lacrime agli occhi.

“COSA CAZZO SUCCEDE?”

La frase era esplosa. Quella sostanza mi era arrivata addosso imbrattandomi completamente. Era sangue!

Corsi fino all’ingresso in fretta e furia, ma la saracinesca era abbassata.

“No, merda, merda, merda!”

In preda al panico sferrai innumerevoli colpi alla sbarre senza ottenere alcun risultato se non quello di ferirmi le mani.

Continuai a tirare calci e pugni fino allo sfinimento. Mi accasciai a terra piagnucolante.

“Perché? Perché mi sta succedendo questo?”

Mi guardai, in lacrime, sporco di sangue, con un ginocchio malconcio e con quella frase stampata negli occhi. Quelle semplici parole:

SEI MIO

Non capivo cosa potessero significare. Di chi ero? Chi aveva così tanta bramosia di catturarmi?

Mi tolsi gli occhiali e cercai di ripulirli, come meglio potevo, con la manica destra della felpa. Mi strofinai il viso con la mano sinistra. Ero distrutto e terrorizzato. Oramai il limite tra il normale ed il paranormale era stato superato, ma non volevo arrendermi all’idea. Cercavo di spiegarmi quella situazione assurda. Lo facevo per non impazzire e per non lasciarmi travolgere dagli eventi.

“Il mio libro ha preso vita, un mostro ha cercato di uccidermi, centottanta persone sono sparite nel nulla, delle lettere scritte col sangue mi sono esplose in faccia!” dissi con un filo di voce.

“CHE CAZZO SUCCEDE?”, urlai con la voce rotta dal pianto.

“PERCHÉ? PERCHÉ PROPRIO A ME?”

Era evidente, però, che le mie certezze ed il mio raziocinio mi stavano abbandonando. L’ipotesi del soprannaturale stava prendendo sempre più credito.

Affranto, mi abbandonai alla stanchezza e mi assopii.

 

————————

“Dottooree, dottoooree, dottore del buso del cul, vaffancul, vaffancul!”

 

“Dottooree, dottoooree, dottore del buso del cul, vaffancul, vaffancul!”

 

“Dottooree, dottoooree, dottore del buso del cul, vaffancul, vaffancul!”

————————

“… cos… chi cantava?”

Furono le prime parole al mio risveglio.

Aprii gli occhi lentamente. Mi alzai intontito e congelato. Con la vista ancora offuscata, mi guardai impaurito ingiro.

“Chi stava cantando?”

Nel dormiveglia avevo udito quella canzone. La voce era dolce, quella di una donna. Non ero sicuro di averla sentita veramente, ma ormai ero entrato nella parte e avevo capito che non bisognava avere dubbi, dovevo semplicemente prendere atto di quello che capitava. Rimaneva una sola cosa da fare: scoprire chi avesse cantato quel maledetto motivetto.

Mi mossi molto lentamente, quasi per paura di fare rumore e farmi scoprire. Mi avvicinai all’ingresso della seconda sala e mi sporsi per vedere chi ci fosse all’interno.

Dapprima non notai nulla, anche a causa del fatto che mi stupii che era tutto in ordine, nessuna traccia del sangue che mi era arrivato addosso, ma dopo qualche secondo notai la presenza di qualcuno dietro ad un pilastro.

Strizzai gli occhi per osservare meglio la nuova compagnia. Era una ragazza, seduta ad un banco. Mi dava le spalle. Aveva i capelli castani, non troppo lunghi. Mi presi di coraggio e mi avviai verso di lei con passo felpato.

Arrivato ad una distanza di pochi metri cercai di farmi sentire: “Ehi, tutto ok?”

Nessuna risposta.

“Ehi, come sei finita qui?”

Sembrava non mi sentisse. Era piegata sul banco e stava fissando un libro. Forse studiava. Più mi avvicinavo, più mi accorgevo di avere già visto quella persona. Aveva un aspetto familiare.

“Scusa, mi senti? Sono qui!”

La udivo bisbigliare. Era un po’ inquietante.

“Ehi, ciao!”

Solo quando fui accanto a lei capii che era la bella ragazza che avevo ammirato durante la giornata di studio. Quella a cui non avevo ricambiato i sorrisi e che pensavo mi ritenesse un idiota.

“Ehi, ciao!”

Finalmente le mie parole sortirono l’effetto di farla girare.

Lo fece molto lentamente.

“Oh Cristo…”

Al posto dei suo bellissimi occhi ambra c’erano sfere di lucido nero corvino. Erano sbarrati e mi guardavano senza emozioni. Il contorno delle cavità oculari era grigio cenere. La faccia sconvolta in una smorfia di compiacimento. Aveva la pelle bianchissimache andava in contrasto con il colore degli occhi e della bocca.

CIAO!”, rispose con una voce rauca e cavernosa.

Sorrise, mostrando una fila di denti aguzzi e sporchi. L’interno della bocca era invisibile e completamente nero.

“Merda!”

Rimasi immobilizzato dalla paura.

Mi fissò per alcuni attimi.

Attimi interminabili.

Il cuore cominciò a battermi all’impazzata.

Tu tum, Tu tum, Tu tum…

Sembrava mi stesse aspettando. Il suo sguardo non lasciava trapelare alcuna emozione, ma il suo sorriso la tradiva. Era contenta di avermi visto. Contenta di essermi abbastanza vicina da fare di me una preda facile.

All’improvviso balzò in avanti scaraventando indietro la sedia. Nel salto potei intravedere che quella cosa stava mutando in una forma ancora più disgustosa. Il volto contratto all’indietro, di un colore grigiastro e le zanne protese in avanti. Le palle degli occhi iniettate di sangue. Al posto delle mani, delle zampe con degli artigli affilati.

Feci appena in tempo a notare questi piccoli particolari che l’ebbi subito addosso. Con la zampa destra mi scaraventò a terra squarciandomi il petto con gli artigli.

“AAAAAAAAAAHH!”

Mi ritrovai sul marmo, sanguinante e col fiato spezzato dal terrore e dal dolore. Potei vedere il mostro librarsi in aria. Un grosso uccello dalle grandi ali, con il volto umano contorto in una smorfia disumana e dal grosso ventre piumato.

La mia attenzione ricadde esclusivamente su quella che sembrava esser un’arpia dantesca ed il resto, intorno, cominciò a sgretolarsi. Soli in un mare di nulla. Nel grigio dello sfondo spiccava il colore nero del suo piumaggio sudicio di chissà quale sostanza oleosa. Mi osservava, mentre mi disperavo per il dolore, con gli occhi sbarrati e pieni di odio. Attorno a quella figura terrificante c’era un’aura di piume sudicie che, staccandosi dal suo orribile corpo, venivano tenute sospese in aria dal lento battito di quelle grandi ali. Muoveva la coda facendola roteare lentamente a testimoniare il fatto che fosse a suo agio e che si stesse divertendo, come fa il gatto col topo.

SEI MIOOO!”, ripeté quelle parole.

“CHI CAZZO SEI TU?!? COSA VUOI DA ME?!?” le urlai contro.

Non aspettai neanche la risposta, raccolsi le forze che mi erano rimaste e le lanciai una sedia addosso. Riuscii a guadagnare un po’ di tempo per potermi alzare a scappare verso il gabbiotto dei distributori automatici e barricarmi dentro.

Con le mani sulla maniglia e i piedi puntati sullo stipite della porta aspettavo l’arrivo di quella immonda creatura. L’adrenalina di quel gesto mi aveva fatto scordare del male che mi aveva inflitto la bestia, ma lo squarcio evidente nella felpa mi ricordò dei tagli che avevo sul petto. Sentii una fitta di dolore, ma resistetti.

“Dottooree, dottoooree, dottore del buso del cul, vaffancul, vaffancul!”

L’arpia stava cantando, non con quella sua orribile voce, ma con quella voce angelica che avevo udito nel dormiveglia. La sentivo sempre più vicina.

“Dottooree, dottoooree, dottore del buso del cul, vaffancul, vaffancul!”

Più vicina!

“Dottooree, dottoooree, dottore del buso del cul, vaffancul, vaffancul!”

SBAM!

I suoi artigli si insinuarono tra la porta e lo stipite. Tirò con tutte le sue forze ed io barcollai.

“COSA VUOI DA ME? PERCHÉ CANTI QUELLA CANZONE?”, le chiesi disperato.

Non hai ancora capito? Lo faccio per te! Tu la odi!”, mi rispose con la solita voce cavernosa.

SÌ, LA ODIO. MA COSA C’ENTRA QUESTO?”

SEI PIÙ STUPIDO DI QUANTO PENSASSI! AHAHAHAHAHAH!”

Non riuscivo proprio a capire cosa intendesse.

“Odi quella canzone perché nel tuo profondo non vuoi smettere di studiare! Te la canto per farti capire cosa vuoi veramente! Vedi, sin dal primo giorno in cui sei venuto a studiare in queste stanze ho saputo che saresti stato mio. È più forte di te, non vuoi terminare gli studi per poter tornare ogni giorno qui, da me! ”

“Ma… ma… chi sei tu?”

Sono la vera essenza di queste mura. Lo spirito di questa aula studio, quello che custodisce i segreti di tutti gli studenti che passano da qui. Conosco ogni loro paura, ogni loro emozione. Sono la forza movente delle passioni che nascono in queste stanze, che siano amori per altre persone, per delle cose o per delle idee. Non sono io a decidere il percorso che voi studenti dovete intraprendere, ma riesco a comprendere ciò che veramente volete e cerco di guidarvi nella giusta direzione!

“E quale sarebbe la giusta direzione per me?”, chiesi mentre resistevo alla porta.

Te l’ho detto! Tu, in verità, non vuoi terminare il tuo percorso di studi! Vuoi continuare a tornare ogni mattina qui, in queste stanze, da me! Vuoi stare nella stasi perenne di studente in dirittura di arrivo! Una situazione comoda, in fin dei conti. Ad un passo dalla laurea e dal futuro lavoro, ma ancora studente senza troppe responsabilità!”

STAI ZITTA! NON È VERO!”

Spinsi la porta verso l’arpia creandomi un varco per scappare. Corsi verso l’uscita ancora sbarrata nella speranza di riuscire a trovare un via di fuga.

Ero in preda al panico. Un mostro mi stava alle calcagna, diceva di essere “lo spirito della Jappelli” e cercava di convincermi a non lasciare gli studi e rimanere per l’eternità un laureando.

NON PUOI SCAPPARE DA ME!”

Sentii la coda dell’arpia sferzare l’aria ed immediatamente dopo colpirmi alle gambe. Caddi per terra di peso. Si precipitò su di me con veemenza. Iniziò a colpirmi con furia, senza alcuna pietà.

SEI MIOOO!”

Sentii le zampe posteriori stritolarmi le gambe e gli artigli affondare nella carne. Con quelle anteriori cercava di cavarmi gli occhi.

“AAAAAAAH! AIUTOOO!”

DEVO AVERE LA TUA ANIMA!”

AAAAAAAAAAAAH!”

————————

 

“Ehi! Ehi! Svegliati!”

“AIUTOOOO!”

Mi svegliai di soprassalto. Davanti a me c’era la bella ragazza che si era trasformata in arpia.

“Aaaaaah stai lontana da me!”

“Ehi, non ti voglio fare del male! Sono le undici di sera. L’aula studio sta per chiudere!”

“Ma… ma… quindi non sei un’arpia?”

“Come?”

“Non sei lo spirito della Jappelli che voleva rubarmi l’anima?”

Mi guardò con la faccia stranita e con un’espressione che diceva chiaramente: “Questo è matto!”.

Mi guardai intorno, gli inservienti stavano richiamando gli ultimi studenti per farli uscire dall’aula. Mi stropicciai gli occhi e mi misi gli occhiali. Capii che avevo dormito e che avevo sognato tutto.

“Per quanto tempo ho dormito?”, chiesi alla ragazza.

“Eeeh, hai dormito per almeno tre orette. Studiato tanto?”, mi chiese.

“Sì, parecchio.”

Mi alzai stiracchiandomi e sbadigliando, ancora un po’ diffidente. La guardai di sottecchi e mi decisi a porgerle la mano: “Piacere, Jambo!”

“Piacere mio, Lily!”, disse guardandomi con un bel sorriso ed io, questa volta, lo ricambiai.

“RAGAZZI, STIAMO PER CHIUDERE!”, urlò un uomo sulla quarantina,dal fondo della stanza.

“Sì, stiamo uscendo!”, risposi un po’ seccato dai modi bruschi dell’inserviente.

Raccolsi le mie cose, preparai lo zaino e indossai il giubbotto. Ci avviammo verso l’uscita.

“Quindi, tu cosa studi, Lily?”

“Giurisprudenza…”

“Lo sapevo… “, dissi sottovoce.

“Come?”

“No, niente… hai già mangiato?”

“No…”

“Ti va una pizza?”

“Ottima idea!”

Dopo due o tre passi Lily si voltò verso di me e mi chiese: “Come va lo studio?”

“Mah, non così bene. Probabilmente darò ‘sto esame al prossimo appello.” Le risposi cercando di nascondere la vergogna.

Arrivati appena fuori l’aula notai che il temporale non si era placato. Mi misi il cappuccio in testa e controllai che il cappotto fosse perfettamente chiuso. Dei tuoni, minacciosi, si fecero sentire e subito dopo un lampo squarciò il cielo. Il freddo invernale era più pungente che mai ed il vento, di certo, non aiutava.

Mentre mi stavo infilando i guanti, istintivamente guardai dietro di me, verso l’ingresso della Jappelli. Notai nuovamente quella frase, scritta col sangue che colava giù, lungo il vetro della porta: SEI MIO.

Immediatamente mi girai, presi per mano Lily e dissi bruscamente: “Andiamo via!”

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Jambo

Jambo

Ehi, sicuramente avrete sentito parlare di Jambo. No? Male.
Jambo ama la musica (in quanto batterista), è uno studente di Ingegneria (purtroppo), appassionato di calcio (per la gioia di qualcuno e l’odio di qualcun altro) e con voglia, tanta voglia, di scrivere.
Vi sembra che uno che parla di sé in terza persona sia normale? Forse.
Può uccidervi nel sonno perché è convinto che russiate apposta per non farlo dormire? Può essere.
Tagliando corto, Jambo, in circostanze misteriose, è finito a scrivere per questo blog. Si fa trascinare dal corso degli eventi, lui. Non può farne a meno.

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