Alfabeto ESPERIMENTI LETTERARI

Alfabeto Parte III – Z come Zavorra

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Noise
Scritto da Noise

Se quella che sta per cominciare fosse semplicemente una storia, sarebbe semplice spiegare di cosa si tratta. Ma questo è un viaggio da una costa all’altra attraverso le 21 lettere dell’alfabeto. Un viaggio diviso in tre parti, ogni parte “conta” sette lettere.

In fin dei conti è uno schema, un adattamento a uno stile di vita: la paura di non riuscire più a mettere un piede dopo l’altro.

Alfabeto

Parte III – Ritorno

Z come Zavorra

 

 

A che pensi?” Chiesi a Ginevra appena notai il suo volto che si rabbuiava.

A niente.”

Sicura?”

Sì.”

Sicura, sicura?”

Lei si limitò ad annuire e sorridere, eravamo in giardino e allungai la mano per prendere un filo d’erba per farle solletico sotto il naso.

Così sorridi.” Affermai per giustificarmi.

Smettila. – Lei allontanò la mia mano dal suo viso e rimase a guardarmi. – Sai, ci sono alcune domande alle quali la maggior parte delle persone è incapace di rispondere. Non perché ignorino la risposta, ma solo perché vengono spiazzati dalle domande stesse.”

Meno male che non pensavi a niente.”

Se ogni tanto non ti sorprendo, poi ti stanchi di me. Ci stendiamo sull’erba?”

Questa domanda fa parte del gioco?”

Forse.” Lei prese e si stese a terra, era lei a guidare il gioco.

Rimanemmo così per un po’ col naso in alto a seguire le scie delle nuvole.

Hai mai notato che qui il cielo sembra vicinissimo, a volte penso che semplicemente allungando la mano riesca quasi a toccarlo.” Disse lei dopo un po’.

Non alzo più gli occhi ultimamente, guardo soprattutto dove metto i piedi.”

Hai paura di inciampare?”

Deglutii, totalmente incapace di parlare. Poi presi coraggio e misi in fila alcune parole.

Sai a volte penso che le torri siano le uniche cose visibili dal mare e che noi ne facciamo parte, anche solo come due puntini.” Non riuscii a rispondere direttamente alla sua domanda, divagai e lei mi lasciò fare.

Quella sera prima di andare a dormire scrissi per Ginevra. 

È vero, siamo solo in due, quelli che oggi come noi vogliono rischiare. Io ho fatto del male a me stesso perché ero allo sprofondo e non riuscivo a fare l’ultimo passo. La cicatrice che hai toccato è un tentativo mal riuscito di suicidio, anzi no. È la sua testimonianza, ti è chiaro?

È anche l’emblema di quello che provo quando amo qualcuno, come lo sono le incomprensioni e i dissidi che naturalmente vanno a crearsi, ma ti accorgerai che la paura di perderti è vera e la vivo ogni giorno e poi c’è il disincanto…

Io ho fatto tutto questo per te, ci ho provato, mi ci sono sforzato e le persone che ti erano attorno, che già ti frequentavano prima di conoscermi e di conoscerci, nemmeno mi salutavano e io, stranamente, ne sono contento perché hai visto il mio mondo, hai conosciuto i miei amici. Adesso mi sto mettendo a nudo, sto scrivendo per un’altra persona, lo faccio raramente, sto scrivendo per te ed è l’ultimo passo, quello di un equilibrista senza più rete che si abbandona, che lascia andare le poche cose che gli sono rimaste: un paio di guanti, una giacca che sì, è vecchia e logora, ma è sua e che ha deciso di lasciarsi alle spalle perché ha deciso di vincere la morte a modo suo.

Ha deciso lui quando e come morire.

Oggi pomeriggio ho capito che di più non posso avere dalla vita se non un posto all’ombra in cui riposarmi, perché devo andare sempre avanti e sudare e correre e sentire il battito del cuore e adesso solo il respiro mozzato in gola.

Un taglio netto e definitivo, come quello di una giacca.

Mi hai svuotato, Ginevra.

Quel giorno, diversamente dal solito, mi svegliai presto e andai a fare un giro per l’isola, volevo che Ginevra trovasse solo le mie parole e non me. Forse la mia fu solo codardia.

Anche se passavo molte giornate all’aria aperta, sull’isola cominciai ad assaporare la pigrizia. Passavo intere giornate a letto e l’ultima cosa che avrei voluto fare in quel momento era togliermi di dosso quella patina di ozio che avevo pazientemente creato dal mattino, ma quello stesso giorno decisi di scrivere una lettera ad Andrea. Non avevo bisogno di una risposta, per me l’importante era stato scrivergli.

Ricordo quando abbandonasti l’università dopo due anni di insuccessi e cominciasti a girare con una macchinetta fotografica a cercare street art. Cominciasti collezionando prima murales fatti con lo spray, poi le statue umane, quelli che, completamente truccati e vestiti con un piattino davanti, aspettavano che qualcuno buttasse un soldo per fare un solo movimento e infine veri e propri artisti di strada come giocolieri sputa fuoco e altro. Sei sempre stato tirchio, aspettavi che qualcun altro pagasse le statue umane per poterli fotografare in movimento.

Col tempo ho imparato che era altro il tuo stile di vita, in tanti anni in giro per il mondo avevi imparato a ridurre i costi al minimo. Poi, quando cominciai a prendere decisioni all’interno del giornale, ti commissionai i primi lavori. Poi, il lavoro mi sommerse e il matrimonio fece di più. Prima di sposarmi con Felicita non avevi nemmeno bisogno di avvertire di una tua visita. La tua presenza nella mia vita si fece sempre più flebile, non ho mai capito che tipo di astio ci fosse fra te e Felicita. Io, in mezzo, mi feci prendere dagli eventi, smisi di cercarti come facevo un tempo. Ogni tanto ti facevo venire al negozio, ti invitavo a casa mia e di Felicita, ma ripetutamente rifiutavi.

Felicita, per dimostrarmi quanto ti disprezzasse, quando fece le valigie per andarsene da casa nostra si ritrovò il tuo libro fotografico che molto faticosamente ero riuscito a far pubblicare dallo stesso editore del giornale. Mi è rimasta limpida l’immagine di Felicita che lo prende, lo soppesa fra le mani e lo lancia con tutta la rabbia che aveva in corpo dalla finestra aperta.

Così, passarono gli anni e di un’amicizia nata per strada e cresciuta fra i banchi di scuola di scuola, si persero la maggior parte delle tracce.

Il politico illuminato è quello che propone un giusto programma elettorale e poi chiedere l’approvazione del popolo. I dittatori, che di illuminato hanno ben poco, l’approvazione del popolo la ottengono col terrore altrui.

Felicita tremava per ogni mia azione e non per paura. Ogni suo tremito era dettato dalla rabbia. Persino durante l’orgasmo sentiva rabbia piuttosto che piacere ed io ero convinto che quei lamenti erano merito solo della mia virilità e non dell’odio che lei provava nei suoi confronti. Negli ultimi tempi io e Felicita non facevano nemmeno più l’amore, lei si limitava a darmi piacere senza provarlo. Era l’unico modo che conosceva per essere quanto più lontano da me.

Ho provato sulla mia pelle cosa vuol dire vivere con una donna impossibile. Lei pretendeva che vivessi secondo particolari accorgimenti che non destassero troppi problemi con le persone che avremmo potuto incontrare quotidianamente. Sì, ti scrivo questa cosa perché non c’è nulla di coraggioso nell’accettare le cose in modo passivo. Non capisco perché non riesco a prendere una posizione, ad arroccarmi sulla mia torre e scoprire con gli occhi ciò che è invisibile al resto, inutile agli altri. Mi spaventano troppo le scelte affrettate, ma ne sono succube e di solito me ne pento: venire sull’isola è stata una scelta affrettata e ora come ora non riesco a pentirmene. Quando mi ritrovai seduto su di un pino legai sotto un ramo una corda per farne un’altalena. Salire e scendere senza mai veramente cadere, forse a questo serve. La strada che mi ha portato fin qua è stata stancante, sfibrante, snervante, ma, allo stesso tempo, breve. Il cammino è articolato e i piedi si sono consumati. I graffi che porto in viso, le cicatrici che porto in corpo sono il frutto del mio vagare. Non vorrei ricominciare per nessun motivo. Però mi tocca ricominciare.

Il cammino, intendo.

Non ho ancora deciso se gli avvenimenti che mi hanno portato fin qua sono stati una serie di disgrazie o meno.

A che serve illudersi di avere una corazza, una pelle da serpente che cade a ogni stagione? Vorrei sapere cosa non va nel mio corpo.

Cari saluti, Bruto.

P.S.

In fin dei conti cos’è un colpo in più? Solo un altro ematoma da assorbire per l’organismo, sì, ma io sono stanco di ricevere colpi, ho voglia di arrendermi, di abbandonare tutto, di finirla qui e lasciarmi alle spalle molto di quello che mi è attorno. Un corpo è solo un corpo, un insieme di nervi, muscoli e sangue. Un corpo non ha coscienza, l’hanno i suoi nervi e i suoi muscoli. Il sangue lo lascia in vita. L’aria che respira, l’acqua che beve, la terra che calpesta sono tutte conseguenze.

In fretta scesi giù in strada per spedirla alla buca delle lettere più vicina, poi tornai subito a casa, Ginevra e Santiago erano in cucina a preparare delle conserve, li salutai velocemente e uscii fuori al balcone.

L’aria da lì sopra mi sembrava la migliore dell’isola, mi girai verso la cucina. Li vedevo sorridere e lavorare assieme.

Mi illusi che ero stato io l’artefice di quell’unione sghemba. Mi tolsi la giacca, la piegai, mi sfilai gli occhiali e li posai sulla giacca. Mi sistemai il colletto della camicia, provai a sistemare i capelli mossi da quel vento così forte.

Misi un piede sulla ringhiera, lo seguì l’altro.

Ero sul corrimano, sentivo sotto i piedi le viti che reggevano i fili della biancheria e il vento che mi sferzava il viso.

Guardai a terra, l’isola intera si apriva davanti a me.

Pensai al sorriso di Felicita e per l’ultima volta, crollai.

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RISPOSTA DI ANDREA A BRUTO

Bruto, perdona il ritardo con cui ti rispondo, ma ero via per un servizio fotografico. Sono tornato a casa, la vicina che mi occupa la posta e paga le bollette per conto mio non mi aveva avvertito di questa lettera privata, convinta che fosse un assegno da parte del giornale, visto che la maggior parte dei quali venivano spediti a nome tuo.

Perché uno può tornare alla vecchia vita, quella cittadina, quella che sa di abitudine, e torna anche l’occasione di mettersi in pausa e scoprire che anche se ci si ostina a cambiare, non ci si riesce mai fino in fondo. Viviamo in una crisi dei sentimenti e non lo capiamo. Siamo ciechi. Non ci voglio credere che un uomo non provi a fare l’impossibile per non affondare col proprio lavoro prima di cambiare faccia e trasformarsi in altro. Tu così hai fatto.

Poi, hai avuto sempre questo talento: le persone che ti vedono si affidano subito a te, ti raccontano la loro storia.

Non ci ho capito niente in quello che mi hai scritto, eppure ci ho provato. Provare a decifrarlo è stato uno sforzo inutile.

Il mio numero di telefono lo conosci, se vuoi che venga a trovarti sull’isola, non esitare a chiamare. È vero, ultimamente ci siamo sentiti poco, ma siamo sempre una squadra così come lo eravamo da bambini.

Tuo, Andrea.

 

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RISPOSTA DI GINEVRA AD ANDREA

Ciao Andrea, noi non ci conosciamo. Ma Bruto mi parlava spesso di te, quindi io un po’ ti conosco. Purtroppo devo comunicarti una brutta notizia: Bruto non è più tra noi. Ci ha lasciato senza dire una parola, è salito sul balcone di casa nostra. Vorrei che ci fossero parole migliori, ma l’unica cosa che so usare è la verità: Bruto si è ammazzato.

Ha lasciato delle cose dal posto in cui ha deciso di buttarsi e fra queste c’era anche una specie di diario su cui scriveva sempre.

Scrivere è un po’ come poggiare a terra lo zaino durante un lungo viaggio, pesa troppo, inizi a guardarci dentro, selezioni quello che serve e quello che si può lasciare a valle, dentro rimane solo il necessario, la salita è faticosa e tu sei stanco. Bruto è sceso troppo in fretta. Si è sempre chiesto: “Cosa mi lascio dietro?” perché la sua, in fin dei conti, potrebbe essere una storia vera.

Ogni storia può essere vera, è il modo in cui è raccontata a renderla tale.

Ti invio tutto quello che ha scritto, forse tu riesci a scoprirci qualcosa. Non so dirti quando scriveva, era sempre attorno alle sue statue o in giro per l’isola. Ogni tanto andava sulla spiaggia, ma ti assicuro che non c’è mai stato un ragazzino di nome Santiago fra di noi e non so se conoscesse per davvero un pescatore di nome Vinicio.

Arrivo al punto di chiedermi se tutto quello che mi ha raccontato è vero, Felicita e tutto il resto. Terrò qualcosa di suo per me, ma di certo non voglio questo diario. È stato un bene per me incontrare Bruto. Mi è stato utile per superare un periodo difficile. Se vuoi, vieni a trovarmi sull’isola e prendi la roba di Bruto che non voglio tenere, ma che non riesco a buttare. Il diario te lo spedisco, il resto te lo conservo.

Aspetto una tua risposta, Ginevra.

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Conclusioni, dal lato della folla: E chissà se Ginevra risponderà mai.

Sono Noise e vi ringrazio se siete arrivati fin qua. Per me, come ho sempre detto, Alfabeto si è trattato di un viaggio. Cominciato parecchi anni fa ed arrivato qui, portandomi in tanti altri luoghi. Ringrazio chi mi ha accompagnato nei primi passi, chi mi ha distanziato di molto e chi senza nulla a pretendere, mi ha abbandonato. Ringrazio logicamente il blog e tutti quelli che ne fanno parte, primi e attenti lettori di tutto ciò che scrivo.

Forse Ginevra avrà altro da dirmi, non lo so. Avevo bisogno che Alfabeto finisse per cominciare un nuovo cammino, sperando di avervi tutti al mio fianco e magari qualcuno di nuovo.

Poso la penna, prendo un respiro e vi saluto. Noise.

 

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Sono Noise, il rumore. Sono il battito del cuore e l'affanno del respiro. Sono il ticchettio che ti tiene sveglio la notte. Sono il ronzio che ti perseguita assieme all'afa estiva. Sono il disturbo di frequenza mentre cerchi la tua stazione radio preferita. Sono i tuoi passi che battono sull'asfalto quando vuoi stare da solo. Il rumore ha un colore e una voce, la mia.
Lasciatevi andare alla brezza del mare, perché il rumore delle onde è forte.
Ho una casa o meglio un club e puoi trovarmi là: noisclab@gmail.com

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