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Una nuova generazione

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Scritto da rosaelefante

Una nuova generazione

 

D’improvviso, così com’è solito che accadano eventi tragici di tale portata, sulla Terra giunse l’Apocalisse. Fu un avvenimento imprevisto, completamente caotico, e non c’è da stupirsi che poco ci volle perché l’intera umanità sprofondasse nel panico fino alla gola.

Pochissimi gioirono, tra loro qualche pazzo profeta con le pezze ai piedi e i cartelli unti appesi al collo (“VE L’AVEVAMO DETTO CHE PRIMA O POI SAREBBE ACCADUTO!“), e in effetti, mannaggia la miseria, avevano ragione loro. Una voce altezzosa risuonò di punto in bianco su tutta la terra, nell’iniziale sbigottimento di chi stava in quel momento sorseggiando caffè al solito bar o scippando un’anziana dei suoi miseri averi in un losco sottopassaggio di periferia. Il cielo si fece scuro e come accade al supermercato quando le commesse richiamano all’ordine le proprie colleghe, allo stesso modo Dio annunciò la fine.

Che fosse proprio Lui, il Dio delle sacre scritture, questa fu l’interpretazione di qualche occidentale pallido e devoto. Più a Sud, nelle desertiche regioni subsahariane, mandrie di uomini scuri si gettarono a terra invocando avi mummificati. In Oriente, dall’alto del lucente minareto di chissà quale moschea, al grido di “TAKBIR!” risposero in coro milioni di “ALLAHU AKBAR!“; pure i musi gialli del Sol Levante cedettero sotto il peso di quella voce tuonante che squassò il cielo di un qualunque mercoledì mattina, mentre a Nord, tra i ghiacci, genti rivestite di pelliccia levarono gli occhi verso quell’azzurro sbiadito che spezzava un po’ la monotona sinfonia dei ghiacci, quasi se lo fossero aspettato, socchiudendo le palpebre per proteggersi dal vento e abbandonandosi all’ultimo divino prologo della loro esistenza.

Gloria al Dio del più alto dei regni, sia fatta la Mia volontà. Io che con i Miei infiniti poteri decisi di donare a voi, abitanti della terra, la vita, me la riprendo oggi come Mio dovere e diritto. È giunta l’ultima ora, Mie creature, che il destino vi sia fausto. La spada che forgiò la terra calerà quest’oggi a porne la fine, così com’era previsto, e non vi sarà pietà per uomini o animali, ma tutti verrete posti di fronte al MIO supremo giudizio (che egocentrico, quel Dio malvagio). Pentitevi, se ne avete il tempo: spetterà ai buoni un seggio argenteo nel regno degli dei, bruceranno nell’oscurità i malvagi, coperti di guano e punti dai calabroni. Ascenderanno al cielo i giusti, risorgeranno i morti e pure loro verranno da me giudicati, finché Io e solo Io, l’onnipotente ed eterno, avrò finalmente posto su questo pianeta la parola FINE.

Un lungo silenzio scese tra le creature dell’intero pianeta. Troppo increduli per ragionare, troppo bestie per proferir parola.

“Alleluia!” fu il primo grido che stracciò l’aria. Un fulmine carbonizzò con uno ZZAC! fumettistico il pover’uomo che tali parole aveva osato pronunciare.

“Allah è grande!” urlò un altro, inginocchiato su un tappeto di sterpi.

ZZAC! Stessa misera sorte del cristiano prima di lui.

“Oh Cristo!” bestemmiò una donna terrorizzata.

ZZAC!

“Per tutti gli dei!” esclamò un vecchio.

ZZAC! pure a lui.

“Mazel tov!” gridava una coppia di sposi di fronte ai cocci della loro unione appena nata.

ZZAC! entrambi bruciati.

“E ora?”

ZZAC!

“Oddio!”

ZZAC!

“Porca puttana!”

ZZAC! ZZAC! ZZAC!

In poche ore l’intero pianeta fu avvolto dalle fiamme; nubi di vespe grandi come Api (il treruote, si intende) sciamarono dalle foreste verso le città e attaccarono donne e uomini indistintamente; dal mare giunsero onde di 40 metri, compatte come eserciti nella loro avanzata verso la costa, divorando spiagge bianchissime ed ecomostri. Eruzioni vulcaniche e terremoti devastarono metropoli, trascinando vetro e ferro e corpi verso il buio fondale dell’Ade. I fortunati che avevano trovato rifugio sopra le colline, vennero abbattuti da fulmini terrificanti.
Chi si nascondeva nelle grotte subiva una sorte ancora più atroce, annegato o sepolto vivo dal crollo delle pareti di roccia sotto cui aveva cercato riparo. Le acque sommersero l’Africa quasi per intero, e lo stesso fu per l’Asia, fatta eccezione per le alte punte tibetane e pochi arcipelaghi più a est.
Le Americhe subirono tempeste di fuoco e terremoti devastanti, maremoti incredibili e piogge di sangue. In Europa la temperatura si fece così calda che nel giro di poche ore quasi tutta la Germania era ridotta ad un gigantesco, profumato arrosto concettuale. La Francia, manco a farlo apposta, subì un’invasione massiva di lumache, che ridusse Notre Dame in polvere e gli Champs-Élysées in zuppa; nel Mezzogiorno italiano, stormi di fenici (sì, avete capito bene, fenici!) attaccarono i pescatori mentre branchi di leonesse inferocite furono viste sbranare vecchi inermi e giovani chini per un ultimo Amen disperato.
A Nord, se ancora le indicazioni geografiche siano da ritenersi di qualche ausilio in un casino di tale portata, l’intero mezzo-stivale sprofondò lungo una faglia di dimensioni bibliche, trascinando al centro della terra Appennini e Alpi in un solo colpo. Verso il nord magnetico, nei paesi scandinavi, i ghiacci avvolsero ogni cosa per la breve gioia degli scienziati, mentre l’arcipelago britannico fu avvolto da una nebbia scura, tossica e velenosa, che diradatasi lasciò dietro di sé decine di milioni di cadaveri in avanzato stato di putrefazione.

Si potrebbe andare avanti a narrare all’infinito: i draghi sconvolsero quel che rimaneva della Cina, eserciti di locuste divorarono la Russia sin fino alle steppe, l’Oceania fu carbonizzata dall’eruzione simultanea di 42 vulcani; le violenze che seguirono la parziale distruzione del pianeta furono emblema del rapido inselvatichimento di ciò che rimaneva, ancora per poco, del genere umano: stupri ed esecuzioni, sacrifici agli dei e furti dell’ultimo momento, torture e atti di cannibalismo.
Chi al peggio non poteva ormai porre rimedio abbandonò ogni senno: ci furono colpi di pistola, di fucile, di petardo, colpi alle tempie e alle costole, colpi da dietro e colpi a vuoto, contraccolpi, colpi bassi, colpi di coda e anche colpi di fortuna, come quel tipo che, prossimo all’iniezione letale per l’omicidio della moglie, se ne stava già lì bell’e pronto sul lettino della cella: aveva chiesto perdono a tutti in punto di morte, alla sua famiglia, alla famiglia di lei, ma soprattutto a quel Dio qualunque che lui, stolto di un uomo, aveva tradito.
Ed ecco che arrivò l’Apocalisse e la sua figura, sciolte le cinghie che lo tenevano legato alla barella, venne avvolta da una nube dorata, e l’uomo, redento, ascese al cielo tra gli squilli di tromba e i festoni bianchi e i gonnellini sporchi dei cherubini.

Mentre, come il prologo ha sufficientemente annunciato, la terra veniva vessata da mali e distruzioni di ogni tipo e solo sporadiche anime vennero illuminate dalla luce della salvezza (al cui confronto i dannati furono di numero talmente grande che servirono diverse ore di Apocalisse per trascinare via tutti), vi fu un villaggio tra i Balcani, chiamato Spadgorijeti, in cui ciò che avvenne fu così meraviglioso ed incredibile che a stento anche i meno scettici che fin qui si siano addentrati nella lettura riusciranno a credere.

Come saprà chiunque abbia letto un testo sacro, o che abbia perlomeno prestato attenzione alle parole precedentemente pronunciate da questo Dio malvagio, Spadgorijeti, come tutti gli altri villaggi e paesi e città, era destinato a crollare sotto i colpi della punizione celeste. Rintanato sulle montagne, da decenni ormai in quello sperduto villaggio non vivevano che anziani pastori e decrepite contadine, quarantadue per essere precisi, senza tener conto di centrotrentadue pecore e sedici montoni, ventiquattro cani pastore, dodici maschi e dodici femmine, e una quantità infinita di denti marci e antiche tradizioni dimenticate.
Abitavano lì da tempo immemorabile, cibandosi di quello che la terra mai aveva smesso di donare loro e la speranza che un giorno lontano qualcuno li avrebbe finalmente condotti a miglior vita, tenendoli per il braccio come si fa con un po’ di pietà con gli anziani che riescono a malapena ad alzarsi dal letto per andare a pisciare.
Non che i decrepiti abitanti di Spadgorijeti desiderassero la morte, tutti sanno che anche un solo giorno di vita è un miracolo di natura, ma considerando ciò che quelle quaranta e poco più anime avevano visto e subito negli ultimi anni (privati dei nipoti e dei figli da guerre che altri desideravano combattere, le figlie rese schiave proprio quando i muri sembrava dovessero cadere e ora pure l’Apocalisse) non c’era da meravigliarsi che, abbandonato ogni rosario, se ne stessero sull’uscio delle proprie dimore aspettando che qualche meteorite si abbattesse sulle loro teste. Il giovane del paese, ottantaquattro anni appena compiuti, fu l’ultimo ad affacciarsi alla porta, seguito dal ciabattare claudicante dell’anziano compagno.

Successe che, nell’esatto momento in cui una palla di fuoco delle dimensioni di un piccolo yacht passò sibilando sopra le loro teste e andò a schiantarsi contro il versante nord della montagna che dominava la valle, il Capo del villaggio, novantaquattro anni suonati, e la moglie, novantasette, si presero per mano, guardandosi dritti negli occhi cisposi e velati di cataratta, e quasi l’avessero programmato da tempo presero a limonare con foga adolescenziale lì sulla soglia del loro rudere: le lingue che saettavano alla ricerca delle labbra, le mani avide che frugavano sopra e sotto la sottana sbrindellata, i bottoni che saltavano, i pochi capelli arruffati, la pelle che rabbrividiva al rude contatto di un corpo che ama; come quindicenni in una sala di cinema vuota i due si strinsero l’uno all’altra, caddero a terra, i volti e le membra ingiallite in un unico corpo raggrinzito e sudato, nudi come chissà quale antica madre li aveva creati in ere lontane.
E intorno a loro, gli altri vecchietti e vecchiette, dagli usci delle loro venti case sgarrupate, rimasero a fissarli con un misto di invidia e sorpresa, i pensieri combattuti tra il “non possiamo mica farlo qui, davanti a tutti“, “non mi si rizza dal ’67” e addirittura un “e le mie emorroidi?” pronunciate sottovoce dal giovane del villaggio al suo consumato compagno. Ma furono pensieri fugaci, roba di poco valore. Quando si è così prossimi alla morte, quasi la si può vedere in faccia; quando ormai non c’è più da render conto a nessuno e alla fin fine, diciamocelo, manco a quel Dio malefico che mai nulla aveva promesso e ora si permetteva pure di togliere loro quella terra che tanto a lungo li aveva nutriti e sorretti; quando ormai ogni respiro avrebbe potuto essere l’ultimo, fu questione di attimi prima che la piazza del paese (se così possiamo chiamare un campo di terra battuta su cui razzolava qualche sporca gallina) si trasformasse in un meraviglioso talamo a cielo aperto.
Tra meteore rosse che andavano e venivano, scosse improvvise e frane poco oltre la valle, ventuno coppie di vecchi contadini copularono in una magnifica orgia improvvisata. Fu incantevole osservare quei membri matusalemmici e raggrinziti rizzarsi in un ultimo, grandioso impeto, marmorei tronchi consumati dal tempo, vivi ancora una volta per chissà quale miracolo. E sentire le donne, quelle vecchie sdentate, ansimare senza ritegno, l’una accanto all’altra, chi sopra, chi sotto, chi ancora con le giunture funzionanti addirittura piegata ad angolo retto, altre avvinghiate al proprio consunto partner con le unghie infilate sotto le carni. E i vecchietti che spingevano sbuffando, le labbra ancora incollate a quelle dell’amata, il Capo del villaggio a dare il ritmo e gli altri, tutti così vecchi e così sorprendentemente vivi, a tenere il passo, su e giù, avanti e indietro, un po’ più su ODDIO, ECCO CI SEI, NON TI FERMARE CARO, quasi che quell’ultima marcia potesse rallentare il tempo prima dell’agognato epilogo.

Anche i cani e le cagne, più riservati, meno rumorosi, andarono ad accoppiarsi dentro le case, sui letti abbandonati dai padroni; e le pecore pure, ma essendo in questo caso i montoni in netta minoranza quelle cominciarono a darsi da fare le une con le altre, quel genere di cose che le donne tengono di solito come piano di riserva, quasi a non voler offendere la virilità dell’uomo.

E mentre l’aria già cominciava a scaldarsi intorno a loro (dovevano essere passate ore da quello spaventoso annuncio piovuto dal cielo) un unico urlo si levò infine dal villaggio, coprendo quei suoni infernali: urlarono le vecchie, bagnate dalla punta dei calli alle chiome argentee; guairono i vecchietti, sfiniti, esausti, soddisfatti, svuotati fino all’ultima ernia; gridò il giovane del villaggio e strinse i denti il suo compagno, ma sorridendo. Ulularono i cani, belarono le pecore e i montoni, un tappeto di piume si sollevò dall’aia: un orgasmo collettivo, l’epilogo di un coito di dimensioni bibliche, che lasciò in sospeso l’apocalisse e sorprese pure quel Dio, proprio Lui, che seduto sulla sua scrivania col sigaro in bocca, sommerso da cartacce e fogli strappati, non poté fare a meno di sporgere la testa oltre le nubi ed osservare ciò che era accaduto in quel villaggio appollaiato sulla cima di una montagna senza nome.

Fu una sorpresa non da poco, e quasi Gli passò per la testa di fermare tutto quel caos.

“CHE MI VENGA UN COLPO!

Ma ve lo immaginate cosa sarebbe successo a lasciare un’apocalisse a metà? Chi sarebbe poi sceso là sotto, tra le macerie delle nazioni e i mari privi di pesci, a spiegare ai sopravvissuti “Guardate, ci abbiamo ripensato…“?

Niente da fare, la decisione era presa da tempo. Eppure quel Dio non seppe trattenere le lacrime alla vista di quell’orda di vecchietti nudi e stesi sulla terra, le mani sinistre incrociate alle mani destre, le mani libere ad accarezzare il suolo, i visi sorridenti rivolti in alto oltre l’apocalisse incombente, nell’esatto punto del cielo dove si trovava Lui, il divino, quasi a scrutargli l’anima. Quei vecchietti insolenti scrutavano l’anima di Dio.

Rimase ancora qualche istante a guardarli, uno ad uno, fissandoli negli occhi con un’espressione curiosa dipinta sul volto, quindi spostò con un gesto secco delle mani alcune scartoffie dal tavolo e premette il bottone di collegamento con la segreteria:

“Giova’, mandami su Moira per favore.”

Attese qualche istante, masticando con freddezza il sigaro immenso.

La donna entrò di corsa e chiuse la porta alle sue spalle senza troppi complimenti.

“C’è qualche problema, Capo?”

“Nessun problema, cara.”

Moira era sudata e sporca di fuliggine. La lunga veste nera metteva in risalto le linee generose del suo corpo e le donava una regalità tutta femminea. Era ancora bellissima.

“Allora, se posso permettermi, perché mi hai mandata a chiamare?”

Dio fissò la donna dritta negli occhi. Le iridi, di un azzurro celestiale, cominciavano a velarsi lievemente di opaca vecchiaia. Sul volto, il sorriso forzato di chi ha passato la notte in bianco. La amava, terribilmente.

“Mi dispiace, mia cara. Sei stanca, non è vero?”.

La donna si ravviò un ciuffo di capelli con gesto esperto.

“Oh no, mio Signore. Ma è stata una giornata piuttosto lunga”.

“Abbiamo quasi finito”.

“Questo lo vedo”. sospirò quella, sporgendo gli occhi verso il pianeta ormai ridotto ad un cumulo di macerie fumanti. Dio si strofinò gli occhi con gesto infantile. Moira sapeva che quel momento sarebbe arrivato. I grandi dilemmi che assalivano Dio. La gente aveva ucciso per molto meno. Succedeva ogni volta, e ogni volta toccava a lei rimboccarsi le maniche ed evitare che tutto andasse a rotoli.

“Ricordi la storia di Sodoma e Gomorra?” chiese lui, alzando lo sguardo verso il soffitto.

“Una tragedia, mio Signore.”

“No, ti sbagli. Un errore, un terribile errore. E la faccenda di quei due fratelli… Com’è che si chiamavano?”

“Abele e Caino, ma non vedo come questo

“E quella cazzata degli ebrei e le piaghe d’Egitto…”

“Caro, eri giovane. Non credo che adesso

“No, Moira, amore mio, fammi finire.” Dio si strinse con dolore le tempie tra le mani. “Errori. Errori scellerati. Hanno portato a tutto questo. Invece di risolvere i problemi, ne hanno creati di peggiori. È colpa mia se pure gli uomini hanno cominciato a farsi la guerra, ad uccidersi tra loro, giustificando a nome di chissà chi le loro scelleratezze.”

“Con permesso, Mio Signore, ciò che è stato fatto, è stato fatto in TUO nome.

“Me ne hanno dati tanti, di nomi. Hanno provato a dipingermi, hanno eretto edifici a mio nome, ucciso schiavi e decapitato vergini immolandole a mia gloria. Sono diventati completamente pazzi! Ho provato anche a rimediare: Gesù me l’hanno crocifisso e poi retto a idolo, Maometto è diventato la bandiera di una turba di fanatici, A SHIVA HANNO AGGIUNTO DUE BRACCIA PER LA MISERIA!”

“…”

“Pure Turing mi hanno ammazzato…”

“…”

“Era necessario, lo capisci questo?”

“Lo capisco”.

“Bisognava fermarli.”

“Non è me che devi convincere”.

“…”

“…”

“Non voglio che questa storia si ripeta ancora una volta”.

Aspirò una lunga boccata di sigaro, sbuffando il fumo in grandi anelli verso il soffitto stellato del suo ufficio, prima di riprendere.

“Ricominceremo, come abbiamo sempre fatto. Ma questa volta le cose dovranno andare in maniera diversa. Ho sbagliato troppe volte. A che numero siamo arrivati?”

“Questa è la centosessantottesima, Signore…”

“L’ultima volta avevano cominciato ad accoppiarsi tra fratelli, i padri con le figlie, le madri con le cugine… La volta ancora prima quegli idioti lo fecero ESPLODERE il pianeta, per tutti gli dei!”

Moira sedette sulle ginocchia del suo amato e cominciò a passargli una mano tra i lunghi capelli bruni. Vide la luce brillare negli occhi di Dio.

“Non si tratta più di sceglierne un paio.”

“Cosa intendi?”

“Le matrici, gli impianti madre, i primi geni.”

“Intendi utilizzarne uno soltanto?” chiese la donna, tentando di nascondere un sorriso beffardo.

“Non essere sciocca. Uno non è abbastanza. Se ne scegliamo due, uno finirà, come sempre, per prevalere sull’altro. In tre si creeranno gelosie. Quattro, daranno vita a due fazioni. Cinque, e uno di loro morirà prima dell’alba. Sei, sarà di nuovo guerra. No, Moira, mia cara. Questa volta dev’essere diverso.” Disse ciò e con un piccolo gesto del capo indicò il pianeta sotto di loro, ormai ridotto in fin di vita.

“Ho bisogno che tu veda una cosa.”

Moira si affacciò alla finestra e fu in quel momento che l’occhio le cadde sul minuscolo villaggio sperduto tra le montagne, ancora intatto in mezzo a quella giungla apocalittica. Un gruppo di anziani, nudi e crudi, vegliava per un’ultima volta quella terra bastarda, figlia di un Dio che li aveva abbandonati a loro stessi, alle loro miserie e alle loro paure.

“La forma più pura di amore”.

“Vuoi ripartire da loro?”

“Già”.

“Non sono un po’… anzianotti?”.

“L’età non è mai stato un problema. E poi, essere noi ha i suoi privilegi”.

“…”

“…”

“E intendi salvarli tutti quanti?”

“Tutti quanti.”

Il giudizio universale si concluse in una mezza giornata: sparirono case e chiese, incroci e semafori, sparirono cascate e foreste e nidi di aquila, sparirono ladri e banchieri, sparirono baristi e sparirono dj, sparirono i maestosi elefanti grigi e le piccole farfalle della farina. Sparirono campi di grano, vespasiani intasati, code allo stadio, chiazze di vomito sui sedili dell’aereo, alberi secolari e alberi genealogici. Sparirono dalla faccia della terra scuole elementari e ospedali psichiatrici e supermercati vegani e bandiere degli Stati Confederati d’America. Sparirono leggi sciocche ed emendamenti, insulti, capi d’accusa, confini geografici, sparirono le grandi baleniere artiche e le loro prede, sparì la vicina della porta accanto, il suo cagnolino rognoso, sparirono canali tv per bambini, opinionisti gonfi di botulino e sparirono pure le antiche dimore dei signori d’Oriente. Per ultima, sparì anche la valle di Spadgorijeti, inghiottita dalle fiamme come il resto del pianeta. Ma prima che ciò avvenisse, un’enorme nube dorata si levò in cielo: al suo interno, viaggiava una comunità perplessa di vecchi pastori e contadine, quarantadue per essere precisi, senza tener conto di centotrentadue pecore e sedici montoni, ventiquattro cani pastore, dodici maschi e dodici femmine e qualche gallina ingrigita. La nube volò alta e luminosa in mezzo al caos dell’apocalisse, brillò tra le fiamme scure e sparì lontano. La terra, ridotta ad un cumulo di gas putridi e neri liquami, svanì dalla galassia con un PLOF smerdoleggiante.

“Dove ci portano, caro?”

“E io checcazzo ne so, Marija.”

“…”

“…”

“Credo di essere incinta.”

“Hai 97 anni, Marija.”

“…”

“…”

“Dici che ce l’hanno la via cavo?”

“Non lo so, Marija. Non lo so. Ma, ci puoi scommettere, se lassù non ci trovo manco una bottiglia di acquavite, a questo giro mi sentono.”

 

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Il rosaelefante nasce dalla testa di un cucciolo abbandonato.
Lo visita nel sonno, per placare i suoi incubi con il suono della tromba ed insegnargli a volare.
Svanisce in una nuvola al nascere del sole, ma tornerà tutte le notti, ogni volta in un sogno diverso, perché il rosaelefante è, anzitutto e soprattutto, un abile trasformista.
Sopravvive nascosto ai mostri dell'inconscio, ne assimila i segreti e quando cala la notte fugge, rapido e silenzioso.
Si rifugia nei sogni e, seduto su di una grande pietra, comincia a raccontare.

Io sono un rosaelefante e queste sono le mie storie.

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