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La situazione libica

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Ivàn Karamazov
Scritto da Ivàn Karamazov

La situazione libica

 

La Libia è uno dei punti centrali della politica estera mondiale, e per quanto riguarda l’Italia, è in assoluto il punto al primo posto. Dopo la deposizione e assassinio di Gheddafi nel 2011 il paese è precipitato in una fase confusa, in attesa dell’instaurazione di un nuovo equilibrio di potere, ma la recente infiltrazione di IS ha fatto rimpiombare in una situazione pericolosa un paese già nel caos.

È corretto dire che Gheddafi aveva l’autorità e il potere per tenere le briglie del paese, avendo il comando di un esercito regolare. Riusciva a tenere a bada le diverse fazioni sfruttando l’organizzazione dell’esercito e applicando la regola del dividi et impera. È invece scorretto dire che l’occidente ha abbandonato la Libia. Dallo scorso 2011 il consiglio nazionale di transizione, che ha brevemente retto il paese nel dopo-Gheddafi, chiese esplicitamente di non avere truppe straniere nel proprio territorio. Le ambasciate e le sedi delle istituzioni internazionali (ONU in primis) sono rimaste attive fino alla fine del 2014. Da elogiare il fatto che siano stati proprio gli ambasciatori italiani gli ultimi ad abbandonare Tripoli.

Al momento nel paese si confrontano due coalizioni militari, ognuna con il rispettivo governo e parlamento, più il terzo incomodo rappresentato da IS. Nell’est del paese (la Cirenaica) opera il governo di Tobruk retto da al-Tinni, internazionalmente riconosciuto perché scaturito da elezioni lo scorso 25 giugno. Questo governo appoggia le operazioni militari guidate da Halifa Haftar, un ex generale di Gheddafi. A parte la valida personalità di Haftar, questo governo rappresenta un’accozzaglia di diverse figure del mondo libico: ex membri e comandanti dell’esercito libico, milizie indipendenti e separatisti. La seconda fazione si chiama Alba ed è composta dai rivoluzionari puri, che non riconoscono nessuna personalità che abbia lavorato per il regime di Gheddafi. Il partito è composto da rivoluzionari (in particolare si citano le milizie di Misurata), forze più o meno islamiste, minoranze etniche e anche qualche gruppo legato al mondo del terrorismo.

l43-libia-mappa-cirenaica-120307142415_bigMappa della Libia.

In questo contesto la situazione non poteva che precipitare. Di fatto dall’estate scorsa il paese è in guerra, il culmine è stato raggiunto la scorsa estate (ne sentivate parlare?) quando le milizie di Alba hanno attaccato Tripoli distruggendo l’aeroporto, cisterne di stoccaggio del pregiatissimo petrolio libico e le sedi delle istituzioni statali. A grandi linee si può dire che da quel momento l’area ovest della Libia (la Tripolitania) appartiene ad Alba, mentre quella ad est appartiene al governo di al Tinni. La battaglia si concentra a Bengasi, principalmente con l’obiettivo di prendere il controllo dei pozzi petroliferi, nulla riesce a fare il commissario ONU Leon per cercare una soluzione alla guerra civile.

Cattura2Sì, sono variazioni percentuali.

In tutto questo si sono inseriti i combattenti di IS. In incubazione già dallo scorso anno, hanno iniziato a farsi vedere lo scorso febbraio, attaccando la città di Sirte ed avvicinandosi a Tripoli. L’esplosione di IS ha leggermente calmato i fuochi di guerra tra le due vecchie fazioni, ora entrambe impegnate ad arginare la nuova minaccia. Al momento IS sta combattendo ambe le fazioni, con Haftar impegnatissimo a fermare l’avanzata da Derna, che potrebbe compromettere il controllo dei ricchissimi campi petroliferi.

L’unica potenza estera ad intervenire al momento è stato l’Egitto di Al Sisi. Il sanguinario golpista che ha preso il potere in Egitto nel 2013 ha fin quasi da subito deciso di intervenire bombardando le postazioni IS, ottenendo il beneplacito del mondo occidentale e di parte dei paesi della lega araba. Il coinvolgimento di Al Sisi e il modo in cui è trattato dal mondo occidentale da una chiara idea di come la situazione mediorientale sia estremamente complessa e pericolosa.

La vecchia Europa e la NATO al momento stanno a guardare. Da una parte è giusto cercare di avere una chiara visione delle mosse delle pedine che si sfidano sulla scacchiera libica, dall’altra si cerca ancora di nascondere un mostro che in parte è stato generato dalla volontà di alcuni paesi occidentali.

Cercando di immaginare ciò che accadrà nel breve periodo è possibile fare delle considerazioni riguardanti il coinvolgimento dell’Europa, della NATO e dell’Italia:

  • Un intervento militare di terra italiano, anche sotto l’egida ONU, è impossibile. Le casse dello Stato non sono state sufficientemente sanate per sostenere un’operazione che potrebbe durare parecchio tempo, ma ancor di più non abbiamo un’opinione pubblica in grado di accettare vittime tra i nostri soldati. Nessun governo o presidente della Repubblica si farebbe carico di una tale responsabilità.
  • Al momento ci si preoccuperà di proteggere la produzione petrolifera che l’anno scorso aveva fatto segnare una buona ripresa. Le nostre navi da guerra pattugliano le coste libiche per evitare attacchi improvvisi alle piattaforme petrolifere, mentre si spera che Haftar sia in grado di proteggere gasdotti e oleodotti.
  • Il passo successivo sarà scegliere chi appoggiare per combattere IS, fornendo armi, supporto logistico e d’intelligence. L’intervento militare NATO (o di una parte dei membri) raramente andrà oltre le missioni di supporto e attacco aereo. Questo sarà sufficiente a fermare IS, ma non a sconfiggerlo, come ci sta insegnando l’esperienza Irachena e Siriana.

Sotto questo scenario ci si aspetta che la soluzione del problema libico impiegherà molto tempo. Con un Europa ormai incapace di agire, un Italia che ha completamente perso il controllo della difesa dei propri interessi e la minaccia più o meno costante di IS è difficile trovare una soluzione prontamente a portata di mano.

 

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