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BoJack Horseman, serie firmata Netflix fra depressione e ironia

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Rorschach
Scritto da Rorschach

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Netflix, sito web che permette grazie ad una quota mensile di guardare film e serie TV in modo del tutto legale, è già una solida realtà in quasi 50 paesi del mondo e si appresta a diventare un meno lontano miraggio anche in Italia. Oltre ad essere uno dei più famosi e cliccati portali web per lo streaming online è anche una casa che produce numerose serie TV. Fra i titoli più famosi House of Cards, Orange Is the New Black, Bloodline, Marco Polo e Marvel’s Daredevil.

Ma veniamo a noi, perché uno dei titoli meno mainstream nel Belpaese e in grado di stupire di più in fatto di qualità e contenuti innovativi, è senza dubbio BoJack Horseman, serie TV lanciata nel 2014 e creata dal semisconosciuto Raphael Bob-Waksberg. Nel cast, a prestar la propria voce ad alcuni personaggi, si presentano nomi più famosi come Amy Sedaris, Alison Brie, Paul F. Tompkins, Patton Oswalt, J. K. Simmons e, attenzione, Aaron Paul. La voce del protagonista è invece di Will Arnett (G.o.b. in “Arrested Development”, altra serie consigliata se cercate una tv-series dal gusto prettamente americano e dall’umorismo mai banale).

La sigla iniziale (con la musica composta da Patrick Carney, membro dei The Black Keys) ci trasporta nel mondo animato creato dalle matite di Lisa Hanawalt, un universo parallelo fatto di animali antropomorfi perfettamente integrati nella società, colori brillanti e accesi, atmosfere intense; un mondo surreale, ma allo stesso tempo spaventosamente realistico.

BoJack è un cavallo, una vecchia star del piccolo schermo divenuta ricca e famosa molti anni prima per il suo show Horsin’ Around. Il protagonista della serie non è altro che un classico anti-eroe in piena crisi di mezza età, totalmente incapace di affrontare la triste staticità che la propria vita ha assunto. BoJack vive nel suo passato fatto di una gloria fittizia e di fatto poco gratificante, rifugiandosi spesso e volentieri negli episodi della sua vecchia serie TV.

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Gli atteggiamenti degli animali rispecchiano l’animo delle persone, ma in parte riflettono quello che di solito noi umani pensiamo degli animali stessi. L’assoluta naturalezza nella quale convivono esseri umani e animali-umanizzati permette agli autori di creare gag comiche, ridicole e al limite dell’assurdo della durata sia di pochi secondi sia di interi minuti, con continui rimandi alle abitudini che gli animali avrebbero in un mondo “normale”.

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Eppure non è certo questa la caratteristica che rende BoJack Horseman una serie innovativa.
Il protagonista, infatti, doppo esserci stato introdotto in tutto il suo arrogante cinismo, con il suo alcolismo, la sua cattiveria machiavellica e l’auto-adorazione di sé stesso, dovrà affrontare un problema che, poco a poco, lo metterà a nudo: scrivere un’autobiografia con la ghostwriter Diane Nguyen. Tutta la prima stagione ruota intorno alla stesura di questo libro, con Diane (giovane e intelligente scrittrice vietnamita-americana) messa alle strette dall’insopportabile carattere del nostro protagonista.

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Ad aggiungere carne al fuoco ci saranno anche altri personaggi:

Princess Carolyn, amante e agente di BoJack, è una rosa gatta persiana in costante ricerca del guadagno facile a discapito delle numerose star dell’ndustria cinematografica Hollywoodiana;

Mr. Peanutbutter, vecchio “amico” di BoJack è un Labrador perennemente gioioso e amichevole, nonché fidanzato di Diane. La sua voglia di accontentare gli altri copiando ciò che fanno e dimostrandosi sempre cordiale lo renderanno odioso agli occhi di BoJack e amorevole ai nostri;

Todd Chavez, 24enne disoccupato e senza praticamente alcun talento. È ospite più o meno indesiderato nella villa di BoJack e il suo ruolo, dapprima marginale e irrilevante, diventerà sempre più paritario rispetto gli altri coprotagonisti della serie.

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Una delle caratteristiche più interessanti è la rottura dello “schema classico” da cartone animato satirico americano. Ci aspetteremmo, dopo le prime puntate, di assistere alla solita dinamica di staticità narrativa: la puntata inizia nella classica situazione di equilibrio, BoJack e Diane si mettono al lavoro per scrivere la biografia, accade un evento che porterà ad una serie di gag e di situazioni divertenti che verrà seguito, prima della conclusione, da un evento riparatore che aggiusterà le cose per portarci al punto di partenza. E così ancora e ancora in lunghi episodi autoconclusivi per intere stagioni.

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Invece no, perché la trama generale va avanti e i vari personaggi si denudano davanti ai nostri occhi e davanti a quelli degli altri protagonisti, il cambiamento è percepibile e si tocca con mano. Princess, nonostante la sua sicurezza, dovrà subire delusioni amorose e professionali che la renderanno più forte e più fragile allo stesso tempo, una povera donna di quarantanni che, nonostante i successi lavorativi, si riscopre tristemente sola. Mr. Peanutbutter affronterà con più decisione la sua vita sentimentale con Diane e il suo ingenuo e incondizionato amore canino verso di lei lo porterà a riflessioni profonde sulla natura del suo rapporto e su cosa sia più o meno giusto per lei. Todd si scuoterà di dosso l’aura di inutile fannullone per indossare quella dall’inutile fannullone nell’industria cinematografica mainstream, mostrando l’idiozia e il nonsense di fondo della società pop americana.

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E BoJack? Il nostro amorevole cavallo alcolizzato ci trasporterà nel mondo delle celebrità di Hollywood, mostrandoci l’anima di una persona in piena depressione e in perenne ricerca di amore da parte della società. Accettazione difficile da ottenere se si è un’arrogante star in decadenza che non riesce neanche a fare uno spot televisivo senza drogarsi. Il suo mettersi a nudo con Diane permetterà di mostrare un animo di fondo essenzialmente gentile, ma che, dopo un’infanzia di delusione, è stato ricoperto da una durissima corazza di cinismo.

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Il nostro protagonista, con il suo caratteraccio, ci trasporterà da un capo all’altro di una società alla ricerca di se stessa. Splendido il suo attacco all’esercito degli USA e al fatto che ogni militare venga chiamato (più o meno giustamente) eroe e la continua denuncia agli stili di vita delle celebrità americane rende il tutto tristemente deprimente focalizzando l’attenzione su quelle che dovrebbero essere le responsabilità del singolo e della società.

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A rincarare la dose di tristezza e di risate amare si aggiunge anche una componente fortemente sentimentale che ci colpisce proprio quando meno la si aspetta. Delusioni amorose, rapporti umani stuprati e gettati via, rimpianti e black humour ci sorprendono e ci strappano un sorriso triste seguito da un velo di sconforto.

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Tutto ciò che in questa serie viene affrontato viene anche smantellato: il sesso è la via di fuga per scappare da una vita vuota e senza sentimenti, la droga è la risposta alla mancata accettazione della realtà, l’alcolismo è la sopravvivenza di un uomo incapace di affrontare se stesso e la propria vita.
Ogni argomento, più o meno spinoso, viene trattato direttamente, con naturalezza, senza filtri.
Le amarezze e i pensieri dei protagonisti vengono esposti in tutta la loro efficacia e ci sorprendono fra una battuta e una scenetta paradossale ed è proprio questo che rende questa serie così divertente e dolorosa al tempo stesso.

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BoJack Horseman si rivela, quindi, un esperimento molto interessante in grado di divertire con battute intelligenti e trovate sagaci e, una volta abbassata la guardia, di tirarci una dolorosa ginocchiata nelle palle.

Le prime due stagioni sono al momento su Netflix Usa e da qualche parte nel nostro amato mondo dell’Internet (si trovano le puntate in sub ita della prima stagione abbastanza facilmente), aspettando la terza stagione prevista per il 2016.

Assolutamente consigliato.

PS: Visto i numerosi giochi di parole è consigliata la visione in inglese.
PPS: Ma quanto cazzo è bella la sigla?

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Rorschach

Studente di ingegneria, lettore di fumetti, bassista occasionale, amministratore e scrittore sconclusionato.
Non credo nelle descrizioni da blogger e quello che leggo su internet, non dovreste farlo neanche voi. Forse. Chissà. Meh. Fanculo.

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