Cronache di uno Studente Fuori Sede ESPERIMENTI LETTERARI

Cronache di uno Studente Fuori Sede. Capitolo 9: Santi e THC. Parte IX: Rabbia Lucida

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Rorschach
Scritto da Rorschach

“Cronache di uno studente fuorisede” è, fra le altre cose, un esperimento narrativo. La scrittura non è lineare, le frasi sottolineate indicano i pensieri che mi son balenati in testa, quelle in grassetto sono relative alla mia parte razionale e quelle in corsivo alla mia parte emotiva. Il risultato potrebbe sembrare strano e un po’ schizofrenico. Beh, lo è.
Se non hai mai letto queste Cronache inizia qua, se invece ti sei perso la Saga di Daniela inizia da qua.

—————————————

Andrea è entrato nella mia vita e ho mostrato la parte peggiore di me troppo presto, dopo aver passato una nottata a dir poco “strana” e aver scatenato la sua metamorfosi abbiamo iniziato a convivere in modo pacifico e abbiamo iniziato a legare bene. Da qualche giorno si è aggiunto a noi un altro coinquilino e tutto sembra possa solo far peggiorare le cose. Nelle ultime puntate ho disperatamente provato a far trovare una ragazza ad Andrea, ovviamente senza successo. In compenso ho ottenuto una lite con lui che l’ha spinto a tornar a casa prima. Al mio rientro trovo una decina di ragazzi e la situazione si fa più calda del previsto con Julian che sembra abbia tutta l’intenzione di farmi passare una brutta serata. La lite prende una piega inaspettata e scopro che Andrea ha provato a convincere gli altri ragazzi a darmi una lezione. Adesso lui e Lukas sembrano molto più amici di prima e questo mi preoccupa non poco. Ho provato a riavvicinarmi ad Andrea e Lukas invitandoli con me a cena fuori con altre sette ragazze, ma senza successo. In compenso ho avuto una serata piacevole con Bejun che poi s’è trasformata in qualcos’altro di meno piacevole.
Nell’ultimo episodio ho provato a farmi perdonare dalla cinesina invitandola a casa per una cena a lume di candela. Ovviamente qualcosa va storto e sospetto che i miei coinquilini abbiano organizzato un piano per farmi fallire. Dopo aver scoperto la strategia utilizzata i miei dubbi si riducono ad un solo sospettato: Lukas.
E Lukas me la pagherà.

Capitolo 9: Santi e THC

Parte IX: Rabbia Lucida

 

Dobbiamo fare attenzione, non dobbiamo fare errori.
Neanche uno.
Piano?
Vedrai.
Qua abbiamo a che fare con una personalità razionale, Lukas non è un cretino qualunque, credi davvero che basti qualche scherzo da idiota per mandarlo via?
Per chi mi hai preso? È uno spacciatore che tiene un fottio di roba nascosta in camera sua. Non ho bisogno di scherzi.

mhmhhh

Resto in camera tutta la mattinata e aspetto che Lukas e Andrea escano per andare a lezione. Rimango steso a letto per un’altra mezzora, per precauzione. Dita incrociate sul petto e sguardo sul soffitto.
Dopo un po’ mi alzo ed esco dalla camera dirigendomi verso la cucina.
Controllo fuori dalle finestre: una vecchietta cammina con delle buste della spesa e un ragazzo porta a spasso un cucciolo vivace di pastore tedesco, nessuna traccia di Andrea o Lukas.
Mi allontano dal vetro e imbocco il corridoio, faccio due giri della serratura della porta d’ingresso così da avere un avviso sonoro e un minimo margine temporale di fuga e mi avvicino in silenzio verso la porta dello studente di medicina. Attendo dietro il bordo in legno, la mia mano sulla maniglia. Faccio un respiro profondo, l’abbasso lentamente ed entro.

Sono dentro la tana del bianconiglio.

Mi addentro fra magliette, pantaloni e scarpe, facendo ben attenzione a non spostare nulla. La mia paranoia è arrivata a livelli estremi, ho persino indossato i guanti invernali per paura di lasciare impronte.

Patetico.
Fattiifattituoi.
Anche solo entrando qua dentro avrai lasciato dei capelli e tracce di og-
FATTIIFATTITUOI!!

Comincio a rovistare nell’armadio e trovo solo camicie, pantaloni firmati e cravatte: non voglio metter troppo disordine in giro, voglio che la mia presenza non venga minimamente notata. Dietro dei cartoni per vestiti trovo delle boccette in vetro marrone, le lascio in sospeso per dopo e mi avvicino a quello che dovrebbe essere il piatto forte: il comodino.
Un posacenere con resina scura e annerita ai bordi è circondato da polvere, accendini e il solito grinder argentato. Poggio la mano sull’ultimo tiretto: quello che io sceglierei per nascondere qualcosa.

Gli occhi si aprono sempre di più man mano che il bordo in legno scorre lasciando intravedere il prezioso contenuto: mutande.

Merda.

Provo a frugare un po’, ma non c’è nulla da fare. Non c’è nient’altro.

Proviamo con il secondo cassetto.

Anche qua la mia mano tira via la maniglia, son ancora pieno di aspettative e vengo ancora una volta deluso. Mi ritrovo davanti solo un pacco di sigarette, dei preservativi, polvere e calze.

Porca troia… Forse abbiamo capito male.
Ne manca uno…

Per la terza volta afferro la maniglia del cassetto e per la terza volta mi mando al diavolo: magliette intime invernali. Della Cottonella.

Si tratta bene il pupo, eh?
Dove cazzo nasconde la roba?!?
Non resta che ammetterlo: quella sera abbiamo sentito male… Probabilmente la roba grossa la nasconde meglio da qualche parte.
Avrà dei posti migliori immagino.
E io che speravo di fotter-

Sto rimuginando fra me e me finché non lo noto. È nascosto in fondo fra le magliette intime: un cilindro di tabacco. Il mio senso di ragno inizia a pizzicare.

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Scosto piano i vari strati di cotone blu e grigio con attenzione reverenziale e afferro la confezione fra le dita iniziando a sudar freddo.

La poggio sulle magliette sollevando piano il bordo in plastica fra pollice e indice. Deglutisco debolmente.
Il tappo si schiude in un leggero *pak* e i bordi iniziano a separarsi lentamente dal cartone in un movimento armonicamente curvilineo.

ciao ciao lukas

Dopo qualche secondo davanti a me vedo un portapillole a chiusura ermetica completamente bianco e con una croce verde impressa sul tappo superiore. È circondato da sacchetti di plastica colorata pieni di pillole chiare, scure e gialle.

Ecco qua.
Ci siamo finalmente.

Afferro il sacchettino con più pillole, richiudo il coperchio della confezione di tabacco ed esco velocemente dalla camera.
Prima di richiudermi la porta alle spalle controllo la situazione dietro di me: dovrebbe essere tutto in ordine.
Torno in camera e apro il sacchetto. Ora non manca più nient’altro.

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Mi vesto velocemente infilando la busta ben chiusa nella tasca dei pantaloni ed esco di casa.
Missione: Via San Francesco, guardia di Finanza.

Quello che segue è, da questo momento in poi, qualcosa che non può essere direttamente scritto qua per ovvi motivi di privacy e legali.

Ci tengo a sottolineare che è assolutamente escluso che quella stessa mattina siano venuti in casa dei finanzieri con un cane antidroga. Allo stesso modo è assolutamente escluso che io abbia potuto fare una chiamata da un telefono pubblico a nome di un ricercatore dell’ateneo e contattare casa di Lukas e, dopo esser stato rimbalzato su vari numeri di cellulare, riuscire a contattare il padre dicendogli che avevo scoperto suo figlio a spacciare nell’istituto, invitandolo a ritirare suo figlio dall’eccellente università di Padova. In caso contrario sarei potuto esser stato costretto ad avvisare direttamente il rettore per sospendere il ragazzo e procedere per vie legali più forti. Sarebbe escluso, altresì, che sia nata una divertente discussione fra me e l’illustrissimo padre di Lukas. Una discussione che potrebbe esser stata pregna di minacce, prima, e promesse monetarie, poi. Questo ovviamente, se fosse successo, non avrebbe mai e poi mai potuto spingere i genitori a chiamare il figlio e a scoprire che, quella stessa mattina, era stato portato in centrale.

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Assolutamente. Escluso.

Allo stesso modo sarebbe improponibile pensare che Lukas abbia lasciato Padova dopo qualche giorno per via di questa faccenda.

———— Qualche tempo dopo ————

Sono sdraiato sul mio letto e giocherello con Peter. La porta della camera di Lukas si apre e sento dei passi urtare piano sulla superficie del corridoio.

Mi sollevo e raggiungo lo stipite della mia porta, appoggiandomi contro il bordo mentre mi gratto con noncuranza la pancia. Mi affaccio e lo vedo uscire con i genitori e altre persone (tra le quali è assolutamente escluso potesse trovarsi qualcuno dell’arma) dalla sua camera. Sta portando via tutta la sua roba e Andrea lo sta aiutando con un cartone di libri, cosa che io non ho la minima intenzione di fare.

I padre di Lukas è all’ingresso con una donna che mi rifiuto credere essere sua moglie, o comunque la madre di Lukas. La tipa avrà una decina d’anni più di me, occhiali da sole a lenti semiopache, capelli castani chiari stirati, indossa una costosa pelliccia color panna con qualche ciuffo scuro e lungo come orecchie di lince, zigomi lucidi da fard scuro, labbra rosse e gonfie. Il padre ha pelle abbronzata, mani ben curate, orologio dal quadrante in avorio e cinturino in pelle da coccodrillo, uno sguardo sormontato da sopracciglia austere e una folta barba nera e griglia gli conferisce un’aria distinta.

Io: “Posso offrirvi un caffè prima che ve ne andiate?”
L’uomo si sfiora i gemelli ai polsi in un gesto del tutto identico a quello che Lukas ripeteva in continuazione: “No, grazie tanto Anon. Vorremmo partire il prima possibile.”
La ragazza si intromette seccata sbattendo le mani contro la giacca, facendo tintinnare braccialetti d’oro contro i bottoni lucidi: “Mamma mia che aria opprimente che c’è qua. Ho caldo.”

Grazie al cazzo, spocchiosa pompinara: è primavera e hai una pelliccia.

“Non capisco come facciate voi ragazzi a vivere un una situazione del genere.”
Sposto l’argomento: “Capisco. Quindi niente caffè. Okay.”

Mentre dico queste parole vedo il padre di Lukas voltarsi piano verso di me. I suoi occhi severi si spostano sottili dal figlio sull’armadio, poi sullo specchio e infine sui miei. Lo vedo riflettere mentre mi guarda increspando le labbra e socchiudendo le palpebre come due fessure ghiacciate.

“Ma io e lei abbiamo per caso parlato altre volte…?”

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La telefonata…
La v-v-voce…
M-m-m-merda…

Provo a parlare con un tono più acuto: “Oh, non credo. Questa è la prima volta che la vedo.”
I suoi pensieri si fanno più profondi, vedo la fronte corrugarsi piano. Qualche secondo di attesa e ricomincia: “Eppure son sicuro di averla già sentita.”
Faccio spallucce abbassando i bordi delle labbra verso il basso mentre sento il cuore iniziare a battere più forte.

È in quel momento che Lukas mi passa davanti guardandomi di soppiatto e porgendo le due valige al padre interrompendo il probabile interrogatorio.

L: “Vorrei parlare da solo con Anon.”
Barbagrigia: “Aspetta un att-”
L: “Dai pà, non rompere, tieni queste.”
B: “Lukas!!”
Lukas sbuffa sollevando gli occhi al cielo: “Sì, sì, okay, mi dispiace tanto, bla bla e tutto il resto. Adesso potrei parlare da solo con Anon?”
Pelliccia: “Per quale motivo?”
L: “Vorrei salutarlo. E poi non sono cazzi tuoi.” La congela con lo sguardo: “Non so neanche chi cazzo sei.”

Il padre sfiora il braccio della compagna sossurrandole piano vicino all’orecchio: “Dai cara. Andiamo.”
Barbagrigia e Pelliccia afferrano valigie e buste e cominciano a scendere le scale con altre persone senza degnarmi di uno sguardo né tantomeno di un saluto. Andrea resta lì con noi.

Lukas si volta verso di lui: “Vorrei parlare da solo con Anon, Andrea. Vale anche per te.” Si aggiusta il ciuffo con le dita: “Potresti lasciarci soli anche tu, per favore?”

Il cherubino lancia saette dagli occhi guardandomi, ma obbedisce e, senza dire una parola, inizia a portar giù il cartone di libri.

L’ex studente di medicina poggia una mano sul bordo della porta senza smettere di guardarmi, poi le da un leggero colpetto con le dita fino a farla chiudere.

Siamo rimasti da soli, uno davanti all’altro mentre scariche elettrostatiche rimbalzano fra di noi.

Dopo qualche secondo di silenzio Lukas comincia a camminare avanti e indietro per l’ingresso. I suoi passi sono lenti, eleganti e studiati, non mi da mai le spalle e non la smette di guardarmi. Solo il leggero tocco delle sue scarpe sul pavimento interrompe il nulla sonoro che ci assorbe come denso melasso dividendolo in intervalli temporali perfetti.

Io ho già chiuso i pugni e ho piegato le ginocchia pronto per lo scatto. Inspiro piano dal naso stringendo le labbra e irrigidendo gli addominali. Sono pronto.

Dopo qualche altro secondo il mio ex coinquilino cambia direzione e si dirige verso di me, mi si para davanti infilandosi una mano nella tasca.
I nostri sguardi sono a qualche decimetro di distanza e non si separano. Contraggo la mascella mentre ponderiamo entrambi le nostre possibilità.

Sfila la mano e mi mostra una sigaretta tenendola verticale fra di noi, poi se la porta alle labbra e, senza smettere di fissarmi, se la accende in un movimento lento e deciso con un bic rosso.

Inspira, mi guarda e si allontana verso la cucina dandomi le spalle e sedendosi sul bordo del tavolo.

L: “So che non vuoi che si fumi in casa, ma, andiamo… Sto per trasferirmi, non rompere i coglioni.”

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Che diavolo vuole…?

L: “Sai Anon, devo proprio dirtelo. Non credevo saresti arrivato a tanto. So bene che abbiamo iniziato sin da subito con il piede sbagliato e ci siamo divertiti entrambi a giocare ai maschi alpha con Andrea. Una specie di lotta del cazzo –ahah– dove entrambi volevamo assumere il controllo della casa. Lo capisco bro, ed è stato molto divertente, ma non credevo saresti arrivato davvero a tanto.”
Ho uno scatto: “COSA? Credi che l’abbia fatto per una questione di orgoglio? Ti sei mai reso conto della gente che mi hai portat-”
Mi indica puntandomi la sigaretta contro: “Sssshh… Non ho ancora finito.”

Inspira una boccata profonda e getta fumo scuro verso il lampadario: “Credi davvero che io non sapessi quali fossero i rischi di fare un lavoretto del genere in modo così irresponsabile?”

Si passa la lingua sui denti mentre fa ruotare lentamente il cilindro bianco pieno di tabacco fra le dita.

L: “Avevo perfettamente preso in considerazione tutto questo, ma farsi beccare davvero rimaneva comunque una probabilità molto bassa… Vabbè, immagino che ora il vecchio lì sotto penserà a farmi fare qualcosa di diverso, come se non si faccia anche lui, poi. Coglione… L’ho già convinto a mandarmi in Romania.”

Sollevo un sopracciglio scettico.

L: “Sì bro, ci sono facoltà di medicina private che… Vabè, non è necessario parlare di questo.”
Ruoto il busto facendo un passo verso di lui: “E di cosa vorresti parlare allora…?”

Le sue gambe dondolano avanti e indietro sporgendo dal bordo in legno.

L: “La cosa che mi stupisce davvero è sapere come hai fatto. Mi hai battuto sul tempo alla grande, complimenti.”
Ho un leggero sussulto: “Stai scherzando…? Non l’hai ancora capito che sono andato dalla finan-”
L: “Non sto parlando di quello.”

Non riesco ancora a capire quello a cui si sta riferendo.
C’è qualcosa che ci sfugge.
Mmmhh.

Io: “Lukas… Se non stai parlando della mia soffiata alla finanza… Di che diavolo stai parlando allora?”
Lo vedo passarsi una mano fra i capelli, aggiustandosi ancora il ciuffo chiudendo gli occhi.
L: “Anon smettila di giocare… Quello che ti sto chiedendo è sapere come hai fatto ad accorgerti dei preservativi.”

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Quella frase mi colpisce lasciandomi di sasso. Non so cosa rispondere.

Lukas scende dal bordo del tavolo e si sbatte una mano sulla fronte: “Cioè, voglio dire, con la cinesetta non hai fatto niente, no? E poi comunque te ne saresti dovuto accorgere solo dopo qualche mese, quando sarebbe stato davvero troppo tardi.”

Mi avvicino piano incrudendo la voce: “Lukas… QUALI PRESERVATIVI?”
Volta la testa guardandomi di lato sollevando scettico un sopracciglio: “Ma come quali? Quelli che hai nel cassetto. Quelli rossi. Quelli che ti ho bucato.”

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Per un attimo resto lì congelato senza sapere cosa dire: “T-t-t-t…”
L: “Non so, davvero non so come hai fatto. Volevo farti uno scherzo… Sì okay, uno scherzo un po’ pesante, ma ammettiamolo: ci detestiamo. Ormai perché negarlo…?”
Sbatte le mani sui quadricipiti: “Quindi volevo semplicemente rovinarti un po’ la vita. Ho fatto i tagli con una precisione assurda, erano impossibili da vedere… Davvero mi chiedo, però, come abbia fatto a scoprirlo così presto.”

Lukas cammina avanti e indietro per la cucina, lo sguardo spostato in alto sul soffitto. È quasi incazzato, ma più con se stesso che con me.
L: “Avevo anche già progettato di spostare tutta la roba che avevo qua a casa di un amico, mi hai fregato. PORCA PUTTANA.”
Il suo timbro si fa più rauco: “Un’altra settimana e ciao, non avresti più avuto armi contro di me. NIENTE.”
Si interrompe e si volta, la voce è ridotta ad un soffio: “Non c’è che dire, bravo.”

Il mio corpo è marmoreo e il sangue non scorre più nelle vene.

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Quali profilattici?
Ci aveva preparato uno scherzo?
Alla faccia dello scherzo!
Una burla da niente insomma…
Porca troia…
Se fosse andato tutto per il peggio…
Ci avrebbe DAVVERO rovinati…
Non ci posso credere.
Dobbiamo subito andare a controllarli.

Nella mia testa ho il caos e non so più a cosa credere.

Beh…
Visto che siamo in un momento di confessione…
Tanto vale dire la verità.

Mi avvicino a qualche passo da lui inclinando leggermente la testa.

Io: “Lukas.”
Si volta squadrandomi con noncuranza.
Io: “Non lo sapevo.”
La notizia viaggia piano e inarrestaile venendo assorbita con lentezza. Lo vedo interrompere la boccata alla sigaretta sgranando gli occhi secondo dopo secondo: “Come?”
Io: “Non lo sapevo.”
Si avvicina piano: “No aspetta, aspetta. Esattamente… COSA non sapevi…?”
Io: “Dei profilattici. Me l’hai detto tu adesso… Prima non ne sapevo nulla.”

Il silenzio ritorna nella sala.

Lo studente di medicina è decisamente nervoso e inizia a gridare: “E ALLORA PERC-”
Lo interrompo: “TE L’HO DETTO! Mi portavi un sacco di gente a casa. Tossici, ubriaconi, ragazzini… e poi…”
Socchiude gli occhi studiandomi: “E poi…?!?”
Ripenso alla nottata e stringo i pugni: “E poi mi hai rovinato la serata con Bejun…”

Lukas sbatte una mano sul tavolo: “CHE COSA?!?”
Il ricordo della serata mi scorre davanti e fa ritornare un impeto di rabbia in me: “Non fare il finto tonto. Ho assaggiato la macedonia, sai…? E indovina un po’…? Sai che gusto aveva?”
Lukas mi risponde allo sguardo senza dire una parola.
Continuo: “Beh, ti so dire esattamente quale gusto NON aveva: di macedonia, porca puttana! E prima di cena l’avevo assaggiata ed era a dir poco perfetta. Sai invece cos’è successo quando l’ho riassaggiata dopo cena? Prova a pensarci un attimo e immagina.”
Lukas si porta una mano sulla bocca chiudendo gli occhi: “Non ci credo…”
Io: “Sono uscito a vomitare perché il qua presente detentore di sostanze del cazzo mi ha voluto rompere i coglioni anche quella volta!”

Si allontana da me riprendendo a camminare avanti e indietro per la cucina afferrandosi il mento senza dirmi nulla per interi secondi.

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Il tempo passa e il mio ex coinquilino sfila un’altra sigaretta dalla tasca portandosela alle labbra.
Solleva lo sguardo dopo qualche minuto guardandomi: “E pensare che eravamo io e te a giocare ai maschi alpha…”
Il suo pollice scatta sulla ruota dell’accendino dando fuoco al tabacco: “Non… Non l’avrei mai creduto…”
Incrocio le braccia appoggiandomi al muro: “Creduto cosa…?”
L: “Non ci arrivi?”
Io: “No, illuminami.”
L: “Anon, Anon, Anon… Sei abbastanza intelligente da capirlo da solo.” I suoi occhi verdi fissano scuri i miei trafiggendoli mentre uno sguardo incredulo di posa sul suo volto: “Chi credi mi abbia suggerito di bucarti i profilattici?”

————Poco dopo————

Lukas esce di casa e comincia a scendere le scale.
Le sue scarpe sbattono contro il marmo e, dopo qualche secondo, si interrompono.
Vedo il mio ex coinquilino voltarsi e aggiustarsi, per un’ultima volta, quel suo setoso ciuffo di capelli fra le dita: “Ah, Anon… In centrale mi son reso conto che mancava qualcosa. Ovviamente no l’ho fatto notare per evitare altri casini… Ma tu hai per caso visto da qualche parte una boccetta di vetro marrone…?”

Ooops…

Gli rispondo spalancando un sorriso e mordendomi il labbro inferiore.
Lukas scoppia a ridere: “Ahahah Anon! Sei proprio un amabile figlio di puttana!!”

Lo sento riprendere a scendere le scale scomparendo pian piano dalla mia vista.
La sua voce mi raggiunge rimbombando fra le pareti.
“Peccato sia finita così, vecchio.”
Le sue scarpe scandiscono un ritmo di fredda malinconia.
“Chissà…”
La serratura del portone d’ingresso scatta in un click metallico.
“Magari in un’altra vita saremmo stati fratelli.”
La porta sta per richiudersi e, un attimo prima: “Addio, Anon.”

Torno in camera e riprendo a pensare. Sotto casa Lukas sta partendo e sta salutando Andrea per l’ultima volta. Dentro di me ho una confusione emotiva che non riesco a gestire.

Che si fa?!?
Non ci posso credere.
Io non so più a cosa pensare.
Non è possibile. Questa è semplicemente la sua ultima arma. L’unico modo che ha ormai per creare zizzania fra me e Andrea.
E se fosse stato sincero?
Su cosa?
Appunto, potrebbe aver mischiato realtà e fantasia fino a quando non gli faceva comodo.
Aspettate, controlliamo i profilattici.

Apro il cassetto e controllo ogni confezione di plastica. I bordi seghettati sono intatti, ma, dopo un’attenta ispezione noto su una faccia piana di ogni confezione una leggera ruga sulla sua superficie: sulla sottile parete in plastica era stato fatto un taglio sottilissimo con un taglierino per far uscire il profilattico. Poi i due bordi sono stati sigillati insieme con dell’attack. Durante un momento hot sarebbe stato impossibile scoprirlo, così come il buchetto sulla punta del serbatoio.

Mi siedo sul letto e inizio a riflettere.

Beh, Andrea da un certo punto di vista ci ha salvati.
Che vuoi dire?
Pensaci bene. Se non avesse truccato la macedonia con quella roba lì adesso avremmo farcito inconsapevolmente Bejun. Dovremmo regalargli un cesto di frutta…
Ah si, certo. Bel piano. Peccato che sia stato lui a suggerire questa cosa a Lukas.
Sei proprio sicuro che Lukas abbia detto la verità?
Cristo.
Che sia stato davvero Andrea a suggerirglielo…?
A che scopo?
Non è ovvio? Farci fuori.
Non ci voglio credere. Lukas potrebbe aver fatto la roba dei profilattici per i fatti suoi, così come quella della macedonia.
Beh, dobbiamo entrare nell’ottica che, di fatto, Andrea probabilmente ci detesta già dalla nostra prima sera insieme…
C’è solo un modo per scoprire fino a che punto possiamo credere a Lukas, ma dovremo esporci.

 

———— Epilogo ————

Mentana balbetta in televisione.

La situazione in meeh-… meeh-… meedio oriente si fa più inteeeehnsa con il…

Io e Andrea siamo seduti l’uno di fronte all’altro. Mangiamo in silenzio lasciando che il giornalista riempia il vuoto che ormai si è creato fra le nostre vite, come fossimo una qualunque coppia di sposi dopo due anni di matrimonio e illusioni scontratesi con la realtà.

Restiamo seduti avendo nulla e tutto da dirci e non sapendo come fare, entrambi con la convinzione di non averne più nessuna l’uno dell’altro e chiedendoci se valga la pena continuare questa farsa. O qualunque cosa sia.

Il nulla viene riempito dopo quelche minuto dalle parole del cherubino. Per fortuna non è davvero una donna, altrimenti sarebbe arrivato al sodo solo dopo mezzora di acuta e inutile vanvera snervante.

A: “Beh. Complimenti.”

Andrea affonda una forchetta negli spaghetti e comincia ad arrotolarne una decina.

Mastico leggermente giocherellando con dei pomodorini nel piatto: “Ho dovuto farlo, non ci sopportavamo più.”
A: “Certo. Quale modo migliore se non denunciarlo alla finanza?”
Poggio un pezzo di pollo e lo fisso incrociando le braccia sul tavolo: “Ho scoperto che mi aveva bucato dei profilattici e me l’ha confessato lui stesso. Mi ha detto tutto.”

Mantengo lo sguardo fisso sul serafino, voglio cogliere ogni sua possibile reazione. Lo vedo deglutire lentamente mentre sgrana gli occhi davanti al piatto che ha davanti. La sua reazione dura meno di un secondo, per poi provare a tornare impassibile come prima.
Continua ad afferrare spaghetti e a girarli con la forchetta facendo finta di niente ed evitando il mio sguardo: “Nooo! Ma dai… N-n-non ci posso credere…”

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Andrea, Andrea, Andrea… Sei proprio un attore del cazzo…

Il cherubino sbuffa piano e deglutisce vistosamente guardando la pasta nel piatto e massaggiandosi la cute della testa con le dita. I capelli biondi si muovono tremolanti: “Oh beh, immagino che non eravate proprio fatti per vivere insieme…”
Mastica il boccone nervosamente: “Anche se… è proprio uno scherzo di cattivo gusto! Ah-ah!”

Lo osservo distendere le spalle rilassato. Ogni suo comportamento lascia percepire colpevolezza, ma non posso crederci. Non voglio crederci.

Resto in silenzio, poi finisco di mangiare e mi alzo per lavare il piatto.

Mi avvicino al lavabo e insapono la spugna: “Sai Andrea…”
L’acqua scorre sul piatto sciabordando contro il fondo del lavandino.
“C’è anche un’altra cosa che mi ha raccontato Lukas.”

Mi volto e contraggo la mascella guardandolo: “Mi ha detto di chi è stata l’idea.”

Il cherubino resta guardarmi mentre sulla stanza scende una coperta fredda. Mentana, che tutto può e tutto vede, interrompe la diretta spostando il suo sguardo prima a sinistra e poi a destra sui nostri volti. Sta aspettando una reazione.

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È in quell’istante che posso vedere tutto il terrore sul suo viso. Andrea, lo stesso ragazzo che fino a qualche giorno prima era diventato un coinquilino pieno di sé e arrogante, adesso lascia cadere rumorosamente la forchetta nel piatto e sta quasi per mettersi a tremare. La sua bocca è aperta a metà, incapace di emettere qualunque suono. La sua vecchia indole di passivo piagnucolone ritorna a galla.

Lo anticipo con una scrollata di spalle e girandomi di nuovo verso il lavabo: “Ovviamente non gli credo. So bene che è stato lui il manipolatore.”

Chiudo il rubinetto e mi asciugo le mani lentamente fissando lo scolapiatti davanti a me ribollendo di rabbia: “È proprio un bene che se ne sia andato.”

L’angioletto comincia a balbettare: “B-b-b-beh certo che è proprio cattivo eh! C-c-cioè, dire una b-b-bugia del genere è d-d-davvero…”

Mi allontano dalla cucina passandogli alle spalle: “Buonanotte Andrea. Sono stanco.”
Mentre lo sorpasso il mio sguardo cade nel suo piatto: spaghetti al pesto affogano nell’olio e due pomodori sono al lato.

Credo che tutto questo non significhi niente. Poi quel verde mi entra in testa.

Spaghetti.

Quel verde che non dovrebbe essere possibile.

Al pesto.

Mentre cammino nella mia camera ecco che nella mia mente ritornano le immagini di qualche sera prima: sono in camera di Lukas e porgo due bicchieri di macedonia ai miei coinquilini, per studiare la loro reazione.

Il dialogo mi scorre davanti: “Aspetta, quale frutta secca?”
“Pinoli e noci.”
“Allora non posso, sono allergico a noci, pinoli, mandorle e cose così… Se la mangio devi portarmi di corsa in ospedale, ahah!”

Spaghetti al pesto.

Allergia ai pinoli.

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M-m-ma magari per quella marca non usano i pino-
Stai davvero ancora cercando scuse?
Andrea…
Non ci posso credere. Davvero, non ce la faccio.
Ci ha presi per il culo, l’ha sempre fatto.
Il manipolato è diventato il manipolatore.
N-n-non è vero…
Vedremo.

Vado a dormire e nella mia mente regna irrequietezza e sconforto. Non so cosa fare, non so a chi credere, non so fino a quanto spingermi.

 

———— Epilogo dell’epilogo ————

Mi sveglio il mattino seguente e faccio colazione con Andrea, dopodiché esco di casa e faccio finta di andare a lezione. Saluto l’angelo biondo e scendo le scale mentre tutto intorno a me il mondo è ovattato e incerto. Afferro la bicicletta ed esco di casa, poi faccio il giro dell’isolato e mi siedo su una panchina: voglio vedere Andrea uscire e sparire dietro l’angolo.

Dopo una ventina di minuti il mio coinquilino apre il cancello e va via, dileguandosi dalla mia vista e diretto verso la facoltà.

Aspetto altri dieci minuti, poi torno verso l’appartamento.

Risalgo le scale ed entro. Mi sfilo le scarpe e mi avvicino in camera di Andrea: ha chiuso la porta a chiave.

Perché farlo se fosse innocente e se non sapesse che sospettiamo di lui…?
Ah, vecchio mio. Vedo che stai diventando più scaltro.

Vado in camera mia e sollevo delle mutande in un cassetto, apro un vecchio portaocchiali da sole e prendo dei doppioni delle chiavi delle varie camere della casa.

Sono rimasto solo qua dentro per due settimane, caro Andrea.
E ho sconfitto la donna peggiore dell’emisfero boreale femminile…
Credevi davvero che non avessi imparato la lezione?

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Entro in camera sua e comincio a cercare.

Non mi ci vuole molto e la mia curiosità viene ripagata non appena apro l’armadio: vedo delle confezioni di tè dietro i suoi maglioni, una confezione di Portolac, una boccetta di vetro e dei biscotti.

Andrea al mattino beve latte e cereali, non ha mai bevuto tè e biscotti. Casualmente nel suo armadio ci sono biscotti dello stesso tipo che mangio io e lo stesso tè. Il Portolac è, poi, un tocco di classe in più rispetto al Guttalax, essendo praticamente inodore e insapore, al contrario del collega.

Dentro di me gioisco e soffro allo stesso tempo: Andrea non solo ha imparato bene, ma mi sta addirittura superando. Peccato che la vittima dei suoi piani futuri sia io.

Il mio stato di indecisione emotiva viene subito chiarito dopo qualche secondo. Afferro la boccetta dietro la scatola del tè e la ruoto per leggere l’etichetta. Ho un crollo.

Ipecacuana.

Oh, Andrea…
Non ci avevo pensato… Merda…
Eravamo troppo fissati sulla colpevolezza di Lukas…
Che abbiamo subito pensato a droghe e chissà cosa.

Svito il tappo e me lo porto al naso. Un concentrato di amaro ed erbaceo mi inonda le narici facendomi tremare la testa e strizzare gli occhi.

1422

Non ci posso credere.
Ha imparato fin troppo bene…
Guarda un po’, Lukas sembra abbia detto la verità… Andrea è stato la mente di tutto. Anche se… Cioè, perché “salvarci” con l’ipecacuana?
L’opzione più semplice è quella più probabile: voleva semplicemente rovinarci la serata.
Chissà quante belle risate si sarebbe fatto…
Andrea, proprio tu no…
Che t’aspettavi? Non volevi svegliarlo? Beh, eccoti accontentato.
E quindi è stato lui a fingere sottomissione con Lukas…
E se l’è spassata comunque.
Andrea…
Beh, io alla fine non mi meraviglio più di tanto. Considerando la nostra prima sera con lui… probabilmente ce lo meritiamo.
E crede ancora che gli abbiamo fregato quella cazzo di troia del Random Party.
Io lo ammazzo.




Come scusa?
Avete sentito bene. Mi ha deluso, fatto a pezzi, ferito. Non doveva… Ha manipolato Lukas contro di me sicuro del fatto che non avremmo mai sospettato di lui. E in più di una volta ha provato a vendicarsi… Quando ha capito che non ce l’avrebbe fatta direttamente è passato al piano B: metterci l’uno contro l’altro. E ovviamente aveva già investito sul cavallo favorito.
Io… Io non so cosa dire.
LO AMMAZZO.
Hey amico renditi conto anche tu di cosa ha pass-
TACI.
Ma!! C-c-che diavolo succede?!?

eye

Il mio sguardo trapassa la boccettina di vetro e la gola mi si stringe dolorosamente in un cappio amaro mentre un’irrazionale rabbia emotiva esplode dentro di me e mi fa perdere la lucidità.

Mi fidavo di te… Mi fidavo davvero. Non dovevi farmi questo.
Non dovevi, non dovevi…
Sei uscito di testa?!? CHE CAZZO TI PRENDE?
Io ti volevo bene, ti ho confessato cose che non ho confessato a nessuno, ti sono stato accanto quando stavi male…
Stavi male, stavi male…
OH CRISTO SANTO!
Sei stato quello che più vicino ad un amico ho avuto a Padova…
Amico, amico…
COSA DIAVOLO TI SUCCEDE?!?

Sospiro piano mentre il fallimento della mia storia con Bejun, la serata al Random Party, la rissa a casa, le vendette tra me e Lukas e l’insopportabile cattiveria domestica creatasi nel corso delle settimane convergono verso un’unica mente.

La più insospettabile.

Ti ho dato tutto…
Dato tutto, dato tutto.

Poggio la boccetta di ipecacuana sulla mensola mentre il mio sguardo si perde fra le fessure delle mattonelle ai miei piedi.

E me lo riprenderò.

agent james laugh

Clicca QUA per la conclusione della saga: Rabbia Folle!

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Immagine di copertina di Jacopo Borgogelli.
Ricordo che tutti i fan padovani (e non) possono mandarci i loro scatti. Una giuria popolare e imparziale (io) li sceglierà per farli diventare future copertine delle Cronache.

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Rorschach

Rorschach

Studente di ingegneria, lettore di fumetti, bassista occasionale, amministratore e scrittore sconclusionato.
Non credo nelle descrizioni da blogger e quello che leggo su internet, non dovreste farlo neanche voi. Forse. Chissà. Meh. Fanculo.

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