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Aidan, Post-Metal/Drone a Padova. Intervista a Michael.

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OsservatoreInquieto

È martedì pomeriggio, il cielo è terso e di un intenso indaco. Il vento freddo ci muove i capelli mentre mi incammino con Paolo verso il bar.

Paolo: “Secondo te come andrà?
Io: “Non ne ho la minima idea, hai portato le domande da fare? Mi avevi fatto vedere una bella lista su facebook.
No, non l’ho più stampata. Le ho tutte qui dentro.
Paolo sorride insicuro indicandosi la tempia con l’indice.

Perfetto.

Sorrido a denti stretti, penso una bestemmia e lego la bicicletta al palo.

Oh, benissimo. Siamo a cavallo.
Tu, piuttosto, gli hai detto che volevi intervistarlo?
No, lo incontreremo, compriamo i CD e poi -ta-dan- sorpresa! Una bella intervista.
Paolo chiude gli occhi, sospira e, questa volta, tocca a lui bestemmiare.
Credo che andrà malissimo.

Mi avvicino ad un tavolino e aspetto guardandomi intorno provando a riconoscere nelle espressioni dei presenti qualcuno dei volti visti e rivisti nelle foto dei concerti degli Aidan. Dopo qualche secondo un ragazzo dai capelli corti neri, occhiali dalle lenti rettangolari dagli angoli smussati, barba corta e piercing al lobo sinistro si avvicina a noi.

Eccovi qua! Piacere, sono Michael!

Inizia così.
Michael ordina una bionda piccola, io e Paolo due spritz al Campari, ci sediamo ad un tavolino e prendiamo le copie del loro ultimo album fra le mani: Témno, ultima fatica degli Aidan, gruppo patavino dalle innovative sonorità Drone e Post-Metal. Chi crede che questi due generi siano da associare esclusivamente a chitarre scordate, riff assordanti e frenetici ritmi scanditi dal doppio pedale non ha ben chiara la situazione e non si rende conto di quanto possa essere disturbatamente rilassante questa musica.

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Acquistiamo i dischi e iniziamo a scambiare quattro chiacchiere.

Beh, finalmente possiamo prendere questo gioiellino fra le mani!
Ahah! Grazie!
Bella giornata eh?
Eh già…

Le domande di circostanza cominciano e Paolo mi guarda sconsolato scuotendo la testa. Meglio arrivare subito al sodo.

Ecco Michael, oggi non ci siamo visti solo per comprare il CD. Insomma gestisco un blog di scrittura, recensioni ed altro il cui obiettivo è provare a tirar fuori qualcosa di innovativo e dare a chiunque abbia qualcosa da dire (e che sappia dirlo in modo decente) uno spazio.
Paolo alza il sopracciglio, sfila il telefono dalla tasca e incalza: “Quindi abbiamo deciso di fare qualcos’altro per oggi.
Già.

Michael ha smesso di rullare la sigaretta e ci guarda spostando uno sguardo congelato da destra a sinistra sui nostri volti.

Cioè?
Cioè adesso scatta l’intervista.
…Merda ragazzi non  mi ero prep-
Lo interrompo sorridendo: “Troppo tardi!” Lo rassicuro accendendo il registratore sul tavolo: “Tranquillo andrà bene, sarà solo una chiacchierata.”

Siamo tutti e tre agitati e nessuno vuole ammetterlo, perfetto. Si va.

Iniziamo con qualche domanda classica ed easy, da dove vien fuori il nome “Aidan”?

Michael sorride e solleva leggermente le spalle portandosi la sigaretta alla bocca: “Partendo dal presupposto che a tutti noi piacciono i Mogwai, scegliere il nome è stato davvero un parto. Appena ti viene in mente qualcosa di bello lo cerchi e scopri che esiste già almeno una band che ce l’ha…
Ed è magari in attività dal ’77…
Ahah! Appunto, ne avrò scartati almeno cinquanta così, ed erano tutti nomi fighissimi. Insomma un giorno stavo ascoltando Waltz for Aidan dei Mogwai… Ed ecco: l’avevamo trovato. Ci piaceva come suonava, è un nome corto, facile da ricordare e via.

Paolo prende la parola appoggiando le spalle allo schienale: “Siete partiti come progetto post-rock e, nell’ultimo album, si sente l’influenza di questo genere, ma si nota chiaramente come veniate da esperienze musicali differenti, come riuscite a coniugare queste diverse caratteristiche?

Il post-rock è un genere che apprezziamo tutti all’interno del gruppo ed è ciò che ci accomuna, nonostante veniamo da influenze musicali diverse, ad esempio un chitarrista (Vitto) è orientato verso le sonorità ambient , l’altro (Dado) si avvicina più a quelle forti e pesanti, è di sicuro un abbinamento interessante e caratteristico.

Afferro un quarto di panino alla soppressa e lo mangio ascoltando la risposta. Paolo incocca l’altra domanda.

A livello di line-up avete visto un cambio al basso, cosa ha rappresentato per la formazione e il clima del gruppo?

Il nuovo bassista viene da Ravenna, quindi provare insieme regolarmente diventa difficile (3-4 volte al mese), comunque il lavoro tra di noi procede bene e c’è affinità dal punto di vista umano e musicale”. Si interrompe sollevando leggermente le spalle e prendendo una manciata di patatine dalla coppetta in vetro.”Siamo comunque concordi nell’idea che la musica è solo una parentesi all’interno delle nostre vite, una passione che ci accomuna che viviamo come tale senza la volontà di basarci su questa.

La vostra musica è essenzialmente strumentale, ma nel vostro ultimo lavoro avete inserito delle campionature di dialoghi, come mai questa scelta e da dove vengono questi ultimi?

È stata un’idea di Vitto (uno dei chitarristi, ndr), l’album si conclude con un estratto dal film Morte a Venezia di Luchino Visconti, un film che offre vari spunti partendo dal romanzo di Mann, in particolare sul concetto di “arte” nei suoi contrasti. Ci è sembrata una buona idea per aggiungere qualcosa alla musica.

Continuo a mangiare popcorn e inizio a rullare una sigaretta mentre Paolo spara un’altra domanda.

Nonostante ciò, però, è un hobby che vi sta portando degni riconoscimenti, anche a livello di concerti avete visto illustri collaborazioni, ad esempio con i Nero Di Marte.

In realtà abbiamo fatto pochi concerti, ma quelli che abbiamo fatto ci sono piaciuti molto, abbiamo avuto occasione di aprire il concerto ai Deafheaven e questo ovviamente ci ha fatto molto piacere.

Riguardo la scena italiana il vostro caso è assimilabile in un certo senso alla ricerca di gruppi come Storm{o} e i già citati Nero di Marte a livello di sperimentazione di sonorità in ambito metal, pensi che stia nascendo effettivamente una nuova sensibilità a livello italiano, anche da parte degli ascoltatori, tenendo conto che il genere è più apprezzato all’estero?

All’estero c’è un bacino di ascoltatori più ampio, ma probabilmente in Italia c’è una mentalità meno aperta a tendenze originali, a esperimenti che potrebbero anche piacere… Di fatto si sente un senso di “pigrizia musicale”.

Mi accendo una sigaretta: “Questa “pigrizia”, secondo te, si ritrova anche nei locali?

Per gruppi come il nostro trovare date diventa difficile, anche tenendo conto che la musica per noi è un hobby e quindi deve conciliare con il lavoro di ognuno di noi. Molti gruppi puntano all’estero, come ad esempio gli Ufomammut, che fuori dal Bel Paese sono molto attivi e riscuotono molto successo, ma è un processo che richiede molto tempo e risorse.

Nella vostra descrizione parlate di “nebbia” in riferimento all’inserimento della componente ambientale nella vostra musica, ma è chiaramente un concetto più specifico, cosa rappresenta per voi e come vi ispira?

Tutto parte dal fatto che da ottobre a marzo nelle nostre zone si trova nebbia molto spesso, quindi è facile che al momento di entrare in sala prove sia presente ed entri nella nostra musica. Capita che nei musicisti influisca l’ambiente circostante, per noi è così e apprezziamo la sonorità cupa che così si esprime naturalmente.

Ho notato la scelta di pubblicare i vostri lavori in free download, è una scelta efficace, il fatto che chiaramente non ci sia un riconoscimento economico vero e proprio come vi fa sentire?

Su 1000 download capita che solo 4 o 5 comprino il disco, ma è una situazione che a noi sta bene, è bello che la nostra musica possa essere passata e condivisa facilmente, d’altra parte bisogna considerare che andando a sentire un concerto è una bella sensazione che ci sia la volontà del pubblico di avvicinarsi al gruppo anche solo attraverso il banchetto del merch, sotto questo punto di vista siamo abbastanza realisti.

Paolo afferra un tramezzino mentre do una boccata alla sigaretta: “Parliamo dei vostri concerti: come vengono preparati?

Al momento di preparare la scaletta abbiamo sempre qualche difficoltà, c’è la volontà di staccarsi dai vecchi lavori, anche perché viste le differenze tra i due dischi alternare le diverse sonorità diventa difficile, cerchiamo di impostare live dalla durata circoscritta, una mezz’ora circa, collegata da basi elettroniche ed elementi drone che rendono compatto il concerto.

Avete anche suonato a Padova?

Michael solleva lo sguardo verso l’alto iniziando a sorridere: “Sì, certi concerti son stati una figata, come al Mame prima dei Deafheaven e al Pedro coi simpaticissimi e tostissimi Kaleidoscopic. Poi abbiamo suonato anche al Seven Live, che ora si chiama Bloom, a Vigodarzere, li sì che c’è la nebbia cazzo! Ad ogni modo suonare a Padova è un po’ più complicato, ci sono locali più grossi e di conseguenza ci suonano mediamente gruppi più grossi.

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Non conosco la scena padovana.

Da qualche anno ci son dei concerti fighissimi qua a Padova. Cioè questo mercoledì ci sono i Russian Circles, il 25 ci sono i Mono.

Quindi il bacino d’utenza per una cosa del genere in teoria ci sarebbe.”

Sì, certo. Diciamo che quel che manca è il locale un po’ più blando, per band emergenti. O ti “imbuchi” e riesci a far l’apertura a qualche band più grossa (e non è mica facile) o…” un sospiro interrompe la risposta: “Beh, si fa quel che si può.

Quindi la vostra scaletta è pronta. Mezz’ora con una base continua e i vari pezzi che si susseguono.

Sì, la scaletta c’è. In ogni caso noi proviamo sempre ad inserire robe nuove, già adesso stiamo lavorando a due brani nuovi e speriamo di riuscire a chiuderli più in fretta possibile! Cosa non facile visto che cambiamo idea tremila volte!

La difficoltà del vostro genere, poi, è notevole, specie in fase compositiva. Ti faccio un esempio stupido: prendiamo un pezzo hard-rock. La band si riunisce e uno dei ragazzi dice ‘Bene, ho trovato il riff’. Fatto quello…

Michael termina al posto mio: “Esatto, ci fai il brano sopra.

Tutto ruota bene o male intorno a quel riff, ci si costruisce intorno bridge, lo stacco per l’assolo, refrain, outro e son tutti felici e contenti. Il vostro genere è invece molto complesso anche da ascoltare, con i suoi tempi, gli strumenti che si intervallano e anche nella sua stessa realizzazione. Alla fine di un vostro brano non si può dire ‘Okay, c’è quel riff che mi è entrato in testa, o quel ritornello lì o quelle tastiere là che mi hanno catturato particolarmente’. No. È tutto il pezzo che cattura l’ascoltatore nel suo insieme. La domanda quindi è: come costruite questi brani?

Una risata silenziosa precede la risposta: “Beh io in genere mi attacco! Mi piace tanto metter becco fra i chitarristi! In ogni caso si parte, 90 volte su 100, da un’idea di chitarra. Il punto è che non ne basta una, ne servono almeno una decina!

L’osservazione sorge a questo punto spontanea: “Il punto è che, così facendo, si producono delle jam session creative, alla fine delle quali, in teoria, potrebbero anche uscir fuori dieci pezzi.

Un sorriso soddisfatto si posa sul volto del batterista: “Eh si, è un bel casino! Scarti tanta di quella roba per cui, potenzialmente, potresti fare altri due dischi. Ma probabilmente è anche il bello di questo genere qua: non hai nessun tipo di vincolo. Questo ti permette di poter inserire un riff di chitarra veloce in stile Black Metal e, nel pezzo successivo, un arpeggio lentissimo, alla Slint, per dire, e comunque questo non è un problema.

Lo ascoltiamo attentamente, Paolo si gratta la barba e io inspiro altra nicotina.

Certo, il punto è poi comunque dare un senso alla cosa unendo le parti, ma la libertà assoluta del genere rimane. Quindi noi, di fatto, attacchiamo il registratore, suoniamo, cerchiamo le idee migliori e proviamo a dar loro una forma, una logica.”

Paolo annuisce: “La struttura di questo disco è infatti completa. C’è un crescendo iniziale per poi chiudersi di nuovo lentamente.

Già. Questo disco qua ci è piaciuto molto proprio perché ci ha permesso di alternare parti fragorose per poi sprofondare, quasi morire, nel silenzio.

È tempo di cambiare argomento. Rigiro il disco fra le mani, lo osservo incantato e la domanda si presenta da sola: “Per quanto riguarda il marketing come vi organizzate? Anche la copertina dell’album è stupenda!

Beh, la copertina l’ha fatta Nicola, un nostro amico, grafico di professione. Noi gli abbiam solo dato uno spunto, ma lui è stato davvero bravissimo a tirar fuori il risultato finale… Anche se gli abbiam rotto le palle per un bel po’ di mesi!” Una risata comune interrompe brevemente la risposta. “Ma l’effetto è superfigo! Per quanto riguarda gli altri aspetti ci affidiamo ad un’agenzia di promozione (Doppio Clic Promotions) in stretto contatto con la nostra etichetta (Red Sound Records, che è la stessa che ha curato la distribuzione del primo disco.

Comunque per permettere una diffusione gratuita del disco in rete la vostra etichetta deve esser abbastanza aperta. Ci vuole tanto coraggio per farlo…

Eh si, noi siam stati fortunatissimi da questo punto di vista. Gianni (la mente dietro la Red Sound Records, ndr) è davvero un grande, perché produce solo quello che gli piace, che alla volte è un bel rischio, visto che non è detto che ciò che piace a te possa piacere anche ad altri.

Come l’avete conosciuto?

Io ero inscritto ad un forum di batteristi e lì ho scoperto che lui, batterista, stava provando a tirar su questa etichetta e quindi cercava gruppi da promuovere. Allora ci abbiamo provato e gli ho mandato una prova di un pezzo nostro registrato in modo vergognoso in sala prove, con un microfono che non vi dico neanche… Se la riascolto mi vien male…” Michael quasi si nasconde la faccia fra le mani, ma non può far a meno di trattenere una risatina. “Però, non so se per compassione o altro, ci ha scelti e siamo stati i primi a lavorare con lui e siamo felicissimi di questo! Siamo diventati amici, il primo disco l’abbiamo registrato che eravamo praticamente in vacanza: a casa sua in Molise a due passi dal mare. Magari esistessero più realtà così. Anche perché, di fatto, il cosiddetto underground con le sue etichette indipendenti non è una realtà facile, bisogna star attenti anche lì. Sono indipendenti, ma fino ad un certo punto, nel senso che tutto ciò che fanno lo fanno comunque con un’ottica prettamente commerciale, e forse fan bene a farlo.”

Anche l’underground si appoggia ad altre realtà. La Tempesta, per dirne una, si appoggia alla Virus per distribuire concerti. Quindi in fin dei conti non è una realtà davvero indipendente.

Vero! Beh, entrando in quest’ottica siamo stati estremamente fortunati a trovare una realtà così. Considerando che tra studio, mix, master, grafiche, viaggi, marketing… Insomma produrre un disco in casa ti porta via tanti di quei soldi che se cominci a vederla in un’ottica commerciale smetti domani mattina. 90 su 100 lo si fa solo per soddisfazione personale, ma d’altra parte non siamo né il primo né l’ultimo gruppo in questa situazione qua.

I bicchieri sono vuoti e il ghiaccio si scioglie lentamente sul fondo in vetro, io, Paolo e Michael ci guardiamo.

Beh, son l’unico stronzo che mangia qua?
Ci mancherebbe!

Finiamo le patatine e gli ultimi tramezzini, ci alziamo e andiamo a pagare. La chiacchierata è stata più che soddisfacente, Michaeal è stato disponibilissimo, gentile e ogni volta che parla degli Aidan gli si illuminano gli occhi.

Noi, d’altro canto, non possiamo far altro che tornare a casa, inserire Témno nel lettore del PC, indossare le cuffie e godere dell’ultimo lavoro di questa band che, tra passione e innovazione musicale, sta provando a portare qualcosa di davvero nuovo in un contesto musicale italiano pigro e stantio.
Per chiunque avesse voglia di ascoltare l’ultimo lavoro degli Aidan può trovare il disco in Free Download QUA, per i coraggiosi che sentono che il lavoro di questi ragazzi vale almeno due spritz può supportarli acquistando il loro disco QUA o contattando direttamente il gruppo sulla loro pagina facebook.

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OsservatoreInquieto

OsservatoreInquieto

Sono nato abbastanza controvoglia in un epoca in cui era troppo tardi per avere poi qualcosa da rimpiangere e in cui era troppo presto per sprofondare bellamente nelle delizie della mediocrità, sono poi cresciuto attraversando fasi per cui mi hanno insegnato inutilmente che dovrei avere un qualche tipo di nostalgia, ma ora sono qui. Ora che probabilmente tutto e già stato detto e fatto, ora ho voglia di provare a mettermi in gioco. Sono essenzialmente cinico, incoerente e pusillanime fino alla nausea, ma sono convinto che la musica sia tutto, e che il cinema qualcosa di più, e se è qualcosa che si può spiegare vorrei provarci assieme a chi ha voglia di ascoltarmi... per il resto niente, il bello di internet è che sembri meno misero di come sei davvero.

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