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Internet – Una nuova dipendenza

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Scritto da UdM

Internet

Una nuova dipendenza

 

A cura di Claudia Russo

 

 

     1. New Addictions

 

Per parlare di Internet Addiction Disorder (IAD) (trad. Disturbo da Internet dipendenza) è essenziale, innanzitutto, chiarire il concetto di dipendenza patologica. È luogo comune ritenere come la dipendenza sia un fenomeno riguardante solo coloro che fanno uso abituale di sostanze. In realtà, la questione è ben più complessa e potrebbe potenzialmente riguardare ognuno di noi. Più nello specifico, Caretti e La Barbera (2005) definiscono la dipendenza patologica come “una forma morbosa causata dall’uso distorto di una sostanza, di un oggetto o di un comportamento; una condizione invasiva in cui sono presenti i fenomeni di craving, assuefazione e astinenza, in relazione ad un’abitudine incontrollabile”. Laddove, per craving, si intende un’attrazione verso una sostanza o un’esperienza talmente irrefrenabile da far si che non solo sia vano qualunque tentativo di autocontrollo, ma vi siano anche una serie di azioni attuate affinché il desiderio sia soddisfatto, seppure in presenza di ostacoli; per assuefazione si intende l’adattamento dell’organismo all’uso della sostanza; infine, per tolleranza si intende il bisogno di aumentare progressivamente la quantità dell’esperienza in questione, affinché possano esservi i medesimi effetti “piacevoli” (Perella & Caviglia, 2014).

Se, dunque, le dipendenze più comunemente conosciute sono quelle relative all’uso di sostanze, è bene sottolineare come, accanto ad esse, vi sia una “nuova” categoria al quale si fa riferimento attraverso il termine “New Addictions” (trad. Nuove Dipendenze) o “Dipendenze Comportamentali”. È necessaria, però, una premessa: sebbene il termine “addiction” sia banalmente tradotto con il termine dipendenza, esso si differenzia dal termine inglese “dependance”. Difatti, se quest’ultimo si riferisce a una dipendenza fisica e chimica, il termine “addiction” si riferisce a una dipendenza strettamente psicologica. A differenza delle dipendenze da sostanze, le “new addictions” sono caratterizzate dall’assenza di una sostanza chimica in gioco e dall’invasivo desiderio di mettere in atto comportamenti socialmente accettabili. Tra le nuove dipendenze possiamo trovarvi la dipendenza dal gioco d’azzardo, dallo shopping, dal sesso, dal lavoro e da internet (Mariano, 2008). Tali attività sebbene siano, per la maggior parte delle persone, esperienze abituali, ben integrate con la vita quotidiana, per altre persone arrivano ad assumere valenza patologica.

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     2. L’internet Addiction Disorder (IAD)

 

Il termine IAD fu coniato da uno psichiatra americano, I. Goldberg, che nel 1995 propose di inserire nel DSM-IV (il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) il disturbo da dipendenza da Internet. Il fenomeno, però, divenne noto solo un anno dopo, nel 1996, quando la dottoressa K. Young pubblicò la sua ricerca, dal titolo “Internet Addiction: the emergence of a new clinical disorder”. In particolare, l’autrice dello studio, a partire dai criteri diagnostici del DSM – IV relativi sia alla dipendenza da sostanze sia al gioco d’azzardo patologico, elaborò un questionario che somministrò a circa 500 soggetti. I risultati del questionario han dimostrato come i soggetti dipendenti dalla rete spendono, in media, 8 volte di più del loro tempo davanti al computer rispetto ai non dipendenti. Inoltre, ella riscontrò tre fasi di sviluppo tipiche della dipendenza da internet:

  1. Il coinvolgimento, durante il quale vi è una forte curiosità nei confronti del terminale;
  2. La sostituzione, periodo durante il quale il soggetto è immerso nelle esperienze di rete;
  3. La fuga dalla realtà (Perella & Caviglia, 2014).

A completare questo studio, Griffiths, nel 1997, individua dei comuni denominatori fra le ben più note dipendenze da sostanze e le “dipendenze tecnologiche”, fra cui internet:

  1. Dominanza: l’attività in questione domina la vita dell’individuo;
  2. Alterazioni del tono dell’umore;
  3. Tolleranza: la necessità di aumentare la quantità dell’esperienza, affinché vengano ottenuti gli stessi effetti;
  4. Astinenza: malessere psichico e/o fisico a seguito dell’interruzione o riduzione dell’attività in questione;
  5. Conflitto: interpersonale e intrapersonale, ovvero, rispettivamente, difficoltà con gli altri e difficoltà con se stessi;
  6. Ricaduta: la tendenza nel ritornare a schemi comportamentali precedenti, anche dopo molti anni di astinenza.

Qualche anno più tardi, Grohol (1999) affermerà che non è tanto il terminale a provocare la dipendenza, quanto il comportamento che può essere effettuato grazie a un computer.

A tal proposito, Suler (2004), sottolinea come possa risultare fuorviante parlare di Internet Dipendenza. È evidente, infatti, come vi siano fenomeni di rilevanza sociale, simili a ciò che comunemente viene inteso sotto l’acronimo di IAD, ma che allo stesso tempo si differenziano e non trovano giusta rilevanza. È il caso di  coloro che sviluppano un’attrazione morbosa nei confronti dei videogiochi o nei confronti dello smartphone. Suler, quindi, ritiene più adeguato parlare di “Cyberspace Addiction” (trad.: Dipendenza dallo spazio cibernetico) e, allo stesso modo, in assenza di chiari confini diagnostici, definisce il rapporto con il cyberspazio sano o patologico nella maniera in cui esso è integrato con la vita quotidiana; se quest’ultima tende a essere dissociata rispetto alla vita che il soggetto conduce online è probabile si possa parlare di uso patologico del cyberspazio.

Altri autori (Blaszczynsky, 1999; Levenkron, 1991), invece, sono particolarmente restii nell’accettare che si possa essere dipendenti da un comportamento e che possano esservi dipendenze senza l’uso di sostanze. In particolare, tali studiosi ritengono che le new addictions debbano essere inquadrate come disturbi ossessivi–compulsivi. In realtà, però, il comportamento compulsivo è, generalmente, egodistonico, ciò significa che parte da un pensiero che il soggetto avverte come estraneo, ma nonostante questo si sente costretto a mettere in atto. Al contrario, l’impulso è egosintonico, appartiene alla sfera dell’io: il soggetto ricerca attivamente l’esperienza in questione. Nell’impulso, inoltre, non c’è riflessione, la compulsione, invece, nasce da una riflessione estenuante. Considerando, però, il quadro sintomatologico delle new addictions, appare evidente come sia più opportuno inquadrarle come dipendenze. A tal proposito, uno studio di Shapira e col. (2000) si è focalizzato sugli aspetti emotivi che accompagnano l’uso incontrollato della rete, individuando le caratteristiche peculiari di ciò che il gruppo di ricerca chiama “Problematic Internet Use”. I sintomi individuati si differenziano in overt – manifesti – e covert – nascosti. Fra i sintomi overt vi troviamo un elevato tempo online, labilità dell’umore quando si è offline e una tendenza all’isolamento sociale; per ciò che concerne i sintomi covert si riscontrano un impulso irrefrenabile di navigare online, ripetuti tentativi di controllare l’uso di internet, l’uso di menzogne in relazione al tempo passato dinanzi al terminale e ricorrenti pensieri relativi all’uso della rete.

In ogni caso, a fronte di tali dibattiti, ad oggi, non si è ancora giunti a un inquadramento nosografico e la dipendenza da internet non è stata ancora riconosciuta come problema psicopatologico da tutte le autorità scientifiche. Nel DSM – 5 (APA, 2013), infatti, essa non rientra in nessuna categoria, mentre nella sezione inerente le condizioni che necessitano ulteriori studi vi troviamo solo l’Internet Gaming Disorder (trad. Disturbo da gioco su Internet).

Effettivamente, il fenomeno è particolarmente complesso e, nella macrocategoria inerente l’Internet Addiction, vi sono numerose comportamenti che possono assumere una valenza psicopatologica e che, dunque, possono essere spiegati in termini di sindrome di dipendenza. Fra questi vi troviamo:

  1. Il gioco d’azzardo online patologico. Internet, infatti, permette un accesso facilitato a siti di scommesse e casinò virtuali, pur rimanendo comodamente a casa. Tale accesso facilitato non solo incrementa le possibilità di sviluppare una dipendenza nei confronti del gioco, ma fa si che anche gli adolescenti, dichiarando un’età maggiore di quella reale, possano venirne coinvolti;
  2. La dipendenza da MUD (giochi di ruolo). I giochi di ruolo presentano particolari elementi di spersonalizzazione, ciò significa che il giocatore può facilmente identificarsi con il personaggio e questa peculiare caratteristica rende il contesto ludico e i confini virtuali estremamente labili;
  3. La dipendenza da eccessive informazioni (Perrella & Caviglia, 2014). Infine la dipendenza da eccessive informazioni riguarda la ricerca estenuante di notizie, che spesso porta l’utente a rimanere collegato per ore, navigando su diversi siti. In questo contesto trova spazio una nuova forma di ipocondria, denominata cybercondria. Grazie ad un’indagine del Censis è stato possibile individuare come circa 16 milioni di utenti si connettono con l’intenzione di cercare informazioni relative ad argomenti di interesse sanitario correndo, spesso, il rischio di giungere a un’auto-diagnosi (Galantucci, www. psicologi-italia.it).

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     3. I fattori di rischio

 

È evidente come le numerose attività che possono essere condotte online fanno si che la dipendenza da internet non sia un disturbo omogeneo, facilmente definibile. Tale tratto intrinseco della patologia ha reso indispensabile delineare quali possano essere i fattori di rischio che possono influenzare lo sviluppo di questa dipendenza, in modo da poter attuare programmi di prevenzione mirati e ben strutturati.

Fra i fattori di rischio emotivi si annoverano la timidezza (Chack & Lueng, 2004) e la solitudine (McKenna & Bargh, 2000). Un altro fattore indagato è quello relativo al locus of control, che può essere di due tipologie: interno ed esterno.

Gli individui con un locus of control interno si ritengono capaci di controllare gli eventi della propria vita e attribuiscono i successi e i fallimenti alle proprie abilità e ai propri sbagli; al contrario, gli individui con un locus of control esterno ritengono che gli eventi della propria vita non sono direttamente attribuibili alle scelte e azioni personali, quanto piuttosto da eventi esterni non prevedibili (Rotter, 1966).

Uno studio di Wallace (1999) sottolinea come le persone che hanno un locus of control interno siano maggiormente attratte dalle esperienze in rete, in quanto navigare online offre loro una notevole sensazione di controllo. Un’altra determinante sembra essere la stima di sé, in quanto le persone con una bassa autostima tendono a essere più suscettibili di sviluppare una dipendenza.

Infine le persone affette da un disturbo depressivo o da un disturbo d’ansia hanno più probabilità di sviluppare un comportamento patologico relativo all’uso di internet (Perrella & Caviglia, 2014).

     4. Strategie di intervento

 

Nel caso in cui la navigazione online risulta essere eccessiva e morbosa, la prima cosa da fare, prima ancora di compiere un’auto-diagnosi, è quella di rivolgersi a un professionista. Nel caso in cui si ritiene che il proprio figlio possa avere comportamenti patologici relativi alla rete è ancora più indispensabile rivolgersi a chi di competenza. È, infatti, luogo comune sminuire gli interventi psicologici e psicoterapici, ritenendolo un lavoro da chiunque. In realtà, però, i professionisti della salute mentale, siano essi psicologi, psicoterapeuti o psichiatri, hanno studiato per anni e il loro lavoro non può essere in alcun modo sostituito. Ad oggi, l’intervento più utilizzato per la dipendenza da internet è quello cognitivo–comportamentale, anche se anche altri tipi di trattamento si sono rilevati essere ugualmente efficaci (Winckler et al., 2013), fra i quali vi troviamo le terapie familiari, combinate con la terapia individuale e i gruppi di auto–aiuto.

Dunque, la prima cosa da NON fare è quella di badare a chi dispensa facili consigli, ai ciarlatani, a chi parla di complotti e a chi dice che la psicologia non sia una scienza. Invece, il primo, importante, passo da fare è quello di mettersi nelle giuste mani.

 

 

Claudia Russo

Laureata in Psicologia clinica del ciclo di vita presso “Libera Università Maria Santissima Assunta” con una tesi empirica dal titolo “Meccanismi di disimpegno morale e comportamenti a rischio in famiglie con figli adolescenti: un contributo empirico”. È in procinto di cominciare il tirocinio post-laurea per poter, successivamente, sostenere l’esame di stato e la successiva iscrizione all’albo.

 

 

Bibliografia

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing. Edizione italiana: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, DSM 5. Milano: Raffaello Cortina, 2014.

Blaszczynski, A. (1999). Pathological gambling and obsessive-compulsive spectrum disorders. Psychological Reports, 84, 107-113.

Caretti, V. & La Barbera, D. (2005). Le dipendenze patologiche. Clinica e psicopatologia. Milano: Raffaello Cortina.

Chak, K., & Leung, L. (2004). Shyness and locus of control as predictors of Internet addiction and Internet use. CyberPsychology and Behaviour, 7, 559-570.

Goldberg I. (1995). IAD, in Cinti M. E.(a cura di) Internet Addiction Disorder un fenomeno sociale in espansione (pp.6-7). Available:http://www.iucf.indiana.edu/brown/hyplan/addict.html.

Griffiths, M. D. (1997). Psychology of computer use: XLII. Some comments on Addictive use of the internet by Young. Psychological Reports, 80, 81-82.

Grohol, J.M. (1999). Too much time online: internet addiction or healthy social interactions? Cyberpsychol Behaviour, 2, 395-401.

Levenkron, S. (1991). Obsessive-compulsive Disorders: Treating and Understanding Crippling Habits. New York: Warner.

Marino V. (2008). L’alcool, il gioco d’azzardo e le altre nuove dipendenze. In A. Lucchini, F. Nava, E. Manzato (a cura di), Buone pratiche e procedure terapeutiche nella gestione del paziente alcolista (pp. 163 – 176). Milano: Raffaello Cortina.

Mckenna, K.Y.A., & Bargh, J.A. (2000). Plan 9 from cyberspace: the implications of the Internet for personality and social psychology. Personality and Social Psychology Review, 4, 1, 57-75.

Perrella, R. & Caviglia, G. (2014). Dipendenza da Internet. Adolescenti e adulti. Santarcangelo di Romagna: Maggioli Editore.

Rotter, J.B. (1966). Generalized expectancies for internal versus external control of reinforcement. Psychological Monographs, General and Applied, 80, 1 http://www.soc.iastate.edu/Sapp/soc512Rotter.pdf

Shapira, N., A., Goldsmith, T.D., Keck, P.E. Jr., & Khosla, U.M. (2000). Psychiatric features of individuals with problematic Internet use. Journal of Affective Disorder, 57, 1, 267-272.

Suler, J. (2004). Computer and cyberspace addiction. International Journal of Applied Psychoanalytic Studies, 1, 359-362.

Wallace, P. (1999). The psychology of the Internet. Cambridge, UK: Cambridge University Press. Trad. it. La psicologia di Internet. Milano: Raffaello Cortina, 2000.

Winkler, A., Dörsing, B., Rief, W., Shen, Y., Glombiewski, J.A. (2013). Treatment of internet addiction: a meta-analysis. Clin Psychol Rev. 33:317–329.

Young, K.S. (1996). Internet Addiction: the emergence of a new clinical disorder. CyberPsychology and Behavior, 1, 237-244.

 

Sitografia

https://www.psicologi-italia.it/disturbi-e-terapie/varie/articoli/l_information-overload.html. URL consultato il 20/08/2017.

[Articolo scritto per la categoria di divulgazione scientifica Universitari Uniti per la Scienza.]

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