ESPERIMENTI LETTERARI Storie

Una Chiara, due Chiare

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The Weeping Willow

 Una Chiara, due Chiare

 

 

È una serata umida, il vento soffia leggermente e mi spinge ad uscire di casa per vivere una nuova esperienza. Provo qualcosa di nuovo ogni volta che esco per una passeggiata. Oggi ho voglia di una birra al mio solito bar. Il bar di M. non ha nulla di speciale rispetto agli altri, l’ho semplicemente scelto: voglio osservare la sua storia, tutte le persone che entrano, il modo in cui lo descrivono, tutti i discorsi che rivestono le pareti del locale di parole vuote, sorrisi incerti e sguardi speranzosi. Il mio è lo sguardo di chi spera ancora che le persone possano rivelarsi sorprendenti. Spero di origliare discorsi interessanti, di intravvedere la luce di personalità concrete.

Cammino, sfioro la corteccia dei miseri alberelli che incorniciano la strada e guardano le auto passare, lasciandosi accarezzare unicamente dalla scia di fumo di qualche passante fumatore. Ho sempre trovato le strade di questa città molto suggestive. Lo smog è libero di danzare passionalmente col profumo delle vecchie case. Si giostra fra l’umido e l’odore di carne arrosto, fra il profumo dei fiori e quello dei passanti. Mi ricorda i grandi spazi in cui mi piacerebbe vivere, i prati, le distese immense e l’aria pulita.

Entro nel bar di M., saluto il proprietario, ormai quasi un vecchio amico, che ricambia con un sorriso genuino e, senza neanche chiederlo, prepara la solita birra e me la porge.

“Giornata pesante?”

“Come tutte, incredibilmente fruttuosa e pesante.”

Sorride nuovamente: “Ti lascio alle tue cose.”

Accanto a me, una giovane ragazza è seduta davanti ad un cocktail. Ha la pelle chiara, mi dà subito la sensazione di essere succulenta e di avere un ottimo odore. I capelli castani sono sciolti, liberi di ostentarne i boccoli che cadono sulla schiena magra e liscia, coperta da una camicetta di seta azzurra. Questa ragazza deve tenere molto alle apparenze, sembra si curi quanto basta per renderla presentabile per la notte d’amore in cui confida. Mi dà l’impressione di essere in cerca di un predatore.

I ragazzi intorno a lei ridono e scherzano. Parlano di un viaggio, quello che hanno affrontato in treno qualche giorno prima. Sono entusiasti della città, ma questo locale è un po’ troppo piccolo per i loro gusti.

Non è piccolo, ragazzi, ma intimo – dico fra me e me quasi con fastidio.

“Chiara, come ti sei trovata in quell’appartamento?”

Chiara, la ragazza che ho notato, dice di essere abbastanza soddisfatta: è spazioso, comodo, che si può volere di più?

Adesso, i ragazzi parlano di film. Pensano di andare al cinema prima di tornare nella loro città, ma i titoli che propongono sono assurdi, di basso livello. Chiara meriterebbe qualcosa di più elevato, non è giusto che sottostia sempre alle loro decisioni. Scommetto che hanno deciso loro di entrare in questo “piccolo” bar.

“Ti consiglio di vedere ‘Il figlio unico’, uscito la scorsa settimana. Drammatico, ti divora l’anima e quello che ne resta è comunque poesia” le suggerisco. Gli altri ragazzi mi osservano per qualche secondo e poi tornano ai loro discorsi. Chiara mi fissa sorpresa, non crede di aver capito bene.

“E tu chi sei?”

Mi osserva incuriosita, quasi preoccupata. È preoccupata per quello che ha già capito che voglio dirle, per ciò che potrebbero pensare le persone con cui è uscita.

“Fumi?”

“Sì, vuoi una sigaretta?”

“Sì, grazie. Ne fumiamo una insieme fuori?”

Lei mi osserva intrigata, paga il suo drink e mi segue verso l’uscita. Mentre camminiamo, noto con la coda dell’occhio che si specchia velocemente, sistema l’acconciatura ed il trucco sbavato degli occhi: ho fatto centro.

Una volta fuori, accendo la Marlboro che gentilmente mi offre.

“È una piccola città, questa” le dico.

“Sì ma è abbastanza grande da smarrirsi.”

“Le vie della perdizione possono anche essere fra i corridoi delle nostre case.”

“Io sono in un appartamento, sono qui da tre giorni e andrò via fra quattro.”

“È ancor più probabile perdersi fra una camera e l’altra, quando sei solo di passaggio.”

Sorride e accende la sua sigaretta.

“Non dovresti fumare, hai una pelle perfetta, un bel sorriso, sarebbe un peccato rovinarli, non credi?”

“Lo stesso vale per te, perché fumi?”

“Perché ho deciso io di farlo.”

Sembra che questa risposta l’abbia offesa: “Io non fumo per volere degli altri.”

“Ora stai fumando perché ti ho invitata a farlo. Comunque non metto in dubbio l’indipendenza del tuo pensiero. Sei una ragazza forte, lo vedo. Come ti chiami?”

“Chiara.”

Chiara. Lei è più brava nel pronunciare questo nome. Ha gettato la sigaretta appena accesa e ha incrociato le braccia, mettendo in risalto il seno prosperoso. Non voglio che creda di guidare il mio pensiero tramite i suoi gesti, quindi la guardo in faccia: ha davvero una bella pelle. “Chi sono i tuoi amici, Chiara?”

“Non sono dei veri e propri amici: sono persone con cui ho deciso di trascorrere una vacanza in una città.”

“Hai scelto tu questa città?”

Ci pensa un po’ prima di rispondere: “No.”

“E questo bar? Lo hai proposto tu?” Sorride amaramente e mi fissa: “No.”

Capisco. Chiara mi incuriosisce, ma non mi piace l’ipocrisia su cui basa le sue relazioni, non condivido questa filosofia: sarà per questo che vivo in solitudine.

“Io sono una persona tendenzialmente solitaria, se dovessi organizzare un viaggio lo farei con i pochi gatti di cui mi fido. Mi mostreresti il tuo appartamento?” Probabilmente non si aspettava che arrivassi così velocemente al sodo, ma scrolla le spalle: è un sì. Avvisa i suoi compagni di viaggio, li saluta e mi raggiunge. La seguo e osservo lo sforzo con cui cerca di celare il suo disorientamento: deve averli semplicemente seguiti senza badare a dove andassero.

“Sei riflessiva, ma ti piace essere guidata, sei forte, ma ti piace lasciarti domare, qualche volta.”

“Domare?” chiede stizzita.

“Per non dire ‘dominare’- sorrido – Prendilo come un complimento. È una caratteristica affascinante, anche se comune.”

“Se sono così comune perché hai deciso di parlare proprio a me e non a qualcun’altra?”

“Hai qualcosa di diverso. Converti in tue le decisioni che prendono altri, ti lasci andare. Forse saresti disposta ad abbandonare te stessa, a trascurarti per coltivare una relazione in cui credi. Ho scelto te perché mi eri vicina ed eri la ragazza con la pelle più delicata, lì dentro. Col sorriso più ingannevole fra tutti.”

“Pensi che ti stia ingannando?”

“Penso che tu voglia farlo, ma col doppio scopo di ingannare te stessa su questo incontro, pensi che possa rivelarsi interessante. In fondo, hai abbandonato i tuoi compagni di viaggio.”

“Non li ho abbandonati. Ci rivedremo domani.”

Penso proprio che vi rivedrete fra un paio d’ore.

Passiamo per una stradina buia, il suo passo si fa più veloce: ondeggia i fianchi in modo quasi volgare, ma lo fa per piacermi. Infatti mi piace, ha un bel corpo, una bella pelle, capelli lunghi… è perfetta.

“Questa città è una trappola: è disposta a donarti di tutto pur di non farsi lasciare per una casa in campagna. A volte manca qualcosa, non so, un locale particolare, un negozio che troveresti solo in un centro più grande, una piazza più bella, edifici più alti. Fa parte del piano”

“Che piano?” chiede, sembra si sia orientata.

Cito il discorso che, secondo me, pronuncerebbe la città: “Sono la società moderna. Dammi la tua natura animale ed io ti darò una nuova interpretazione della natura umana. Dammi i tuoi ideali ed io ti arricchirò col mio cemento, con la mia pubblicità e le parole dei miei sindaci. Sentirai il bisogno di stare un po’ in mezzo al verde: ti darò un parco, tanta natura urbanizzata con cui ingannare il tuo senso del sublime.”

“Interessante. Io vengo da un paesino di montagna. Ci sono dei boschi immensi, tanti animali liberi di scorrazzare e predare.”

“Un po’ ti invidio. È anche per questo che ti ho scelta.”

Si lascia sfuggire una leggera risata e si ferma davanti ad un condominio rosso. “Io sono al quarto piano.”

“Quarto piano, quattro giorni rimanenti. Curioso, vero?”

“Non direi” sorride e mi indica la strada che porta all’ascensore. Una volta entrate la osservo: ha slacciato un bottone della camicetta ed ora tira indietro i capelli per mettere in risalto il suo perfetto décolleté.

Infila le chiavi nella serratura ed apre la porta, mi fa entrare e la richiude. Un appartamento qualsiasi, pareti rosa, profumo di persone indaffarate e stressate che vanno e vengono con le loro valigie, profumo di una Chiara che vuole dedicarsi una serata atipica. È agitata, non si è mai trovata di fronte ad una situazione del genere ma vuole vivere una nuova esperienza: è da un po’ che ci pensa ma non ha mai avuto il coraggio di andare con una persona sconosciuta, non mi ha ancora chiesto il nome. Lo farà presto.

“Gradisci qualcosa da bere? Ho del vino rosso.”

“Perfetto per la situazione, non trovi?”

“Già – è imbarazzata – non so ancora perché ti ho permesso di entrare nel mio appartamento.”

“Be’, in fondo l’appartamento non ti appartiene – sorrido – così come non hai scelto di farmi entrare, semplicemente ti ho indotta a farlo. Con le buone maniere si ottiene tutto. Non ti umiliano le mie osservazioni?”

“Sì ma ti trovo interessante. Mi stupisce che, oggi, con tutto quello che si sente in giro, con le discriminazioni ed i pregiudizi, le risate maliziose, ci sia ancora qualcuno in grado di osare così tanto. Avevo quasi perso la speranza di incontrarti.”

“Avresti potuto incontrarmi ovunque. Le persone come me si nascondono dietro un libro in metro, dietro una birra in un bar piccola ma intimo. Si perdono nella folla durante una conferenza.”

Mi si avvicina e mi accarezza timidamente la guancia. Adoro l’idea del momento che arriverà.

La libero dai due bicchieri e li poso sul tavolino mi avvicino e le tiro indietro i lunghi capelli: “Fammi vedere”, la esorto rivolgendole un sorriso ambiguo.

Sfila lentamente la camicetta e la gonna nera. Resta immobile dinanzi a me, ferma sui suoi tacchi. Mi avvicino a lei, le ripeto che è una ragazza bellissima e mi avvicino al suo collo per sentirne l’odore. È percossa da un brivido di piacere e di paura. Mi avvolge con le sue bianche braccia e prova a baciarmi, ma io mi volto e sorrido.

“La mia tela avrà l’onore di vedere un corpo purissimo dipintole addosso. Sono qui perché ti ho scelta come oggetto d’arte, perché sei bella e forse anche un po’ per giocare con te.”

Chiara è sorpresa e completamente imbarazzata. Copre le sue curve con la camicetta che poco prima aveva lasciato cadere con convinzione. Mi guarda con quegli occhi: sembra mi stia pregando di non farle questo, di non umiliarla ulteriormente in questo modo.

“Credevo che… scusa, ho frainteso.”

Sorrido e mi avvicino alla porta per andar via.

“A-aspetta. Tu come ti chiami?”

“Anch’io mi chiamo Chiara. È anche per questo che ti ho scelta.”

 

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Copertina di Jeremy Mann, 1979, -Titolo non conosciuto-

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The Weeping Willow

The Weeping Willow

Studentessa, amo fare tante cose che a volte odio nella stessa misura: faccio delle arti la fuga da tristezza e noia, ma non posso scappare dall’incertezza e dall’insoddisfazione. Preferisco non espormi, dal momento che, in qualsiasi modo qualcosa si dica o si faccia, verrà recepita in maniera differente ed in base alla visione del tutto che l’esterno vuole avere. In questo blog mi esporrò, almeno in parte, per la prima volta.
Proviamoci.

Prediligo la filosofia secondo cui più conosci te stesso, più conosci il resto e viceversa. La natura umana, in fondo, può essere un libro aperto. Eppure, tutto ruota intorno all'illusione.

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