ESPERIMENTI LETTERARI Storie

Un portone che si chiude piano

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Scritto da rosaelefante

Un portone che si chiude piano

 

C’è un portone che si chiude piano, quel tanto che basta a far filtrare sospiri e un ombrello al cui manico trema una mano gocciolante. Lui, più avanti nell’androne, sente il rumore dei passi alle sue spalle. Gli si contorce il cuore, cerca di ricordare come si respira. Sente lo sguardo fisso sulla schiena, ma non è così stupido da voltarsi. Rallenta, invece. Quello lo fa sempre.

PIANOTERRA – ASCENSORE

Fermo, ronza a malapena. Entra lei, che nel frattempo l’ha superato. Entra lui, che non riesce a smettere di ansimare.

-Ultimo piano?

-Esatto.

Quando in gioco ci sono le grandi altezze, le belle storie si concludono sempre ad un ultimo piano. Il ragazzo prova i tasti come un pianista confuso, ma l’ascensore non si smuove. Maledetto.

-Ho paura che ci tocchino le scale.

-Non dovresti averne.

La ragazza esce e si incammina. Non ce l’ha ancora avuto il coraggio, lui, di guardarla negli occhi.

-Aspetterai lì dentro tutta la notte?”

 

PIANO 1

Un paio di gradini più in alto, di lei si sente solo un vago sentore alla vaniglia e il tintinnare periodico della ferraglia che si porta appresso: bracciali ai polsi, chiavi e graffette in borsa, tac tac di ombrello a reggere il passo, un cuore apparentemente metallico. Ci vuole un sacco di fuoco per scalfirlo. Ama l’odore di muffa di quel vecchio palazzo, sale senza fretta le scale di una vita. Lui ha smesso di arrancare. Segue dietro lei, come un fantasma curioso ne odora la scia, fluttua sul marmo. Rimbomba il suo cuore come un tamburo.

PIANO 2

– Mia nonna dice che bisognerebbe dare una pulita a questo posto.

– E perché mai?

– La muffa. Si sente l’odore dalla strada.

– E te cosa le hai risposto?

– A me piace.

– Ti piace la muffa?

– L’odore della muffa. Lo sfrigolare acre sul naso e il bruciore agli occhi e il prurito tra le ciglia. Quante volte ci saremo incrociati, da quando abiti qui?

PIANO 3

– Questa è la quinta.

– Probabile.

– Sei una ragazza strana.

-E a te viene il fiatone ogni volta che ti passo accanto.

– Agorafobia – risponde lui in fretta, sforzandosi di sembrare convincente. Non gli crede mai nessuno quando dice la verità, ed è anche per questo che inventa storie. – Ne soffre un individuo su cinquanta, in forme più o meno lievi. È la causa più comune di morte tra i giovani, insieme alla logorrea e alla vodka Redbull.

– Non devi mica giustificarti, era una constatazione. E poi oggi ti ho visto rientrare. Vuol dire che sei uscito.

– Acqua. Dal terrazzo di casa non riesco a bagnarmi che un po’ i polpastrelli. Così sono sceso per sentire la pioggia.

PIANO 4

La prima goccia sul lago è, in genere, la più bella, quella che ne increspa lo specchio grigio. Tutte le altre non le distingui neanche.

La ragazza barcolla per un attimo sul primo gradino, quindi riprende a camminare spedita. Dietro, il ragazzo ansima di nuovo.

 

PIANO 5

– Non devi essere uno abituato ad uscire.

– Passo la maggior parte del tempo in casa. Sto seduto sul balcone e guardo la gente dall’alto. Vedo un sacco di nuche nuove ogni giorno, e di tanto in tanto vorrei essere un piccione.

– A me fa paura volare.

– Non è il volare, quello non potrei sopportarlo. No, ma mi piacerebbe provare la sensazione di cagare in testa alle persone.

Lei sorride sotto baffi che non ha, e questa volta è lui a barcollare.

-Dev’essere una cosa strana, passare tutto quel tempo da soli.

-Te l’ho detto…

PIANO 6

-…non mi piace stare in mezzo alle persone.

-Non capisco di cosa hai paura.

-E io non capisco cosa ci faccia tu in mezzo a loro.

-Che vuol dire?

-Ti ho visto uscire ed entrare da quel portone per dieci anni. Ti ho visto rallentare contro le vetrine di Benetton solo per specchiarti o nascondere mozziconi di sigaretta nelle cassette della posta. Ti ho visto ignorare sorrisi ebeti e centinaia di sguardi impertinenti. Ho osservato la tua nuca per dieci anni, e non riuscivo a capacitarmi del fatto che una persona come te potesse mischiarsi a tutta quella… quella…

PIANO 7

Lei è ferma sull’ultimo scalino.

-Una persona come me?

Lui china la testa.

-La verità è che vivo da anni di amori mai consumati, di storie che invento gettando uno sguardo verso il basso. Quando là sotto un volto mi colpisce, io mi innamoro. E non posso farci niente, se non seguire con lo sguardo la creatura che mi ha ferito, finché non si perde alla vista, e poi ricrearla al mio fianco mentre sto steso nel letto, la notte, oppure immaginare la sua schiena nuda alla finestra quando preparo il caffè. Riesco a sentire i suoi passi sul parquet mentre mi faccio la doccia, le orme dei suoi piedi quando si toglie i calzini, l’odore aspro dei panni gettati nella lavatrice dopo la palestra. Quando vedo un ragazzo che potrebbe essere mio fratello, vorrei che lui fosse qui, seduto accanto a me con un bicchiere di birra in mano e i crampi allo stomaco per le risa. Non esco mai di casa, solo quando piove.

– E io sarei un tuo innamoramento?

-Il più lungo di tutti, a voler essere sinceri.

PIANO 8

Si gira. Lo guarda. Lo guarda per un sacco di tempo.

-Mi dispiace, non volevo offenderti

Ora lui ha raggiunto lei.

Salgono assieme gli ultimi scalini. In silenzio.

ULTIMO PIANO

-Non mi sono offesa.

-Sai che ora non potrò dimenticarti, neanche se lo volessi.

-Lo capisco.

“E allora questo che vuol dire?” vorrebbe mormorare lui, ma grazie a Dio sta zitto.

Lei deve rizzarsi sulla punta degli stivali bagnati. Gli sfiora le labbra, non è che un soffio. Poi le due bocche arretrano. Come quelle barche sforacchiate che attraccano in porto e sbattono con un tonfo sordo il muso sul molo di legno.

-Non puoi amare solo le cose belle.

-Non posso decidere cosa amare.

-Dovresti uscire più spesso, cambiare prospettiva, camminare tra la gente…

-E loro dovrebbero sollevare più spesso la testa verso l’alto, senza paura di bruciarsi gli occhi alla luce del sole. Ma non lo fanno mai.

 

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Il rosaelefante nasce dalla testa di un cucciolo abbandonato.
Lo visita nel sonno, per placare i suoi incubi con il suono della tromba ed insegnargli a volare.
Svanisce in una nuvola al nascere del sole, ma tornerà tutte le notti, ogni volta in un sogno diverso, perché il rosaelefante è, anzitutto e soprattutto, un abile trasformista.
Sopravvive nascosto ai mostri dell'inconscio, ne assimila i segreti e quando cala la notte fugge, rapido e silenzioso.
Si rifugia nei sogni e, seduto su di una grande pietra, comincia a raccontare.

Io sono un rosaelefante e queste sono le mie storie.

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