Film RECENSIONI

La Comune: la necessità della rottura

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OsservatoreInquieto

Osservando le tappe più fortunate del cinema del danese Thomas Vinterberg (“Festen”, 1998 e “Il Sospetto”, 2012) e arrivando al suo ultimo lavoro, “La Comune”, si può notare una sempre presente attenzione alla solidità di un sistema, rappresentato rispettivamente da una famiglia, una piccola comunità cittadina e una casa comune, che si frantuma con il procedere del film, ponendo al centro della struttura narrativa rapporti umani che si sfaldano rivelando una intrinseca precarietà.

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La Comune” appunto ha il vantaggio di presentarsi da un punto di vista privilegiato nell’osservazione di questa crisi in quanto sceglie di concentrarsi su una sfera particolarmente intima della vita umana, l’abitare, e grazie a questo si permette di scendere nella profonda intimità racchiusa in questo concetto e allo stesso tempo lo rende forte di una valenza simbolica: gli inquilini della casa si trovano a dover continuamente far fronte ai problemi e agli imprevisti della convivenza, e appare chiaro fin da subito come questi siano gli stessi problemi e imprevisti di ogni tipo di relazione, osservati in un ottica ravvicinata.

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Questa ottica ravvicinata viene resa nel film con una chiara attenzione verso l’intimità del corpo umano e del contatto: i personaggi sono mostrati anche nello svolgimento delle attività più basiche con una libertà quasi gioiosa nell’andare oltre il velo dell’osservazione superficiale della finzione narrativa, è dunque importante a questo proposito il personaggio di Anna, interpretato da Trine Dyrholm (vincitrice dell’Orso d’Argento come miglior attrice per questo film). Conduttrice televisiva dipinta esclusivamente nella sua vita fuori dallo schermo e dalle costruzioni della vita pubblica, quindi importante per stabilire una distanza tra una identità costruita e una reale a cui si accede solo entrando nel profondo e nella quotidianità delle sue azioni mostrate nel film.

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Tornando alla inevitabile crisi di cui si parlava riguardo al cinema di Vinterberg bisogna sottolineare come in questo caso il regista abbia deciso di non lasciare che il dramma prenda il sopravvento sul complesso sistema di emozioni che genera il film, che piuttosto si muove da una iniziale tendenza comica verso una distruzione delle premesse da cui comunque riesce ad emergere una punta di leggerezza. Sembra quasi che una tragedia sia prevista sin dall’inizio del film, e a questo proposito la figura di un bambino convinto di morire entro pochi anni diventa fondamentale per dirigere il tono del film in un senso tragicomico, dove la vita diventa una complessa rete di relazioni destinate a infrangersi e a mutare, dove l’utopia di una apparentemente eterna convivenza finisce per distruggersi e dove diventa necessaria la comprensione dell’assurdità dell’uomo e della sua volontà, non più con uno sguardo cinico e provocatore, ma piuttosto leggero e teso alla possibilità di cambiamento.

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OsservatoreInquieto

Sono nato abbastanza controvoglia in un epoca in cui era troppo tardi per avere poi qualcosa da rimpiangere e in cui era troppo presto per sprofondare bellamente nelle delizie della mediocrità, sono poi cresciuto attraversando fasi per cui mi hanno insegnato inutilmente che dovrei avere un qualche tipo di nostalgia, ma ora sono qui. Ora che probabilmente tutto e già stato detto e fatto, ora ho voglia di provare a mettermi in gioco. Sono essenzialmente cinico, incoerente e pusillanime fino alla nausea, ma sono convinto che la musica sia tutto, e che il cinema qualcosa di più, e se è qualcosa che si può spiegare vorrei provarci assieme a chi ha voglia di ascoltarmi... per il resto niente, il bello di internet è che sembri meno misero di come sei davvero.

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