ESPERIMENTI LETTERARI Le parole che non ho detto

Le parole che non ho detto – Ultimo movimento

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Eulalia
Scritto da Eulalia

Le parole che non ho detto – Ultimo movimento

 

Alla fine a quel matrimonio non ho ballato. Sono rimasto fuori a battere i denti e a pensare che la vita fa schifo: un giorno sei innamorato e vuoi fare il medico, il giorno dopo non sai nemmeno chi sei, la tua storia è finita e i tuoi nonni volteggiano sotto i tuoi occhi in un liscio.

Quei mojito erano davvero annacquati.

Decidere il luogo di quest’appuntamento è stata un’impresa. Non un posto dove fossimo già stati, non un posto dove lei giocasse in casa e io mi sentissi scoperto. Nessun dove.

Mi sono pure fatto bello: cioè, più o meno, secondo me. Mi sono lasciato la barba lunga per avere quell’aria d’uomo vissuto, ho messo solo vestiti che non ha mai visto, niente di niente che mi abbia regalato lei, capello spettinato. Sono ganzo.

E niente, ieri sera ero sul divano a mangiare pasta al pesto da un piatto di ceramica dipinta, sbreccato, e pensavo: come mai ogni pacchetto di tabacco avrebbe sempre dovuto essere l’ultimo? Ogni esame bocciato l’ultimo? L’ultima ogni sera di tristezza o di solitudine anche in mezzo agli altri, ultima ogni amicizia con la data di scadenza scritta sopra, che dopo un po’ non va nemmeno nel riciclo, ultimo e primo ogni proposito di smettere di far qualcosa. Passo la mia vita a cercare di terminare questa o quell’azione che non mi va giù, e mai una volta che io sia capace di iniziar qualcosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A OCCHI APERTI

 

È ovvio che avessi già immaginato milioni d’incontri tra noi, in tutte le salse, da quelli più improbabili ai più melensi (il mio preferito quello in cui, vagando per i corridoi d’ospedale col mio bel camice, mi imbattevo in lei ricoverata in un lettuccio bianco e tanto fragile), avevo fantasticato sul fare a botte col suo nuovo ragazzo e, se è per questo, anche sul fare a botte con lei. Quell’incontro, però, non l’avevo mai cercato: era così bello sognare tutti i possibili scenari, anche quelli per me più deludenti o umilianti, la realtà non avrebbe mai potuto uguagliare la fantasia. Non volevo scendere sulla Terra, vedermela davanti con tutte le meschinerie e i difettucci delle persone vere, scontrarmi con l’idea che non c’entrasse niente con quella che avevo ricordato (si può dire, creato) in quegli anni, col fatto che probabilmente nemmeno mezzo dei miei duemila copioni possibili si sarebbe realizzato, neppure nel più misero dettaglio.

Il gesto di scriverle era nato dal ritorno a casa, dall’umidità, dalla fanghiglia noiosa delle ore e dei giorni, ma soprattutto dal mio antico vizio di aver bisogno di chiudere gli occhi e precipitare.

Prima o poi si tocca terra.

 

In realtà quell’appuntamento è stato per me più triste di ogni peggiore fantasia: non riuscivo ad essere abbastanza sadico con me stesso da arrivare ad immaginare – o forse ho ritenuto sempre la mia vita e me stesso troppo interessanti per pensare – che la prima cosa che avrei pensato vedendola sarebbe stata “è ingrassata”.

Non era significativamente imbruttita, anzi, era più o meno come l’avevo lasciata: qualche chilo in più sulle cosce, un sorriso meno adolescente e zero calore per me, la stessa diffidenza negli occhi, lo stesso taglio di capelli di quando se n’era andata. Ok, forse non era mai stata poi così affascinante. Ok, forse invecchiare è un diritto di tutti e nessuno di noi sarà mai più così bello di bellezza vera come quando aveva sedici anni, ma cristo santo.

Era una perfetta sconosciuta che conoscevo meglio di chiunque altro, una ragazza che non avrei mai notato mentre camminava per la strada, ma di cui conoscevo il ghignetto impertinente, le espressioni più caratteristiche, di cui avrei potuto prevedere diverse reazioni alle quali avevo imparato a reagire nel modo giusto; ne conoscevo le paure, le fissazioni, le crudeli piccole ingiuste vendette, ma non sapevo niente delle sue recenti conquiste, delle sue nuove ambizioni, di che cosa la spaventasse adesso o la tenesse sveglia come accade a me, per ore nel letto, schiacciata dal peso dell’aria. Avrei potuto trovare naturale stamparle un bel bacio in bocca e chiederle com’era andata la giornata e allo stesso tempo sentivo il bisogno di ripeterle il mio nome, e di sentirle dire il suo. Marta. Piacere, non credo che ci conosciamo. Ho sentito nove anni della mia vita crollarmi in frantumi davanti ai piedi.

Ho preso un caffè, lei una cioccolata calda che le ha lasciato dei baffi marroni sopra le labbra: gliel’ho detto ridendo, ma lei ne è parsa infastidita, come se perfino quel gesto fosse diventato troppo intimo per poterlo condividere. Siamo rimasti come congelati per una mezz’ora, io – mai stato in vita mia un tipo estroverso – paradossalmente responsabile della sopravvivenza della conversazione, lei bizzarra attrice di un imputato sottoposto al terzo grado.

Sì, tutto bene. L’università bene, laurea magistrale tra pochi mesi, con appena un accenno di ritardo, sempre a Siena, sempre pendolare. Gli amici, tutto bene. Sì, sì, gli stessi di sempre. No, non faccio più sport, ho avuto una distorsione durante una partita di pallavolo tra amici. No grazie, non voglio altro, non disturbarti a pagare per me.

La sua storia era finita, ho scoperto mentre uscivamo fuori per soddisfare il mio ardente bisogno di nicotina, solo pochi mesi prima. Era stata con un ragazzo che non conoscevo se non di vista e di cui, dopo quella conversazione, non posso dire di saper molto di più. La sigaretta che bruciava tra le mie labbra ha ricevuto solo una sua occhiata sprezzante e un secco commento: “Quando pensi di deciderti a smettere?”. Questa delle sigarette era sempre stata una battaglia tra me e lei, tra me e me stesso, mentre mi cullavo nella mia somiglianza con Zeno Cosini – così inconsistente e sciocca, così gradevole per me – ma i toni erano cambiati: ora la sigaretta non era più oggetto di preoccupazioni sulla mia salute, ma di un’accusa velata alla mia inconcludenza.

Col passare dei minuti si è sciolta dall’imbarazzo o dalla freddezza che aveva deciso di ostentare, ma ogni volta che ho tentato di avvicinarmi a lei, di sbirciare da una finestra o da un cortile quel che succedesse in casa, di scoprire qualche vecchia cicatrice, le persiane, la porta, il cancello mi sono stati sbattuti in faccia. Nessuna domanda personale ha fatto breccia nella sua corazza, mentre mi sorbivo una serie di frecciatine volte a farmi intendere quanto fosse disinformata su di me, quanto non sapesse, da due anni a quella parte, cosa avessi fatto ogni giorno della mia vita. Un mucchio di balle, per quanto mi riguarda, ma mentre la ascoltavo comporre quella storia d’indifferenza, di aneddoti di nessuna importanza, di sciocche precisazioni sulla vita quotidiana e sulla routine in cui nulla era cambiato, mi rendevo conto di essere ingiusto con entrambi: quelle erano le cose che facevano parte del suo mondo, io non avevo il diritto di etichettarle come banali, poco interessanti o dette solo per distrarre. Forse mi portava fuori strada per non dirmi quel che aveva provato, oppure semplicemente aveva chiuso, era andata avanti, il che per lei significava anche e soprattutto riprendere in mano la propria vita e tessere i giorni nella propria stanza di bambina e nel cortiletto di cinque metri quadri da cui poteva parlare con i vicini, affastellare ore di studio, di noia, di amici di una vita, di pub di provincia, di nebbia e belle giornate.

Non c’era niente di cui sorprendersi, e probabilmente nemmeno granché che mi stesse tenendo nascosto: quella era Marta, io lo sapevo da sempre, anche se avevo deciso di dimenticarlo. La sua vita aveva una speciale poesia che non avevo mai capito, e che non faceva per me.

Sulla carta non è andata poi così male. Ora sono tornato al mio vecchio angolo della prima sigaretta, il posto dove vengo sempre quando devo fumare e pensare. Il sole è già tramontato, ma i ragazzi dentro il palazzetto si stanno ancora allenando, sento i tonfi dei palloni e le luci sono accese.

Abbiamo parlato abbastanza, di cose inconsistenti, e quando ci siamo salutati – io atrocemente indeciso mi sono allungato per darle un bacio sulla guancia a distanza di sicurezza – lei è venuta spontaneamente verso di me e mi ha abbracciato, senza incertezza, come per farsi perdonare di tante stronzate dette.

Quell’abbraccio mi è piaciuto, è stato sincero. Prima di salutarci, però, mi ha guardato in faccia per la prima volta in due ore e mi ha chiesto, seria seria: “Ma perché hai voluto vedermi?”.

 

Cara Marta, mia amica, mio vecchio amore, sorella, confidente, perfetta sconosciuta. Volevo vederti perché non ti vedo da due anni, perché ti voglio bene e non so più chi sei, perché ho così tante cose da dirti e mi sono stancato di scriverle e basta, o di pensarle, o di preparare messaggi che non ti manderò mai. Volevo averti davanti perché a volte è troppo facile tenere discorsi ad un interlocutore immaginario, da caricare di tutti i pregi che avremmo voluto che avesse, cui sfrondare tutti i difetti più scomodi e realistici, a cui mettere sulle spalle un bello zaino pieno di mattoni da portarsi dietro al posto nostro: l’incapacità di inserirsi in un ambiente, che sia una città o una facoltà universitaria, l’inettitudine nel non riuscire a stringere legami perché richiede un investimento di energie troppo alto per uno il cui massimo sforzo sociale risale a diversi anni prima, la paura di fallire che ti paralizza in un divano col computer in grembo o davanti ad un televisore con una birra aperta e nemmeno il telecomando in mano per cambiare canale. Perché a volte muovere un passo fa molta più paura che star fermi per sempre, finché non si invecchia, e io questo passo prima o poi lo dovevo fare.

Marta, sei qui perché il mio ultimo punto di riferimento l’ho avuto due anni fa e non ne ho più trovati altri, ed è stato bello dare la colpa a te.

Io l’ho guardata e basta, con una scrollata di spalle le ho detto: “Perché non mi ricordavo più com’eri fatta davvero. Volevo vederti, tutto qui”.

Questa sigaretta la butto. È diventata troppo amara.

 

 

 

 

Qualche settimana fa sono andato a correre in Fortezza. Ho fatto il mio solito tragitto, guardato il sedere delle ragazze, evitato i quarantenni sudati e mi sono appuntato mentalmente il numero di morti che ho sentito elencare a due simpatiche signore in tre giri di corsa. Diciassette.

Tornando a casa ho trovato parecchi messaggi sul cellulare, ma non mi andava di uscire, non ho risposto a nessuno. Sono entrato sotto la doccia e sentivo una leggerezza nuova.

 

Dev’essere la stessa che mi anima adesso mentre aspetto il tram con le cuffie, saltellando da un piede all’altro: tanto per rispettare un cliché vorrei dire che il sole splende, ma il cielo è grigiastro e tira un vento di fine Novembre che mi fa sorridere. A quest’ora a prendere i mezzi ci sono un sacco di ragazzi del liceo che la rendono decisamente la mia ora preferita; li guardo ciondolare qua e là in branchi compatti, con livree simili come tanti uccelli, mentre si tengono stretta la loro sensazione di appartenenza a qualcosa e io invidio tremendamente la loro vita dominata da paura, curiosità e testosterone. Ovviamente non prendono il mio tram, popolato essenzialmente da due categorie: vecchi e studenti di Medicina, di solito riconoscibili per l’abbigliamento casual chic o tendente al fricchettone, le borse di cuoio, i libri in braccio.

Appena le porte si aprono davanti a me ho finalmente l’opportunità di rispolverare anni e anni di allenamento da troppo tempo trascurati: mi fiondo dentro l’autobus senza guardare in faccia nessuno, menando spallate a destra e a manca, punto un sedile vuoto alla mia destra. Sono pronto a uccidere.

Marta non l’ho più sentita, ma non per rancore. Credo proprio che le scriverò prima o poi, solo per chiederle come sta, perché ora mi sento libero di farlo. Ha lasciato prima i miei sogni in punta di piedi, senza che me ne accorgessi, poi le mie ore di veglia. Non so dire se tornerà a visitarmi, se partorirò ancora delle belle fantasie dove riusciamo ad essere amici davvero, al di là di sciocche paure, fantasmi del passato e punti di rapida in cui la corrente della vita ti trascina via.

Mi manca spesso, nel modo di scherzare e di abbracciare, nel modo in cui ogni mia prima volta è legata a lei: Marta per me sono i sedici anni, la rabbia pura e l’immortalità, le scoperte salate e appiccicaticce, la tachicardia, il dolore. Marta è mettersi in gioco ed essere in grado addirittura di decidere che cosa si vuole fare da grandi, assumersi la responsabilità di amare, perfino di crescere. Marta è anche una persona reale, che ho amato tanto e che da tanto tempo, ormai, non amo più.

 

Una vecchia cerca di interporsi tra me e il sedile, ma le è andata male: è talmente tanto tempo che non prendo l’autobus verso l’ospedale che nessuno degli anziani mi è più noto, probabilmente i miei preferiti sono tutti crepati e devo sceglierne di nuovi. È una questione di pesi e misure. Certe decisioni non si possono prendere in piedi.

La scavalco agilmente e le rubo il sedile: mi ci lascio andare soddisfatto come un bambino, la cartella in grembo, mi appoggio allo schienale. Già pregusto il dribbling che mi aspetta nel lungo corridoio di cemento dalla fermata del tram alle porte a vetri dell’ospedale. Non mi rendo conto che tutti mi guardano e che la vecchia, rimasta in piedi, mi batte il bastone davanti ai piedi; siamo quasi arrivati quando finalmente mi tolgo una delle cuffie e la guardo di sotto in su.

“Lei” mi dice, come da luogo comune, “è un gran maleducato! Non vede che ho bisogno di sedere?”

Con suo grande sdegno mi metto a ridere.

“Sono io che ho bisogno di sedere.” le dico “Lei ha già un piede nella fossa, faccia star comodi i giovani. Mi sono alzato presto stamani, sono stanco.” fa per interrompermi, ma ormai sono partito “Sono stato in piedi tutta la notte e di certo non mi alzerò da qui all’ospedale, perché oggi sto andando a fare un esame. Anzi,” alzo la voce perché voglio che mi sentano proprio tutti, già che si stanno godendo la scena “sto andando a superarlo!”

Quando il tram frena fischiando balzo in piedi, oltrepasso la vecchia che non ha smesso un secondo di borbottare e scendo, avviandomi verso il policlinico. È una mattinata di Novembre in una piccola città, oggi c’è il primo appello per i fuoricorso, il tempo è grigio e il vento mi fa sorridere. Ultimamente ho fatto i conti con debolezza, mancanza di talento, normalità e incostanza, guardo gli altri percorrere i corridoi e penso che se potessero vedermi dentro mi prenderebbero per pazzo, perché se, mentre vado a dare l’esame, gli altoparlanti alle pareti trasmettessero una sciocca musica latinoamericana, sento che mi metterei a ballare.

E questa è la storia della mia vita.

 

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Il mio racconto è, per così dire, finito. Vi ringrazio per per i messaggi che mi avete scritto e l’assiduità con cui l’avete seguito; per rispondere a una domanda di molti, vorrei dirvi di non farvi ingannare dal sesso dei protagonisti: io non sono Marta, e ho deciso di scrivere in prima persona proprio perché di quel personaggio so soltanto quel che ho appreso durante la nostra breve o lunga relazione. Del resto, è così fondamentale sapere dove inizia la realtà e finisce la finzione? Spero che mi abbiate letto con piacere, oltre che con pazienza. A presto!

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Foto di copertina dell’autrice.

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Eulalia

Eulalia

Sono una studentessa di Medicina a tempo pieno e una scrittrice a tempo perso, all’anagrafe ho ventidue anni. In realtà, credo di non averne compiuti ancora diciotto.

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