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Non esistono gli dei, la domenica

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Scritto da rosaelefante

Non esistono gli dei, la domenica

 

La ragazza divora la crusca a bocca aperta fissando un punto morto oltre le tendine della cucina. Una coperta di pile verde copre a malapena le spalle. Dal bordo del tavolo fanno capolino le cosce grasse e il triangolo di pelo là in mezzo sembra sul punto di soffocare. Mi chiedo se ci siano dei genitori ad aspettarla da qualche parte oltre il vetro.

-Tu non mangi?

Versa dell’altro latte nella sua ciotola.

-Dopo. Non voglio rovinarmi il pranzo.

-Ma sono le dieci e mezzo.

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Quando ero piccolo, il pranzo domenicale era considerato un rito inviolabile. Mi infilavo la camicia buona addosso e correvo a perdifiato giù per la collina fino a casa della nonna. Parenti e amici da ogni angolo del paese. Giovani e vecchi, sedevamo tutti insieme alla stessa grande tavolata. Si mangiava, si rideva, ci si insultava da un capo all’altro della sala da pranzo, illuminata dalle grandi vetrate ad arco che tracciavano, pure in estate, un’aura frigida e solenne attorno ai commensali. Più che altro si mangiava.

Il giorno del mio diciottesimo compleanno cadde una domenica.

Era freddo e ci misi più tempo del solito a pettinarmi i capelli. Mamma non faceva che ripetermi che quello sarebbe stato un gran giorno.

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-Sicuro che non vuoi nulla?

-Ho detto di no.

-Va bene, va bene, signor permalosino permalosetto.

I raggi del mattino rendono la sua pelle candida e irregolare simile a sabbia marina.

Non esistono gli dei, la domenica.

-Perché non vai a farti una doccia?

Le guardo la pappagorgia fremere di piacere. Poggia il cucchiaio e si pulisce le labbra con un lembo della tovaglia. Le dita grassocce si chiudono tra le gambe.

-Sei proprio un mascalzone, lo sai?

Sorride maliziosa.

-Non immagini nemmeno quanto.

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Arrivai camminando, quella volta, a casa della nonna. Pioveva, e non avevo alcuna fretta. L’intera famiglia mi attendeva silenziosa nel giardino della villa. Chinarono i cappucci al mio passaggio.

Quello era il mio giorno.

La lunga tavola imbandita dava sfoggio di tutti quegli agi che mia nonna, con scaltrezza e giochi di labbra, si era potuta permettere col passare degli anni. Il posto alla sua sinistra spettava a me. Sapevo di essere il suo orgoglio.

Ad un’alzata di mano, due inservienti – il volto corrugato per lo sforzo – posero di fronte a me un enorme tagliere di legno, su cui poggiava la bestia più bella che avessi mai visto in diciotto anni. Speziata qua e là da erbe e frutti di bosco, sembrava appena uscita da una favola ottocentesca di fate e folletti. Grassa, corposa, giovane. Il pieno delle sue forze era in quel momento riverso sugli arti, in una sofferenza innaturale volta a liberarsi dei chiodi che la arpionavano agli angoli del tagliere.

Era ancora viva.

Ho un ricordo pressoché intatto di quel momento speciale. L’attimo in cui divenni adulto. Afferrai senza esitazione il lungo pugnale argenteo dalla custodia foderata di velluto e lo calai con forza sull’ombelico. Un gemito terrorizzato, che nonna strozzò con uno schiocco delle dita tremanti. Gli inservienti spinsero più a fondo il grappolo d’uva nella gola della mia prima vittima. Trascinai con entrambe le mani la lama fino allo sterno, assaporando il fruscio irregolare del coltello nella carne. Ad ogni centimetro, potevo sentire il terrore scivolare sulle guance rigate della ragazza. Curvai il manico e le squarciai il torace. Smise di agitarsi ed osservai la vita svanire dai suoi occhi. Doveva essere stata la figlia dell’idraulico, o del notaio, o qualcosa del genere. Era una faccia che avevo già visto. Immersi le mani nel petto scoperchiato e ne estrassi il cuore con un sorriso. Dal tavolo arrivarono fischi di approvazione e gemiti affamati. Nonna mi osservava raggiante.

-Il mio bimbo si è fatto uomo.

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Ancora umida, si infila ansimando sotto le coperte. Alcune bolle di schiuma brillano intrappolate dietro le orecchie. Mi sbatte addosso un sorriso ebete. Ho una fame del diavolo.

-Beh, che cosa aspetti? Non ho mica tutto il giorno.

La odio quando sorride. Mi sorprende ogni volta come la cieca fiducia che le persone pongono nei propri simili li induca a fare scelte di cui non avranno mai più il tempo di pentirsi. Rendono tutto fin troppo facile. La cautela andrebbe insegnata nelle scuole, al pari delle discipline fisiche e della religione. Come si dice, fidarsi è bene…

Comincio a legarle i polsi flaccidi alla testiera del letto matrimoniale con fascette da elettricista. Le coperte saranno da buttare.

-Sai…

La guardo negli occhi un ultimo istante. Aspiro a pieni polmoni l’odore del ragù che bolle a fuoco lento in cucina. Sembra troppo eccitata per provare paura, ma non ci vorrà molto per farle cambiare idea.

-Oggi è il mio compleanno.

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Il rosaelefante nasce dalla testa di un cucciolo abbandonato.
Lo visita nel sonno, per placare i suoi incubi con il suono della tromba ed insegnargli a volare.
Svanisce in una nuvola al nascere del sole, ma tornerà tutte le notti, ogni volta in un sogno diverso, perché il rosaelefante è, anzitutto e soprattutto, un abile trasformista.
Sopravvive nascosto ai mostri dell'inconscio, ne assimila i segreti e quando cala la notte fugge, rapido e silenzioso.
Si rifugia nei sogni e, seduto su di una grande pietra, comincia a raccontare.

Io sono un rosaelefante e queste sono le mie storie.

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