Alfabeto ESPERIMENTI LETTERARI

Alfabeto Parte III – U come umiliarsi

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Noise
Scritto da Noise

Se quella che sta per cominciare fosse semplicemente una storia, sarebbe semplice spiegare di cosa si tratta. Ma questo è un viaggio da una costa all’altra attraverso le 21 lettere dell’alfabeto. Un viaggio diviso in tre parti, ogni parte “conta” sette lettere.

In fin dei conti è uno schema, un adattamento a uno stile di vita: la paura di non riuscire più a mettere un piede dopo l’altro.

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Parte III – Ritorno

U come Umiliarsi

 

Faceva freddo, un freddo umido, scomodo che mi si attaccava addosso. Non potevo respirare senza sentire la gola in fiamme e le labbra secche. Approfittando del numero esiguo di turisti dell’isola potei correre per il centro e senza neanche accorgermene arrivai davanti al negozio di Ginevra. Entrai e mentre mi toglievo il cappello di lana dalla testa la salutai con un cenno, lei non poté distrarsi da una cliente con la quale stava parlando animatamente, però riuscì a farmi un grande sorriso e mi bastò.

Cosa sono?” Le chiese la donna.

Macchinette per il caffè!” Rispose cercando di essere quanto più gentile possibile.

Ma non so’ più piccole?” Le chiese la donna ancora più titubante sull’acquisto.

Quelle di oggi sì, ma queste sono quelle antiche, sfruttano la stessa tecnologia dei treni.”

Ma sono rumorose come i treni, allora?”

Vidi Ginevra diventare paonazza a quella domanda.

Quanto vengono?” Chiese la signora vedendo che Ginevra si spazientiva.

Venticinque l’una.”

Non esageri, è solo un po’ di vecchiume messo a nuovo.”

Signora queste cose non le trova da nessun’altra parte.”

Le guardai contrattare, mi faceva sorridere il fatto che alzassero sempre più la voce, sembrava che ci fossero solo loro in tutto il negozio, la signora proponeva un prezzo assurdamente basso e Ginevra provava a portarla un prezzo a metà strada.

Infine, Ginevra riuscì a spuntarla vendendole a quindici.

Ciao straniero come mai qui?” Mi chiese Ginevra appena si fu liberata. “C’è bisogno di un motivo preciso per venire a trovarti. – Molto furbamente evitai di dire che mi trovavo lì per caso. – Stasera verso che ora torni?”

La risposta a quella domanda non fu nulla di verbale, fu il suo corpo a suggerirmela, immediatamente i suoi gesti si fecero repentini, più simili a quelli di una serpe infastidita nella sua tana che a una donna e una maschera di stizza le si disegnò in faccia.

Ginevra.” cercai di mettere quanta più accondiscendenza avevo in corpo nel pronunciare il suo nome.

Che c’è?”

Ti ha dato fastidio il fatto che sia venuto a farti visita?”

Non rispose, preferì sistemare alcune cose che aveva sul bancone. Mi avvicinai a lei, provai a toccarle la guancia, ma lei si spostò con uno scatto fulmineo.

Io ritrassi la mano, come scottato.

Va bene, ho capito!” Dissi a mezza bocca, m’infilai di nuovo il cappello e di nuovo fui in strada, mi allontanai con passo veloce, accelerando fino ad arrivare a correre e poi corsi sempre più forte, infatti, nonostante il freddo sentivo piccole gocce di sudore riempire il cappello. Prima che mi scoppiasse il cuore in petto ricominciai a correre con un ritmo regolare, mi feci il giro di tutta l’isola. Arrivai su una spiaggia praticamente deserta, ci arrivai col fiato corto e per riprendermi mi stesi sulla sabbia che cominciava a inumidirsi, uno degli ultimi soli invernali mi riscaldava le membra intirizzite prima di andare a morire nel mare. Attesi la comparsa della Luna e ritornai su i miei passi con la luce dei lampioni e il monotono ticchettio dei miei piedi sull’asfalto a farmi compagnia. La discussione con Ginevra mi aveva fatto capire come mi stessi piegando all’abitudine: la indossavo come un vestito d’alta sartoria fatto su misura per me, ci stavo comodo e mi sentivo elegante allo stesso tempo. Cominciai a pensare che forse era solo assuefazione all’isola, sentivo che non sarei più riuscito ad abbandonarla. Ci vivevo da poco e già la chiamavo casa.

Avevo sviluppato un ritmo allungato composto da tempi più prolungati, dal momento del risveglio a quello dell’alzarsi impiegavo circa mezz’ora.

Cominciai a fare la stessa cosa a lavoro, infatti, negli ultimi tempi, quando stavo per lasciarlo, avevo sviluppato la capacità di assorbire e risolvere gli impegni di tutta la giornata verso le ultime ore, lasciandomi così libertà e autonomia per il resto della giornata. Passavo la maggior parte del tempo a chiedermi quanto possa essere difficile tendere una corda da equilibrista: un equilibrio adatto a scoprire quali siano le reali difficoltà, un modo per svelare gli ostacoli per se stessi e per gli altri. Poi cadere, sperare che la rete sia ben fissata e dimostrarsi fermi nelle proprie idee e sperare di non cadere più, perché è troppo, troppo breve la caduta e la conseguente resa degli arti. Facciamo la vita che scegliamo di raccontare perché si sceglie un percorso, si hanno ben fisse le idee e i processi, però ciò che importa sta solo nella forma finale, la somma delle nostre idee le convinzioni con cui partiamo, unite alle vicende che capitano.

In città mi spostavo spesso con i mezzi di trasporto e a differenza dei miei compagni di viaggio non avevo fretta che i treni arrivassero in orario e molto spesso preferivo restare a chiacchierare con qualche sconosciuto anziché scendere alla mia fermata. Quando trovavo qualcuno disposto ad ascoltarmi fingevo, inventavo altre identità. Volevo verificare se riuscivo a essere credibile come avvocato o medico. Fingevo di essere un uomo realizzato, cosa che non ero per niente. Spesso mi chiedevo se risultavo più credibile come veterinario o professore di scuole medie, mi divertivo soprattutto in quest’ultimo ruolo. Ricordo che una volta incontrai un professore di matematica di un liceo classico. Mi diede una grossa dimostrazione di forza d’animo.

Con testardaggine e caparbietà, tanti anni fa riuscii a entrare nell’accademia di belle arti.”

E com’è finito a insegnare matematica dall’accademia di belle arti?”

Ci sono finito perché lì mi sono accorto di non avere tutto quel talento che credevo avere.”

Ma se è riuscito a entrare, aveva talento.”

Sì, ma solo quel minimo per entrare, quando ho visto i lavori dei miei colleghi d’accademia ho capito che non era la mia strada, allora presi la decisione che cambiò la mia vita: cercare la bellezza nella cosa che secondo me era più lontana dall’arte, la matematica.”

Ed è riuscito a trovarla?”

Certo. L’arte, quella vera, è tutto un insieme di punti e di rette tracciate, di circonferenze perfette e di triangoli scaleni.”

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Clicca qua per il prossimo capitolo: V come Vagare.

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Sono Noise, il rumore. Sono il battito del cuore e l'affanno del respiro. Sono il ticchettio che ti tiene sveglio la notte. Sono il ronzio che ti perseguita assieme all'afa estiva. Sono il disturbo di frequenza mentre cerchi la tua stazione radio preferita. Sono i tuoi passi che battono sull'asfalto quando vuoi stare da solo. Il rumore ha un colore e una voce, la mia.
Lasciatevi andare alla brezza del mare, perché il rumore delle onde è forte.
Ho una casa o meglio un club e puoi trovarmi là: noisclab@gmail.com

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