Cangelo & Gatti degli Apostoli ESPERIMENTI LETTERARI

Cangelo & Gatti degli Apostoli: Capitolo II – Canis canem, semper cave

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Cane Nudo
Scritto da Cane Nudo

Capitolo II – Canis canem, semper cave.

Tempo fa fui diretto spettatore di una vicenda della quale ancora oggi si parla molto, tanti di voi, dunque, sicuramente già conosceranno la storia che sto per raccontarvi. Di questa, essendomi tornata alla mente proprio durante una delle mie ormai periodiche conversazioni telefoniche con il mio già citato vecchio pitone, Ser Biss, ho deciso di riportare fedelmente la mia versione dei fatti: qui non si parlerà di un mio animale da compagnia, bensì del protagonista di uno dei più chiacchierati scandali degli ultimi anni.

Durante i miei primi anni di vita ero solito frequentare, trascinato dalla mia famiglia, una piccola parrocchia, alla capo della quale regnava – e il verbo non è scelto a caso – un autoritario prete, accompagnato da una schiera di gelide suore. Don Callisto (tale era il nome), in piedi presso l’altare, circondato da drappi purpurei, fiori candidi, candele e vestito con tonache brillanti e adorne delle più belle gemme tanto somigliava ad un sovrano che, al momento dell’eucarestia, ogni fedele era naturalmente portato all’inchino completo, e se ciò non accadeva uno sguardo severo e un gesto della mano accompagnavano la solenne genuflessione. Ogni funzione era curata nel minimo dettaglio, ad ogni parola del parroco pareva che sempre più la chiesa si tramutasse in teatro: il presbiterio in palcoscenico, le navate in tribuna, in putti i chierichetti; le suore, invece, da sempre arpie, arpie rimanevano, insozzando con le loro voci stridule i sacri canti. Con il passare del tempo, tuttavia, il Suger della situazione non pareva più capace di reggere il confronto con tanta perfezione: un giorno, all’ennesima gaffe durante la lettura del Vangelo, un coraggioso ed esasperato gruppo di fedeli avanzò la proposta di chiamare un diacono, o comunque una figura che fosse d’aiuto al caro Callisto. Il prete, come poteva essere prevedibile, non prese subito di buon grado questa proposta, ma quando ebbe la possibilità di ragionare e di mettere da parte l’orgoglio si decise ad agire, tuttavia sempre e solamente per il bene della sua piccola Sant Denis.

Per essa avrebbe accettato solamente il meglio – ne andava del suo personale prestigio – e un papabile nome già gli era balenato in testa quasi da subito: padre Germanico. Chi era costui? Da sempre don Callisto si occupava di teologia: amava infatti abbandonarsi allo studio di essa appena prima di coricarsi e disquisire coi fedeli più colti degli argomenti a lui più cari e, tra i suoi autori più amati, teneva saldamente il primo posto questo chierico teutonico dalla prosa agile e dall’argomentazione lucida, possedeva quasi la totalità dei suoi scritti pubblicati e avrebbe fatto di tutto per averlo al suo fianco durante le funzioni. Fatta partire dunque la voce del bisogno tra i vecchi compagni di seminario, ingigantita ad hoc tutta la vicenda, come una frecca dall’arco scocca volò veloce di bocca in bocca e, una sera, il parroco sentì qualcosa raspare la sua porta con insistenza.

In fondo, con il senno di poi, cosa sarebbe potuto succedere se non ciò che è effettivamente capitato? La domenica più vicina l’umido muso del pastore tedesco fece la sua comparsa sul presbiterio e prese posto su un piccolo cuscino al ‘seduto!’ di Don Callisto. L’udienza rumoreggiava confusa. Arrivò presto il momento della lettura del Vangelo: padre Germanico trotterellò verso il leggio, appoggiò le zampe, si schiarì la gola e cominciò ad abbaiare con foga. L’udienza lasciò la seduta.

Seguirono in questo ordine: gli articoli sui giornali locali e nazionali, le pubbliche scuse del parroco, la lunghissima dichiarazione di sdegno di padre Germanico su “L’osservatore Romano”. Don Callisto si ammalò per il dispiacere e, ritiratosi a vita privata, morì dopo poco. Le suore lasciarono la parrocchia in gruppo e trovarono un nuovo alloggio presso un sistema di caverne e antri presenti in un parco naturale a pochi chilometri dal paese, dal quale non uscirono più.

La colpa fu definitivamente data alla scarsità di vocazioni religiose di questo sciagurato periodo.

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