Alfabeto ESPERIMENTI LETTERARI

Alfabeto – Parte III – Q come Quasi

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Noise
Scritto da Noise

Se quella che sta per cominciare fosse semplicemente una storia, sarebbe semplice spiegare di cosa si tratta. Ma questo è un viaggio da una costa all’altra attraverso le 21 lettere dell’alfabeto. Un viaggio diviso in tre parti, ogni parte “conta” sette lettere.

In fin dei conti è uno schema, un adattamento a uno stile di vita: la paura di non riuscire più a mettere un piede dopo l’altro.

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Parte III – Ritorno

Q come Quasi

Arrivai a casa fra mille acciacchi, per fortuna conoscevo la strada a memoria. Quella era la città dove ero cresciuto, la mia città. Ero ubriaco, avevo cominciato a bere subito fuori dal supermercato e le chiavi faticarono a funzionare, dopo un indefinito numero di tentativi riuscii a entrare.

Mi muovevo inebetito dentro una casa che sentivo ancora più vuota, dolore allo stomaco. Il vomito saliva, lo sentivo passare per la gola e la bocca. Mi piegai in due, il dolore mi costrinse a portarmi le mani allo stomaco e vomitai quel poco che avevo mangiato, condito dai litri di alcool che avevo ingurgitato. Vomitai sul pavimento, sulle pareti e sulle scarpe.

Mi tolsi i vestiti umidi e appiccicosi. Con indosso solo le mutande andai verso la cucina. Non riuscivo a muovermi come avrei voluto: le gambe erano pesanti, la testa mi scoppiava, la gola ardeva e il dolore allo stomaco mi faceva impazzire. Mi stesi a terra e tutto divenne nero, l’ultima cosa che ricordo è l’immagine delle lancette dell’orologio in cucina, bloccate perennemente le sette e trenta.

Le stelle erano simili a piccoli diamanti incastonati nel cielo, l’afa estiva della giornata, nella serata, si era smorzata, finalmente si poteva respirare e mi trovai assieme a un amico. Entrammo in una porta antica, alzai lo sguardo verso l’alto e vidi un castello illuminato porsi nello stesso cielo stellato di prima, luci e musica si alternavano ritmicamente e all’improvviso mi trovai da solo in una camera scura e un dito indice enorme m’indicava gli occhi e il viso di Felicita.

Comparve nell’immensa oscurità della parete, solo in quel momento capii che si trattava di un cilindro. Ero solo, lì dentro.

Felicita mi invitò a ballare, indossavamo vestiti eleganti, da cerimonia. Come se si trattasse del matrimonio di uno zio importante.

La stringevo forte, sentivo la sua testa appoggiarsi alla mia spalla, la vidi trasformarsi in sangue e polvere.

Sentii il sapore metallico del sangue salirmi in gola e nelle narici.

Avrei voluto fuggire da quell’orrore che era diventata Felicita, ma le gambe non me lo consentivano. Era ancora stretta fra le mie braccia e diventò una bambola. La bambola che conservava da quando era bambina, i capelli castani e morbidi divennero stoffa rossa e gli occhi due puntini neri. Ero ancora fermo, non riuscivo a muovermi. Il mio unico pensiero fisso era che la bambola fosse irrimediabilmente rotta. L’unica cosa che sapevo essere in grado di fare era urlare e urlai a squarciagola, urlai con quanta forza avevo nei polmoni.

Mi ritrovai a urlare fra le lenzuola in un bagno di sudore.

Quindi mi ritrovai da solo. Era un copione, quello, che si ripeteva quasi tutte le mattine. Mi alzai massaggiandomi la testa e la gola, sentivo il sangue che avevo appena sognato, avevo bisogno di togliermi quel sudore freddo di dosso e di dimenticare tutto il sangue che avevo visto.

L’acqua scorreva regolare, era bollente, però continuavo a sentire il sangue addosso e il sudore freddo dietro al collo dato da quel dannato incubo.

Uscii dalla doccia, indossai dei boxer puliti e mi incamminai verso il balcone, pensai con ribrezzo che il clima era lo stesso di quello della serata che avevo sognato. Guardai distrattamente l’orologio rendendomi conto che erano le due passate.

L’incubo me lo sentivo ancora addosso in tutto il suo orrore.

Rimuginavo su tutto quello che mi era successo negli ultimi giorni, la morte e il funerale di Felicita. Rientrai in casa e cominciai a cercare la bambola che avevo sognato e quando, dopo un indefinito numero di scatole aperte e buttate in aria, la trovai ancora integra capii che gli incubi più spaventosi sono quelli che al risveglio non spariscono.

Risoluto mi avvicinai alla videoteca, presi il dvd marcato nella mia calligrafia grossolana: “Risveglio di lei e Buongiorno di lui” e lo inserii nel lettore. Mi sedetti sulla poltrona di fronte al televisore mi godetti il frutto del mio passato lavoro.

Nello schermo comparve un me con occhi umani e meno smunti.

Oggi è il tre dicembre e con questo video darò il buongiorno alla donna che amo.” Sentire la mia voce così forte mi fece sorridere perché la sentivo ridicola, però mi fece pensare al fatto che ormai sussurravo soltanto. Avevo smesso di parlare e di sorridere.

Nel fare il video avevo inquadrato una parte di letto e la mia mano che sistemava la videocamera sul comodino e subito dopo apparve in primo piano Felicita addormentata. Si sentì un rumore di coperte spostate. Mi buttai addosso a Felicita, mi girai verso la camera con un sorriso ebete in faccia. Mi girai, mi abbassai sulle sue guance e cominciai a baciarla. Felicita lentamente si svegliò e realizzò di avere una videocamera puntata in faccia.

Sei uno scemo!” Esclamò repentina.

Non è vero, ti amo.” E la baciai sulle labbra, lei rispose con foga crescente.

Bruto, sei felice?” Chiese lei distaccandosi dalle mie labbra.

No.” Risposi ancora col sorriso sulle labbra.

Perché?”

Perché la felicità è un’illusione.”

E tu non vuoi illuderti?”

Lo vorrei tanto ma… non so.”

Che cosa provi quando sei con me?”

“È difficile dirlo, mi sento col cuore leggero e con la mente un po’ vuota… questa è felicità?”

Non lo so, potrebbe essere.”

Felicita, tu sei felice?”

Sì.”

E come fai a saperlo?”

Lo so e basta.”

Hai l’interruttore della felicità messo su on?” Chiesi ironico.

Quanto sei scemo!” Urlò lei e cominciò a picchiarmi col cuscino, glielo tolsi di mano, lo lanciai lontano e ricominciai a baciarla.

Resistetti poco nel rivedere quel video fatto da me tempo prima.

Presi una sfera di cristallo che avevamo vicino al divano, era una bomboniera brutta di qualche altro matrimonio finito a letto, la soppesai nel palmo della mano e la lanciai contro il televisore.

Mi trascinai di nuovo a letto e crollai in un sonno senza sogni.

Quando mi svegliai, mi guardai allo specchio, non mi riconoscevo: ero orrendo e trascurato. Non mi interessava. Sentivo lo stomaco e la testa doloranti, ma mi interessava poco anche questo. Il dolore fisico era una delle poche cose che mi permetteva di ricordare che ero ancora vivo e che nel frattempo non stavo né dormendo, né impazzendo.

Non provavo nemmeno a restare legato alla poca regolarità che avevo prima che Felicita uscisse dalla mia vita.

Abbassai la tavoletta del vaso e restai a fissare il vuoto, dopo un po’ mi resi conto che avevo bisogno di un monile, sapevo di averlo: la bambola dai capelli rossi che avevo trovato prima di distruggere la televisione, prima di guardare quel video stupido, prima di crollare.

Era un suo ricordo e, Dio, quanto mi mancava.

La presi, la accarezzi e la portai al petto come se fosse un’infante.

 

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Sono Noise, il rumore. Sono il battito del cuore e l'affanno del respiro. Sono il ticchettio che ti tiene sveglio la notte. Sono il ronzio che ti perseguita assieme all'afa estiva. Sono il disturbo di frequenza mentre cerchi la tua stazione radio preferita. Sono i tuoi passi che battono sull'asfalto quando vuoi stare da solo. Il rumore ha un colore e una voce, la mia.
Lasciatevi andare alla brezza del mare, perché il rumore delle onde è forte.
Ho una casa o meglio un club e puoi trovarmi là: noisclab@gmail.com

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