ESPERIMENTI LETTERARI Storie

Quattro

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Eulalia
Scritto da Eulalia

Quattro

 

Non è vero che quando stai per morire tutta la vita ti passa davanti in un lampo. È una cosa buona per i telefilm, e vorrei che fosse così, ma non lo è. Io posso assicurarlo, perché lo so.

Però, anche se non puoi rivedere come uno spettatore il tuo primo bacio, o la prima volta che ti sei sentito irrimediabilmente umiliato, o quando avresti voluto qualcosa che non avevi il coraggio di chiedere e non riesci finalmente ad avere tutto abbastanza chiaro da fare un bilancio, c’è quell’istante in cui ti rendi conto che forse morirai.

Non è una consapevolezza così scontata da raggiungere. I vaghi termini in cui riusciamo a pensare alla nostra morte non valgono lo spaccato crudo e luminoso di quell’attimo in cui io la radio ammutolì all’improvviso e io mi dissi che sì, la macchina che si era appena schiantata capovolta sull’asfalto come in un film di serie D era proprio la mia, e sì, probabilmente sarebbe finita proprio in quel momento.

Pensai una cosa molto banale: non posso morire così. Non oggi, non ora che sto tornando a casa, e sono troppo giovane, e oddio la macchina sarà distrutta, nessuno mi ha preparato, ho paura e non ne ho voglia, devo ancora laurearmi e poi è stato un secondo di distrazione, si può morire per una distrazione? E ho troppe cose da fare e no, non voglio, non ho la minima intenzione di morire così.

———

Quando aprì gli occhi per abitudine guardò l’orologio: 6:48. Ci mise un istante a capire che non era a casa, e la seconda cosa che vide furono le tende gialle del pronto soccorso che chiudono l’ingresso alla stanza. La prima fu la donna sul lettino accanto che si lamentava piano, la osservò per un istante con aria costernata, più che stupita o pietosa, come se si stesse chiedendo che diritto avesse quella sconosciuta di piagnucolare tanto proprio accanto a lei. Poi le venne in mente che non aveva la più pallida idea di come mai si trovasse là, e fu allora che, con un certo sollievo, vide me.

“Cos’è andato storto con la nostra generazione?” mi chiese un’oretta più tardi, mentre aspettavamo infreddoliti il tram, lei con addosso una mise improbabile, l’unica possibile dopo la nottata appena trascorsa.

Fuori dal tendone giallo acceso, sentendo i paramedici che parlavano di lei, di come avesse vomitato tutta la notte, anche a me era venuta in mente la stessa domanda: perché ho l’assoluta, matematica certezza che né i miei genitori, né i miei zii, né nessuno dei loro coetanei che avevano una vita ordinaria abbia mai bevuto così tanto da risvegliarsi il giorno dopo all’ospedale, con un blackout di due ore e, come ultimo ricordo, tre ragazzi che ti trascinano su per le scale di casa completamente inerme, in una serata come tutte le altre. Ricordo anche di essermi chiesto quanti ubriachi arrivassero in medicina d’urgenza all’alba del venerdì e del sabato, e quanti di loro avessero vent’anni.

“Non ne ho idea.” Risposi io con un mezzo sorriso. “Cos’è andato storto con te?

Le cose vanno così per noi, e basta, non c’è un motivo. Quei cinquantenni che in televisione pontificano dicendo che oggigiorno la vera trasgressione è la normalità non sanno di cosa parlano. Oggi l’unica trasgressione possibile è una trasgressione bella grossa. Ad esempio, una sbornia da coma etilico.

Restava il fatto che lei non avesse niente da dimostrare o nessuna soffocante regola da rompere con la sua serata sopra le righe: aveva tutta la libertà di cui unostudente può godere, una famiglia normale, una situazione economica stabile,e faceva tutto quel che le andava di fare. Aveva rotto con il fidanzato un mese o due prima, e me l’aveva raccontato qualche ora avanti alla fatidica sbronza, in un momento di confidenze. Ancora prima che tutto questo succedesse, eravamo andati a letto insieme.

Non era la prima volta che accadeva, ed era stata lei a iniziare quella specie di amicizia promiscua in cui si andava a prendere una birra insieme, si scopava, dopodiché si ordinava una pizza a casa e, finita quella, ci si salutava in allegria. Anche se non mi ero mai sentito di rifiutare per ovvi motivi, conoscendo anche la tacita clausola per cui nessuno di noi due avrebbe iniziato a pretendere di fare cose da fidanzati tipo piangere uno sulla spalla dell’altro o fare shopping insieme, non avevo mai nemmeno ben capito perché lo facesse. In quei momenti, guardandola, non vedevo mai né desiderio né abbandono, solo l’indefinita ansia di piacere di chi riesce a vedersi soltanto attraverso gli occhi degli altri. Era veloce a iniziare e veloce a rivestirsi appena la pratica era sbrigata, e poi faceva il numero del pizzaiolo con un’espressione così sollevata da essere sgradevole.

Ci andammo a prendere un caffè al bar più vicino alla fermata del tram, sedendoci davanti al bancone. A quell’ora di mattina soltanto due o tre audaci, autisti, operai, spazzini, facevano colazione chiacchierando.

Ho sempre pensato che fare il barista sia un po’ come fare lo psicologo. Non scegli i tuoi clienti, ma mentre prepari da bere e sciacqui i bicchieri ti tocca ascoltarli, con tutta l’ipocrisia, la grettezza, la rozza cattiveria che appartiene esclusivamente alla gente normale. Al bar tutti si sentono in dovere di rovesciare sul bancone la propria quantità giornaliera di chiacchiere o di confidenze o di immondizia e a chi ci fa il caffè, per qualche motivo, non ci si sente di mentire.

Lei mescolava svogliatamente il tè con lo zucchero, e io, preso da un irresistibile senso di inappartenenza, non la guardavo. Improvvisamente non avevo la più pallida idea di che ci facessi là, e continuai a starmene zitto lungo tutta la strada verso casa sua. Sapevo soltanto che, dopo la pizza di rito, eravamo usciti perché lei aveva un esame da festeggiare; i suoi amici ci aspettavano fuori di casa, e poi eravamo entrati in un bar dietro l’altro, e io l’avevo guardata bere con una pertinacia e un impegno che, nonostante barcollasse e facesse risate sciocche a ogni parola detta o non detta, non finivano di stupirmi. L’immagine di come quel corpicino si riempisse volontariamente e insensatamente di veleno mi affascinava, forse perché anche io ero abbastanza brillo. Non l’avevo fermata, non ero lì come balia, ma non avevo potuto sottrarmi quando era stato il momento di alzarla di peso e trascinarla a casa inerme. O quando, di fronte all’evidenza, circondato dalle sue coinquiline interdette e assonnate, avevo dovuto chiamare l’ambulanza. Ecco che ci facevo lì.

Nonostante questo non dicemmo più una parola durante il tragitto in autobus; lei diventava un po’ più giallastra ad ogni curva, e la luce della mattina le gettava uno sguardo impietoso in faccia: sulla pelle lucida, sulle profonde occhiaie violacee, sullo sguardo allucinato di chi ha passato una nottataccia. Non parlammo nemmeno una volta scesi, né ci toccammo, e non mi sorpresi quando, davanti al portone nella nebbiolina gelida delle otto di mattina, non mi chiese di salire nemmeno per cortesia.

“Allora, grazie.” disse stanca, e non riuscii bene a capire se si riferisse al servizietto che avevo fatto alla sua autostima un bel po’ di ore prima o piuttosto al fatto che avevo dormito tutta la notte su una di quelle orribili poltroncine blu del pronto soccorso, in attesa che si svegliasse.

“Non c’è di che.” Improvvisamente ero in atroce imbarazzo. “Se hai bisogno di me…”

“Chiamo.” completò, sbattendomi la porta in faccia.

———

Si dice emergenza quella situazione in cui i parametri vitali sono compromessi ed è in gioco la vita del paziente e che richiede un intervento immediato. Qualora l’intervento dovesse essere rapido, ma non immediato, si parla di urgenza.

Emergenza/Urgenza. Questa è la mia specializzazione. Chi è un medico d’urgenza? Un uomo o una donna d’acciaio, che prende decisioni difficilissime in pochissimi secondi, che sfida la morte, che trasforma il proprio camice nella tuta di un supereroe, che combatte ogni giorno la più nobile delle battaglie con coraggio, sangue freddo e infinita umanità.

Io sono un medico d’urgenza, questo è il policlinico Le Oblate, e sono le tre del mattino. Fino ad adesso ho avuto una gastrite acuta, un’intossicazione da funghi, due coliche gassose, un lieve attacco d’asma, un paio di traumi cranici, un attacco di panico, due dita della sinistra spezzate, svariati ipocondriaci e il solito fenomeno con corpo estraneo nell’ano. Una vita dedicata all’azione.

Al momento sono fuggito dal reparto, e lo so che non si dovrebbe fare, ma allora che diavolo ce le hanno messe a fare le terrazze? Mi sono fatto dieci piani con l’ascensore per venire qua, sulla torretta, a fumare. Non la sigaretta del campione, ma quella di chi si sente in bocca la sensazione amara che ti lasciano le giornate in cui la tua vita ti sembra che sia stata decisa da un estraneo, un estraneo che non si è applicato nemmeno poi tanto per rendertela interessante. Non sembra proprio che ogni gesto che hai compiuto dal primissimo giorno di vita ad oggi, ogni sguardo che hai scambiato con un altro, ogni colazione fatta, ogni speranza o ogni minuscolo frammento di azione compiuta ti abbiano portato dove sei.

Invece è così, e ci devi stare. Io sto nel mio angoletto di mondo, sulla torretta delle Oblate, e di fronte a me guardo la grande terrazza illuminata che accoglie il Pegaso, pronto a volare verso qualcuno che sta per tirare le cuoia e portarlo di corsa qui per dargli un fegato, un rene, un cuore nuovo. Ma niente di questo sta succedendo stanotte, e anche se in teoria dovrei esserne contento mi sento solo depresso.

Quando il mio cercapersone mi segnala una chiamata butto il mozzicone, soffio fuori il fumo nell’aria ghiacciata e torno dentro, andando verso l’ascensore. Evito di specchiarmi nel pannello d’acciaio perché so già che non mi piacerebbe vedermi.

Immagino, scendo le scale con tutta la calma di chi sa che ad attenderlo c’è un codice verde, di aver scelto questo mestiere perché sono dipendente dall’adrenalina. Lo sono sempre stato. E nonostante tutte le stronzate che mi sono imparato a memoria in anni di studio –epinefrina, mediatore chimico tipico della classe dei vertebrati, ormone e neurotrasmettitore che appartiene a una classe di sostanze definite catecolammine, le quali…– io vedo l’adrenalina sempre e comunque come quell’istante in cui la tua vita improvvisamente prende una piega, imbocca in linea retta la prima curva, salta in un precipizio o si lancia senza preavviso in una corsa sfrenata, senza che tu l’abbia deciso, senza che tu possa far niente per fermarla, se non assistere a quello spettacolo bellissimo e orripilante.

Quel secondo, rifletto entrando in reparto, in cui il tuo corpo decide che è il momento di agire: fight or flight. Non puoi tornare indietro, e non sai quanto avanti andrai. Come se il domani, improvvisamente, non fosse più una certezza.

“Che abbiamo di bello?” Chiedo all’infermiera appena la vedo. Lei mi fa un cenno della testa per dirmi di seguirla e parla camminando.

“Una sbornia. L’hanno portata in ambulanza, non fa altro che vomitare, ma è sveglia. Non sembra stia per andare in coma. Le abbiamo fatto un piccolo prelievo e volevamo valutare…”

“È maggiorenne?” la interrompo. Le valutazioni degli infermieri non mi hanno mai destato un particolare interesse. Sposto la tenda gialla ed entro nella stanzetta in cui, su un letto, è abbandonata una ragazzina magra dal colorito verdastro. Quando un altro conato la squassa i paramedici la tirano su e lei si lascia andare, e questo è tutto quel che sembra in grado di fare.

“Sì.” La cartella clinica mi dice di lei il nome, l’età, e una sequela di quelle misteriose diciture ospedaliere da triage che non hanno senso per la maggior parte della gente.

“Non mi sembra ci sia molto altro da fare.”

Non ho voglia di visitarla, so che l’hanno già fatto. Poco più là noto un ragazzetto allampanato con la faccia preoccupata che credo sia arrivato là con lei, probabilmente perché non riusciva a farla smettere di vomitare. Non è un’urgenza, né tantomeno un’emergenza. “Mantenetela idratata, e quando la pianta di vomitare lasciatela dormire. Se ci sono novità chiamatemi.”

———

Io non avevo saputo niente di quella serata. E il suo sms mi era arrivato mentre ero invischiato in uno di quei pranzi odiosi con madre, padre e amici loro.

Quel che odiavo non era tanto il pranzo in sé, visto che si mangiava roba buona che mia madre aveva passato tutta la mattinata a cucinare, e si beveva dell’ottimo vino rosso, ma la ritualità, i formulari sempre uguali secondo cui quei pranzi si svolgevano: il fatto che quelle pietanze fossero accompagnate, alla loro comparsa sulla tavola, dalla solita frase (“niente di speciale ragazzi… non ho avuto molto tempo per preparare!”), che la carne, ottima e sugosa, mi si incastrasse giù per la gola con il suo ritornello che mi sembrava di sentire da un’eternità (“è la carne del contadino questa”, “ah, si scioglie in bocca!”), e che il vino fosse sempre versato nel bicchiere a suon di un chioccio “come questi non se ne trovano a vendere!”, perché proveniva dalla nostra piccola cantina. Perché sapevo che poi mio padre si sarebbe acceso un sigaro, che non fumava mai, e avrebbe fatto i soliti discorsi da energico intellettuale non allineato, che non ha del tutto risolto i suoi complessi di superuomo e ne va malcelatamente fiero, mentre mia madre si sarebbe prodotta in quelle frasi retoriche e quegli intercalari che spolverava solo per certe occasioni e che mi davano il voltastomaco.

Parlo da stronzo, lo so.

In ogni caso, quando quell’sms era arrivato, non mi aveva prodotto altro che un moto di sollievo, con il suo lapidario «Passo da te», e appena avevo potuto mi ero ampiamento sgabellato il dopopranzo per andare a vestirmi e a prepararmi. Mi ero piazzato alla finestra ad aspettare che comparisse sotto il cielo plumbeo la Punto azzurra che conoscevo bene, la rotondeggiante macchiolina che si era fermata tante volte scricchiolando sulla ghiaia e sulla quale ero salito, di cui avevo imparato a conoscere l’odore e le cicche spente nel posacenere, le manate sul parabrezza.

Ero salito e senza nemmeno salutarmi aveva iniziato a parlare, riassumendomi in una decina di minuti tutta la devastante serata che l’aveva portata al pronto soccorso alle tre di mattina, le cose che ricordava (poche), quelle che le avevano raccontato (confuse), e cinque o sei delle sue salaci battute studiate a tavolino per dipingere di sé un’immagine di distacco e ironia, a dire il vero piuttosto traballante.

Io la guardavo, senza chiedere dove stessimo andando, e guardandomi bene dal domandare come mai fosse così turbata da dovermi venire a prendere di corsa, senza dare un briciolo di spiegazione. Mi limitavo a fare qualche commento acido ogni tanto.

Le guardavo i polsi bianchi e piccoli come quelli di un bambino, e quella matassa di capelli castani che le scendevano fino ai gomiti e sulla fronte in una frangia gonfia, più lisci che mossi. Gli occhi che tradivano il suo nervosismo guizzando da un lato all’altro della strada al volante allo specchio e le dita che tamburellavano sulla gomma nera dello sterzo. La destra che scendeva a strangolare il cambio. E le labbra distese in un sorrisetto sicuro di sé.

“E tu come stai?” Domanda tattica. Sapevo che appena avessi risposto ne sarebbe arrivata un’altra: “E Sandro come sta?”

Sandro. Alessandro. L’unico motivo per cui ci eravamo conosciuti, nonché un mio ex compagno di liceo, nonché il suo ex fidanzato.

“Tutto bene.” Mi ero stretto nelle spalle. “Ma tanto mi hanno detto che anche te non hai perso tempo.”

Un’altra delle mie uscite da stronzo. Lei era esplosa in una risata nervosa, sterzando bruscamente.

“Vabbè, sempre i soliti.” Aveva esibito un sorrisetto di repertorio, parcheggiando sul ciglio di una strada di campagna, ed era scesa facendomi cenno di seguirla: “Niente di che.”

Non avevamo parlato per un po’, poi lei aveva ricominciato a chiacchierare delle sue bravate: sembrava non finire mai i dettagli da tirare fuori, e intuivo in lei un confuso misto di vergogna, eccitazione e orgoglio per le sue prodezze. Sapevo bene come mai era venuta da me (io, il suo contenitore di autostima, a cui basta svitare il tappo per esserne investiti), ormai la conoscevo. Voleva che la abbracciassi, che le facessi leggere nei miei occhi il conflitto di desiderio e rancore che li animava, che le dicessi una di quelle frasi a effetto che le stampavano un immediato sorriso in faccia (“vedrai, si sistemerà tutto”), magari alternandola a due o tre complimenti patetici (“lo vedi che se sorridi non si può fare a meno di innamorarsi di te?”). Si sarebbe sentita riempire il cuore, mi avrebbe ringraziato ridendo deliziata e mi avrebbe detto di non esagerare, quando era proprio l’esagerazione l’unica cosa che la rendeva felice.

“Cosa vuoi che ti dica?” L’avevo invece interrotta bruscamente: “Che ti faccia i complimenti per la vita da rockstar? Che ti dica che lo trovo molto divertente? Che ti dica che ti assolvo? E non fumare.”

Le avevo strappato di mano l’accendino, sentendomi un coglione. Sulle sue labbra era partito il solito sorriso preimpostato e poi aveva tentato, credo, una risata. Ma prima di iniziarla le lacrime le erano rotolate lungo le guance, grosse e calde come quelle di una bambina. E aveva iniziato a singhiozzare.

Prima che questo succedesse, mi era tutto chiaro: quanto ogni suo gesto fosse reso artificiale e pericoloso dal fatto che fosse perfettamente consapevole dell’effetto che poteva farmi, il fatto che fosse venuta da me solo perché aveva bisogno di un’iniezione di autostima, l’idea che se qualche volta mi era sembrata interessata a me era soltanto perché cercava disperatamente di mantenere un contatto con quell’altro, che non ne aveva più voluto sapere di lei. Sandro.

Ora mi profondevo nelle più patetiche frasi di scusa che mi venivano in mente, e ne sparavo così tante al secondo che non avevo più nemmeno il tempo di sentirle. Quando avevo cercato di abbracciarla lei si era allontanata, calmandosi, asciugandosi le guance con le maniche della felpa.

“La stessa sera sono andata a letto con un mio amico.” Aveva detto senza guardarmi: “Sarà stata la quarta volta.”

Non mi era sembrata la confessione di una ragazza innamorata, o infatuata, o anche minimamente soddisfatta.

“Perché?” allora aveva alzato gli occhi, stretto le spalle, e avevo avuto la netta impressione che la sua risposta includesse tutto quel che aveva fatto e mi aveva raccontato fino ad allora.

“Non lo so.”

———

Quando si è giovani, l’amore è come quel meraviglioso gioco che si fa da bambini: c’è la musica, e ballando si gira intorno ad un gruppo di sedie vuote. Quando la musica si spegne ci si deve sedere, ogni volta ritrovandosi vicino ad un compagno diverso. Ad ogni giro sparisce una sedia, e qualcuno resta fuori dal gioco. Amici che si sposano, e che tu guardi come se fossero pazzi. Amici che ti invitano al battesimo dei loro figli, e tu ogni volta ci vai col magone, senza capire perché. Poi un bel giorno la musica finisce, e a te rimane l’ultima sedia. L’ultima strada che puoi imboccare, per campare da lì a data da destinarsi.

Vorrei poter dire che pensavo a questo, nell’attimo in cui il mio destino si compieva. In realtà pensavo con tutte le mie forze che volevo vivere.

Ci penso adesso, adesso che ho un sacco di tempo per pensare.

———

Gironzolai per la città senza meta, con un indistinto senso di amarezza addosso. Quando arrivai a casa erano le quattro di pomeriggio, e l’appartamento era al suo stadio di degrado 2: piatti sporchi nel lavandino, televisione accesa nella stanza vuota, briciole sul tavolo, il freddo cane di quando non si accendono i termosifoni da due giorni interi. Mi ero appena buttato sul divano che avevamo raccattato per strada quando Rosario entrò in soggiorno.

“Ehi, che fine avevi fatto?” Mi strizzò l’occhio e aprì lo sportello della sua credenza, arraffando uno dei plum-cake che sembravano costituire il novanta percento della sua alimentazione.

“Mah, ero in giro. Un’amica si è sentita male e ho dovuto accompagnarla al pronto soccorso. Niente di grave.”

Lo guardai con la coda dell’occhio mentre facevo distrattamente zapping. All’epoca io avevo ventiquattro anni, Rosario trentacinque. Passava le sue giornate a letto, cazzeggiando al computer, e ogni tanto torturava qualche libro di Scienze delle Comunicazioni. Non so da quanto non desse un esame. Improvvisamente mi colpì l’idea che presto anche io avrei avuto trentacinque anni. Mi sembrava ieri che ero in prima liceo, e ora dividevo una stanza doppia con un immaturo adulto calabrese che avrei potuto benissimo essere io. Che si fa a trent’anni? mi chiesi. Ci si sposa. Si fanno dei figli. Si sceglie la propria famiglia.

Poi mi resi conto che stavo sbagliando: la propria vita si decide prima, mentre la si vive, quando ci si iscrive all’università, quando si passa o si boccia un esame, quando ci si innamora, quando si telefona ad un amico che non si vedeva da un po’. Un giorno ti svegli e hai trent’anni e hai già sulle spalle il peso di tutto quello che hai fatto fino ad allora. La storia che credevi sarebbe durata tutta la vita è finita, o magari scopri che ti stai svegliando accanto ad una sconosciuta, sempre la stessa, da due anni; se sei fortunato hai in mano uno straccio di laurea, e guardandola ti chiedi che diavolo avessi in testa a diciott’anni, quando hai scelto quella facoltà: per tutta l’università eri troppo impegnato a farti le canne e pensare che la vita fosse una gran figata, per preoccuparti davvero del futuro, per pensare che esistesse il futuro. Puoi solo raccogliere il seminato.

Mentre mi scorreva davanti un qualsiasi show televisivo e Rosario tracannava latte ghiacciato dal tetrapak, mi scoprii terrorizzato. Avrei aperto gli occhi, un giorno non molto lontano, e avrei scoperto che l’adolescenza era finita, che l’avevo protratta fino al punto in cui non avevo più giustificazioni per non assumermi le mie responsabilità. Improvvisamente mi sarei ritrovato vecchio.

Di fronte a tutto questo non provai un corroborante desiderio di mettermi in moto per costruire il mio futuro, ma solo una tremenda paura di invecchiare. Io non volevo crescere. Volevo avere vent’anni, o perché no, sedici anni per tutta la vita, restare per sempre in quello stato di grazia in cui nessuna della tue azioni potrà decidere ciò che sarai. Passare i miei giorni ad andare a letto con gente appena conosciuta, a ubriacarmi, a non valutare le possibili implicazioni dei miei gesti, come se il domani fosse stato soltanto un’ipotesi non troppo realistica. E improvvisamente, mentre per la prima volta vedevo il futuro come un’entità reale, la capii, e seppi che nonostante tutto l’altezzoso disprezzo che avevo sfoderato la sera prima, anche io ero come lei.

“Dove vai?” La voce di Rosario mi arrivò alle orecchie quando ero già nel corridoio.

“Via.” Risposi, e basta.

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Io di figli non ne ho, e non ne voglio. Mi ha sempre affascinato il tipo di amore che i genitori provano per i figli, così puro, disinteressato, così poco umano, adulto: io non sono un adulto, sono uno stronzo egoista che ha scelto di salvare la vita alla gente per vedere la propria immagine riflessa nei loro occhi. E se ci penso, anche se generalmente faccio in modo di non pensarci, l’unico motivo per cui riesco a credere che avrei potuto mettere al mondo un altro essere umano sarebbe stato per non essere solo da vecchio. Il pensiero di me ottantenne, solo come un cane senza nemmeno un parente rimasto vivo è triste, ma non è comunque un motivo sufficiente per tirar su una persona a cui non mi sento in grado di provvedere. E per dirla tutta spero di non arrivarci nemmeno, a ottant’anni.

Così, quando il mio turno è finito non so perché sento il bisogno (o quantomeno mi balena l’idea) di andare a vedere come sta la mia piccola ubriacona e consegnarle personalmente il foglio di dimissione. La trovo seduta sul letto che parla con il suo amico, o forse il suo ragazzo, che da come la guarda non deve aver apprezzato particolarmente la sua bravata serale.

“Buongiorno signorina.” Dico, tendendole la busta di carta bianca che ho appena firmato, con il timbro dell’ospedale: “Come si sente?”

“Insomma.” Esibisce un sorriso poco convinto che non c’entra assolutamente niente con gli occhi smorti che ci stanno sopra. “Ho avuto giorni migliori.”

E poi mi parte la paternale. Non so come. Non sono il tipo che fa le prediche ai pazienti, non è nel mio stile, solo che a guardarla mi fa improvvisamente rabbia. Perché lei è così giovane e io ho cinquant’anni, lei ha tutta la vita davanti e non mi sembra che la stia prendendo per il verso giusto.

“Va fiera della sua nottata? Avrebbe potuto andare in coma.” In realtà non lo so, non le ho nemmeno guardato i valori del sangue. E quelle parti da babbo severo non mi appartengono proprio, da come mi guarda direi che l’ha capito.

“Ci sono modi migliori per divertirsi, e se proprio voleva passare una manciata di ore all’ospedale poteva studiare Medicina e venire a farci il tirocinio, alle Oblate.”

Io alla sua età passavo il tempo sui libri. Forse per questo sono così incazzato, perché quando avrei potuto farle io queste cose non le ho fatte, e non posso più farle adesso. Il mio tempo è finito, ho superato quella soglia in cui le cose si fanno per la prima, la seconda, la decima volta, e niente ha più alcun sapore. Come mangiare la stessa roba tutta la vita, o aver viaggiato ovunque, o stare da vent’anni con la stessa persona. Niente sa più di niente.

“Io studio Medicina.” Mi dice con un filo di voce. Non so più che dire, non ho più voglia di dire niente. Non so nemmeno perché sono venuto a farle la predica, forse giusto per introdurre un elemento di novità in queste ore di servizio così noiose. E poi mi sembra anche sul punto di piangere.

“E allora…” Scrollo le spalle, le tendo il foglio: “Ci vediamo presto.”

———

“Che faresti…” me l’aveva chiesto prima di riportarmi a casa, mentre eravamo seduti sull’erba fradicia del ciglio della strada, alle tre e mezza del pomeriggio, “se questo fosse l’ultimo giorno della tua vita?”

L’avevo guardata con la coda dell’occhio, perplesso. Si era calmata ma non sembrava in vena di affrontare gli argomenti che avevamo sfiorato prima, quelli che la facevano tanto piangere. Continuava soltanto a girarci intorno.

“Se stasera tu dovessi morire, se queste fossero le ultime ore della tua vita.”

Sapevo cosa intendeva. Tutti siamo più sinceri prima di morire, e se davvero conoscessimo il giorno e l’ora della nostra morte vivremmo esattamente come vorremmo vivere: senza l’ipocrisia che irrigidisce e regola i nostri rapporti, senza limiti imposti dal buonsenso o dalla buona educazione, e probabilmente senza rispetto per nessuna delle regole che ci siamo fissati giorno dopo giorno, ogni anno della nostra vita (“come se non ci fosse un domani” non è l’espressione più adatta, ma è la prima che viene in mente).

“Non lo so.” Avevo continuato a giocherellare con uno stelo di fieno, dicendo la prima cosa che mi veniva, senza scendere oltre la superficie, dove sapevo di non poter toccare il fondo: “Forse vorrei viaggiare, andare in un posto che non ho mai visto, stare con le persone a cui voglio bene…”

“Quanto sei borghese.” Si era accesa un’altra sigaretta. “Io, se questo fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei essere sincera. Non vorrei più scappare. Vorrei prendere ad uno ad uno tutti quelli che conosco e dirgli quel che davvero penso di loro, quel che non gli ho mai detto, nel bene o nel male, vorrei vivere senza l’assillo di dover dire anche solo una piccola bugia per sentirmi bene. Nemmeno un’innocua bugia bianca.” Aveva aspirato: “Vorrei smettere di avere paura. Sì, se questo fosse l’ultimo giorno della mia vita, io non avrei più paura.”

Una volta a casa ci eravamo salutati e io l’avevo guardata ripartire sgommando, senza sapere che avrei dovuto ascoltarla di più, ma sentendomi comunque amareggiato. Perché se quello fosse stato l’ultimo giorno della mia vita, io avrei voluto baciarla, avrei voluto dirle di restare e non l’avrei mai fatta andare via.

———

Era il diciassette di Dicembre. Io avevo vent’anni, quasi ventuno. Erano le quattro del pomeriggio.

 ———

Erano le tre e quaranta quando arrivai a casa sua.

“Lei non c’è. Sali.”

Mi sedetti sul divano. La sua compagna di stanza mi disse che era uscita poco dopo essere tornata a casa, si era fatta una doccia ed era andata via. Stava bene, aveva chiesto loro scusa, e anche io scherzai per un po’ sulle scene a cui avevamo assistito la sera prima quando l’avevo portata a casa assieme ai due ragazzi che avevamo conosciuto in un pub, ma l’imbarazzo era evidente.

Passò un’ora, io rimasi ad aspettare, senza preoccuparmi di quello che la coinquilina poteva pensare. Ci prendemmo un caffè, parlammo del più e del meno, era una bella ragazza e sapevo benissimo che in un’altra situazione a quell’ora ci avrei già provato e con un po’ di fortuna ci saremmo già spostati in camera da letto, ma non ne avevo nessuna voglia: per la prima volta da mesi volevo vedere lei.

Non avevo in mente di fare niente, non avevo secondi, terzi, quarti fini, non avevo intenzione di rivedere il modo patetico in cui distoglieva lo sguardo quando veniva il momento di spogliarsi. Volevo guardarla negli occhi e dirle che avevo paura anche io. Volevo chiederle scusa per averla disprezzata, volevo dirle che era il momento di assumerci la responsabilità di crescere, e che avevo questa malsana idea che sarebbe stato bello farlo insieme. Che forse non mi sarebbe dispiaciuto poi tanto vederla piangere o accompagnarla a fare shopping. Che la mia voglia di abbracciarla superava di gran lunga ogni altro mio desiderio.

Erano le cinque quando squillò il telefono.

———

Mi ricordo la prima volta che sono entrato in corsia con il camice. Ero uno studente. Quando per la prima volta misurai la pressione ad un paziente con le mani tremanti che mi spuntavano da quelle maniche candide, seppi che un camice ti faceva sentire diverso. Ti faceva sentire peggio. Tornai a casa chiedendomi come avrei fatto a sopportare il dolore di tutte quelle persone che si aspettavano aiuto da me.

Ora è diverso. Ora i pazienti sono numeri, gli infermieri arrivano e ti lasciano una cartella dicendo “il 14 ha una crisi respiratoria”, “bisogna dimettere il 38”, io leggo il nome, entro, sorrido e saluto. Quando esco non ricordo già più come si chiamavano, è disumano, ed è l’unico modo per sopravvivere.

Immagino che sia a questo che sto pensando mentre, appena rientrato nel mio turno pomeridiano delle quattro, compilo un paio di cartelle cliniche. Sono ancora rintontito dal sonno pesante in cui sono caduto ieri notte appena tornato a casa, dopo ore e ore di lavoro. Di solito è un sollievo alzarmi e tornare in ospedale,capita, quando vivi solo, senza neanche un cane a tenerti compagnia, ma oggi no. Oggi non avevo proprio voglia di venire qua.

L’infermiera passa e mi lascia un’altra pila di cartelle senza una parola. Sto per voltarmi e maltrattarla, quando la sento. La sirena dell’ambulanza.

Quasi contemporaneamente sento i paramedici fuori urlare concitati, e poi le parole “trauma stradale” mi arrivano come un’eco molto lontana, perché io so già che quello è un codice rosso nel momento in cui si spalancano le porte che danno direttamente sul parcheggio del pronto soccorso e la barella entra spinta da quattro persone; l’adrenalina pompa già al massimo il mio cuore, i miei muscoli sono pronti a scattare, e mi muovo come in un acquario, incapace di sentire la mia stessa voce, gridando di preparare la sala operatoria.

Dalla posizione semiseduta del corpo sulla barella so che quello è uno pneumotorace bilaterale, ho già visto il colorito cianotico, il sangue che esce dalle orecchie e mi fa pensare ad un trauma cranico, le dita della destra fratturate come bastoncini da shangai, ho sentito gridare che c’è una rottura della milza.

E poi faccio una cosa che non faccio mai in momenti come questi con pazienti che so già che vedrò morire. Alzo lo sguardo sul suo viso, e mi sento mormorare senza fiato: “Ci vediamo presto, no, non così presto.”

“La mia piccola ubriacona!”

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Era finito tutto da qualche giorno, quando finalmente mi ero azzardato ad andare. Avevo già dovuto guardare le lamiere fumanti che restavano della Punto azzurra a un paio di chilometri da casa mia, tragicamente sfasciate sull’asfalto in un ammasso informe che aveva intrappolato anche il suo corpo. Avevo già dovuto sopportare la vista di quello stesso corpo dentro una bara, nella camera ardente dell’ospedale in cui immaginavo che un giorno avrebbe lavorato, composto in un abito scuro (“da grandi occasioni”), e così rimpicciolito che mi aveva fatto paura.

Dopo aver suonato ero entrato in casa, avevo salutato, e lui mi aveva sorriso come se niente fosse stato. Sandro. Alessandro. Mi aveva guardato con un’aria leggermente interrogativa, come per chiedermi che ci facessi lì.

“Allora?” Mi aveva detto, senza alludere a niente in particolare. Non l’avevo visto all’obitorio, non l’avevo visto al funerale, lui, che con lei aveva condiviso tutti gli anni dell’adolescenza.

“Allora lo sai, no?” Non ero irritato. Immaginavo che provasse un dolore troppo grande, che avesse voluto stare solo, che forse anche la mia era un’intromissione. Mi aspettavo di vederlo piangere, semmai. “È morta.”

Non mi aspettavo che mi guardasse dritto in faccia senza nemmeno far tremare le palpebre per un secondo. O che si stringesse nelle spalle.

“È proprio da lei.” Aveva detto: “È sempre stata una stronza.”

 

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Foto di copertina di Andrea Piccin.

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Eulalia

Eulalia

Sono una studentessa di Medicina a tempo pieno e una scrittrice a tempo perso, all’anagrafe ho ventidue anni. In realtà, credo di non averne compiuti ancora diciotto.

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