Film RECENSIONI

Ananke: Intervista A Claudio Romano

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OsservatoreInquieto

“Ananke” di Claudio Romano è, per usare le parole del regista, “un piccolo film di grande umanismo”, ed è proprio con questa definizione che la pellicola è stata presentata al Science+Fiction Festival di Trieste, dopo l’esordio al Pesaro Film Festival. “Ananke” vive di una poetica forte e si presenta con una densità emotiva ai limiti dell’annichilente e un concetto di autorialità decisamente raro nel cinema Italiano degli ultimi tempi. La traccia narrativa mostra la fuga da un mondo dove la comunità diventa impossibile, gli uomini sono oppressi da un morbo che diffonde la depressione e induce al suicidio, un uomo e una donna scoprono così la necessità di una solitudine ormai irreale, che si esplicita in un isolamento totale nella natura, con il solo sostentamento concreto del latte di una capra. Nella mitologia greca la parola Ananke rimanda al senso ineludibile del destino, la ragione universale a cui deve sottostare l’uomo con i suoi limiti, gli ostacoli a sé stesso, l’incapacità di salvarsi dalla profonda crisi della sua evoluzione. Partendo da questa idea il film riesce a colpire in modo opprimente tramite uno sguardo volto tanto sull’umanità dei personaggi quanto su ciò che li determina, li definisce e li distrugge, rivelando un senso di impotenza forse troppo spesso dimenticato.

Dopo aver visto il film ci siamo messi in contatto con il regista, Claudio Romano, che ci ha gentilmente concesso l’intervista che riportiamo qui di seguito.

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D: “Ananke” nel mondo greco rappresenta il destino ineludibile, il senso del cosmo che determina le vicende umane, ma la parola significa anche “necessità”, questo significato può inserirsi nella realizzazione del film? Quanto c’è di necessario nella sua idea di fare cinema e farlo in questo modo?

R: Nulla è necessario nel cinema. Il cinema stesso non è necessario. È un surplus, un accessorio. Tuttavia, quando trascende le possibilità umane, sfuggendo al controllo del proprio autore, ha un potere ed un’utilità molto grandi. Le necessità sono legate ad un bisogno, ad una mancanza; sono quindi intimamente legate all’autore, alla sua persona e al suo sguardo. In questo senso c’è una grossa distinzione fra il cinema e l’autore, ovvero fra le possibilità del primo e le necessità del secondo. Il cinema, nella sua forma pura, è indipendente dal suo creatore, non può essergli assoggettato. La vita è la genesi del cinema e l’autore ne è il mezzo, lo strumento affinché il cinema si elevi da mera attività umana ad oggetto di mistero insondabile. Da questo punto di vista nulla è necessario al cinema, poiché a questo punto il cinema diviene entità autonoma, territorio, non-luogo parallelo al nostro mondo. Le necessità di cui parli credo si riferiscano al mezzo. In quanto fallace ed imperfetto, l’autore deve costantemente vigilare affinché il cinema trascenda la propria natura umana. L’uomo ha la necessità di veicolare se stesso, di farsi attraversare, permeare, annullare. Deve uccidere il proprio ego, che è alla base del cinema ma se non rimosso in tempo lo uccide. Questo almeno in riferimento al cinema che mi interessa. Il cinema è uno solo, ma i modi di farlo e concepirlo sono infiniti. E bisogna rammentare che l’uomo è finito, ed ha responsabilità e necessità. Spero di aver risposto alla tua domanda.

D: Il film è di base narrativo, ma vive chiaramente di una forte componente non narrativa, è forse necessaria per rappresentare l’uomo e il cinema fuori dai suoi limiti? Quanto ha significato al momento della realizzazione avere una sceneggiatura?

R: Non credo possa esistere un cinema con alla base una sceneggiatura compiuta. È assolutamente necessario lasciare dei buchi che possano essere occupati dalla vita, entro i quali il cinema possa deflagrare. La vita non può essere programmata, non può essere né ordinata, né organizzata, né prevista. Una sceneggiatura che si definisca efficace è un testo inefficace sul piano letterario. Mi preoccupo molto quando qualcuno mi dice che una mia sceneggiatura è “bella”, molto probabilmente il film non lo sarà. Per me e Betty, co-sceneggiatrice di Ananke e di tutti i miei film, la sceneggiatura è una rincorsa alla visione. Mediante essa fissiamo appunti, tentiamo di ricordare la visione iniziale che ha scatenato il “procedimento creativo”. Non è pianificazione, non è creatività. É fatica e schiavitù. Consiste nel tentativo disperato di recuperare un’immagine, non inventiamo nulla. Tentiamo solo di ricordare. Secondo me il cinema è una rincorsa al ricordo, per inseguire un barlume, un istante purissimo di vita e verità. La sceneggiatura di Ananke è una brutta sceneggiatura, dal punto di vista letterario. È inutile ed incomprensibile, non compiuta. Serve solo a fissare dei punti fermi entro i quali sondare il mistero della vita. Non si può essere liberi senza limitazioni. Senza un recinto non ci sarà niente da scavalcare. Se volessimo affrontare la questione da un punto di vista filosofico potremmo dire che il problema per il quale è necessario formulare un concetto è questo: il cinema è efficace quando restituisce la vita, ma come può riuscirci una messa in scena, un inganno, una finzione? Da qui viene il rispetto per l’attimo presente, per la spontaneità di ciò che semplicemente accade e non è governabile. Mi piace pensare che ogni film in realtà non è altro che un document(ari)o di ciò che accade davanti la mdp. Ma ci sto ancora lavorando.

D: Come detto da lei al momento della presentazione, il film vive di un grande umanismo, ma sembra quasi che l’uomo sia messo in secondo piano rispetto a qualcosa che sta sopra di lui, in che senso, dunque, si può parlare di umanismo e cosa significa questa parola per lei?

R: Utilizzo il termine umanismo in maniera impropria. L’umanismo di Ananke consiste nell’accettare ed amare l’uomo esaltandone i limiti, non l’onnipotenza idiota e irreale che la nostra società vuole credere di possedere. La società è deleteria poiché ci snatura. Non siamo fatti per essere avidi, per rincorrere il progresso a beneficio di pochi, per arricchirci avidamente e senza scrupoli. Detesto tutto questo: il materialismo che ci circonda, la rincorsa al successo, l’egocentrismo e l’egoismo, lo svilimento dei sentimenti, l’arroganza della scienza, l’assenza assoluta di spiritualità, la violenza che costantemente viene fatta al mondo. Ananke è un film umanista poiché c’è amore per i difetti e le imperfezioni dell’uomo, la sua fragilità, la sua limitatezza. È questo che ci rende meravigliosi: il fatto che domani moriremo. Il nostro è un film panteista, poiché se Dio esiste è nella Natura e quindi in noi. Sarebbe bello se non lo dimenticassimo. Non c’è nulla da possedere o conquistare se non noi stessi e l’umanità che stiamo miseramente perdendo. Rispettare e amare noi stessi dovrebbe voler dire rispettare e amare gli altri, il suolo che calpestiamo, il cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo. Anche se non ci piace e suona tanto banale.

D: Sia per l’atmosfera che per varie scelte registiche ed espressive il film sembra ricordare il cinema di Tarr, c’è effettivamente questa influenza? E, più in generale, quali registi le sono stati e le sono di ispirazione?

R: Apprezzo molto il cinema di Béla Tarr, sebbene io ritenga di avere poco in comune col maestro ungherese sul piano poetico e formale. Mi ha sicuramente ispirato in tutti questi anni da spettatore devoto del suo cinema, ma la mia strada credo sia radicalmente diversa dalla sua. Il modo in cui Kelemen (il suo direttore della fotografia) utilizza il bianco e nero per esaltare i volumi è un qualcosa che ho studiato varie volte e ho tentato di replicare negli interni del film. È molto strano, ad essere sincero quasi mai capita di essere ispirato da un regista. La mia ispirazione proviene da altre fonti, non dal lavoro di altri registi. Posso ammirare il lavoro di un autore, posso studiarne il metodo e lo sguardo, ma l’ispirazione è molto più probabile che giunga da un dipinto, da un sonetto, da un Adagio. Raramente è connessa al cinema. Tuttavia, trovo imprescindibile il cinema di Tarkovskij, Diaz, Ozu, Bresson, Tsai, Dreyer, Bartas, Weerasethakul, Hou, Murnau, tanto per citare i primi che mi sovvengono. Sicuramente ho subito una certa influenza inconscia da questi autori, non si può essere immuni al Bello.

D: Come si inserisce (o NON si inserisce) Ananke nella realtà della produzione cinematografica italiana?

R: Era davvero necessario per me fare questa piccola incursione nel mondo della produzione italiana, avevo bisogno di capire cosa non va in questo sistema e, se ci sono, quali margini un autore può abitare dentro di esso. Da punto di vista poetico, invece, non so quali siano i punti di contatto. Il cinema che abitualmente viene prodotto (salvo felici eccezioni) è spesso un cinema dalle velleità politiche, sin dalle fasi pre-produttive. È un cinema narrativo e soprattutto argomentativo, “frontalmente politico”, privo di sfumature. È come se il suo obiettivo fosse quello di fornire risposte e non quello più nobile di cercare le giuste domande. È come se gli autori ci tenessero a rivelarci il loro schieramento politico, badando bene di sottolineare la giustezza assoluta di quest’ultimo. La politica non può essere un tema nel cinema odierno, non può essere il punto di partenza. Semmai un punto di arrivo involontario. Perché, vuoi o non vuoi, un film è già di per sé politico nell’atto in cui decidi di realizzarlo. Non sono interessato a fare i film che di solito vengono prodotti, ovvero un cinema di finzione e di storie politiche, sebbene nei miei film ci sia sia la finzione, sia le storie, sia la politica. Questo naturalmente attiene solo ai miei gusti, non ha nulla a che vedere con ciò che il cinema deve o non deve fare. Ho un grande rispetto per tutti i film, anche per quelli che non trovo interessanti.

D: Il film è stato presentato al Festival del Cinema di Pesaro, ora è arrivato al Science+Fiction di Trieste, quali saranno le prossime fasi? Possiamo sperare in una distribuzione nelle sale?

R: Il 18 Novembre saremo ospiti presso la XXXIV edizione di Primo Piano sull’Autore, la rassegna del Cinema Italiano che si svolge ad Assisi, diretta da Franco Mariotti. Per il resto ci stiamo guardando attorno, consapevoli del fatto che Ananke ha bisogno di essere visto (ma non ne sono convinto. Un quadro ha bisogno di essere visto o siamo noi ad aver bisogno di vederlo? O nessuna delle due?). L’accoglienza ricevuta finora dimostra che il nostro film suscita nel pubblico molta curiosità ed effettivamente riesce a veicolare emozioni e riflessioni piuttosto vive. C’è sempre un pubblico per ogni film, compresi quelli piccoli come il nostro. Ananke è un “film-cipolla”, in superficie è un film estremamente diretto e di semplice fruizione. Se però scavi ci trovi altro, sta un po’ al volere di chi guarda. Forse è per questo che gli apprezzamenti al film ci giungono sia dallo spettatore pigro che dal critico “illuminato”.

 

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Sono nato abbastanza controvoglia in un epoca in cui era troppo tardi per avere poi qualcosa da rimpiangere e in cui era troppo presto per sprofondare bellamente nelle delizie della mediocrità, sono poi cresciuto attraversando fasi per cui mi hanno insegnato inutilmente che dovrei avere un qualche tipo di nostalgia, ma ora sono qui. Ora che probabilmente tutto e già stato detto e fatto, ora ho voglia di provare a mettermi in gioco. Sono essenzialmente cinico, incoerente e pusillanime fino alla nausea, ma sono convinto che la musica sia tutto, e che il cinema qualcosa di più, e se è qualcosa che si può spiegare vorrei provarci assieme a chi ha voglia di ascoltarmi... per il resto niente, il bello di internet è che sembri meno misero di come sei davvero.

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