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La rapina

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Scritto da rosaelefante

La rapina

 

 

Il Puzza (lo chiamavano così perchè a dodici anni era caduto in un canale di scolo e la madre lo aveva dovuto strofinare tre volte col sapone di Marsiglia prima di gonfiarlo di sberle) aveva osservato i movimenti della famiglia giorno e notte, appostato su una panchina poco lontano dal villino da cui ogni mattina alle 7.30 il signore e la signora Marrone uscivano, trascinandosi dietro i due figlioli assonnati.
Lui, professore di Lettere all’università della zona, aveva sposato lei, ricca ereditiera, circa venticinque anni prima, dopo una lunga fase di corteggiamenti, tra poesie sussurrate a un orecchio e dolci carezze sotto le coperte.
La donna tornava a mezzogiorno e preparava il pranzo, i figli uscivano di scuola per le 13 mentre il marito non era mai a casa prima delle 20, giacché intratteneva fino a tardi un adulterino scambio di vedute con la giovane e prosperosa tirocinante.
Il mercoledì e il venerdì Lucrezia, la signora Marrone, accompagnava i figli in piscina per poi recarsi dalla sorella con cui trascorreva un paio d’ore a cucinar biscotti; di giovedì i coniugi, orribilmente agghindati, si recavano a teatro, talvolta al cinema, mentre il sabato mattina il marito farciva il minivan di peluche e maglioncini e trascorrevano il weekend a casa della madre di lei (sabati dispari) o della madre di lui (sabati pari), e non tornavano che nella tarda serata di domenica.

Cammuffato da clochard, il Puzza era rimasto tre settimane a studiare la tediosa routine della famigliola, e quando ormai credeva di averne carpito abbastanza i segreti, aveva chiamato il Capo e fatto rapporto.

Prepararono il colpo una notte di martedì che nevicava, di quelle notti in cui il moccio si secca nel naso, in quattro di fronte ad un piatto di maccheroni cacio e pepe. Aprirono la piantina della villetta sul tavolo scostando le stoviglie sporche, e il Capo, pulendosi il formaggio da un lato della bocca, fece il punto della situazione e affidò, dopo due ore di monologo, ad ognuno il suo ruolo.

Il Puzza avrebbe fatto il palo, essendo l’unico ancora incensurato e avendo sviluppato uno strano dono per la chiaroveggenza che lo portava sempre a capire quando qualcosa rischiava di andare storto. Grazie a lui, più di una cella nelle carceri della città era meravigliosamente vuota.

Mercalli, che aveva il Parkinson e una laurea in ingegneria elettronica, avrebbe disattivato l’impianto di sicurezza.

Una volta all’interno della casa, poi, sarebbe toccato al Capo il lavoro sporco.
Con lui, Daisy, detto la Fatina per le lunghe mani affusolate e i gusti ambigui in materia sessuale, così silenzioso che una volta, colto in fallo, era riuscito a fuggire da una volante della polizia in corsa. Ammanettato. Gli sbirri se ne erano accorti solo una volta giunti alla centrale e ora dirigevano il traffico in un paesino sperduto tra le montagne.

Unica regola: niente spargimenti di sangue.
“Siamo criminali” aveva tuonato il capo tremando dalla punta degli stivali alla luccicante nuca pelata “non assassini!”.

Si decise per l’ultimo fine settimana del mese, in coincidenza con la festa del patrono della città. Il signor Marrone odiava il chiasso della gente danzante e il puzzo di fritto e le trecce di liquerizia e i cavallini plastici e le caldarroste bruciate che queste manifestazioni si portavano appresso, quindi con tutta probabilità sarebbero partiti un giorno in anticipo, lasciando alla banda più tempo di quanto ne sarebbe realmente occorso per svaligiare la casa.

La villa, che si estendeva su tre splendidi piani marmorei, conteneva il più ricco assortimento di quadri e manoscritti antichi della zona, ma ad attrarre veramente la banda era la cucina. Là, una botola nel pavimento li avrebbe condotti alle cantine, e quindi alla cassaforte, in cui erano custoditi i più preziosi segreti del professor Marrone e della sua avida e cornuta consorte.

Come da previsione la famigliola lasciò la villetta nella serata di venerdì, all’ultimo bagliore del sole.
La donna era rincasata più tardi del solito portando tra le braccia una bacinella di vetro al cui interno giaceva quello che dava tutta l’impressione di essere impasto per dolci, e poco dopo era stata raggiunta dal marito e dai figli, le chiome bionde ancora unte di cloro.
Se ne andarono poco prima di cena, sfrecciando via col minivan dentro la notte. Prima di allontanarsi, il Puzza avvertì i compagni. L’indomani sera avrebbero agito.

I quatto arrivarono al calare della notte a bordo di un Ducato bianco. Scesero silenziosi, infilarono i passamontagna (Daisy non aveva resistito e aveva ricamato sopra il suo alcune piccole margherite) e scavalcarono con un agile balzo il basso cancello.
Il Puzza li osservò allontanarsi fino a quando, disattivata la centralina, sparirono dentro al grande portone in legno.
Un venticello maldestro spazzava le foglie secche su e giù per il viale, nuvole scure crepitavano all’orizzonte.
“Meglio così” pensò il Puzza dirigendosi verso la solita panchina “la pioggia coprirà il rumore”.

Passarono sì e no venti minuti che un cattivo presagio lo colpì come una scarica di taser.
Un grido strappò l’aria carica di pioggia prima ancora che l’uomo riuscisse ad alzarsi dalla panchina.
Corse a perdifiato verso il cancelletto e lo passò con un salto.
La porta socchiusa si aprì di scatto sotto la rude spinta delle sue mani.
La richiuse senza far rumore.
Aveva studiato per parecchie notti la planimetria della casa, quindi attraversò deciso l’ingresso buio e il salotto, tenendo sulla sinistra lo stanzino delle scope, attento a non toccare nulla. Costeggiò brevemente il corridoio e si fermò di colpo sotto la soglia del grande arco della cucina.
Un lampo illuminò brevemente il terrore che aveva dipinto il suo volto.

Le prime gocce di pioggia caddero pesanti intorno alla villa, soffocando in un macabro concerto le urla strazianti del Puzza.

 

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Ogni domenica sera, sulla via del ritorno, al professor Marrone prendeva un diavolo di mal di testa che gli stritolava il cranio a mo’ di nocciolina. Infilò esausto la prima e spense il minivan proprio a filo del marciapiede. I ragazzini schizzarono fuori come frecce e corsero verso la casa, scavalcando con un balzo il cancelletto, quindi attesero con i cellulari in mano che la madre venisse ad aprire la porta. In lontananza, si udivano le ultime melodie delle giostre che chiudevano i battenti.

“Cosa ci prepari per cena, tesoro?”
“Non credi di esserti rimpinzato abbastanza da tua madre?”
“Ti prego, ricominci? Ho questo mal di capo che mi tortura, una fame carogna e centoquarantaquattro temi da correggere e consegnare domattina. Per una volta possiamo evitare scenate?” supplicò l’uomo, massaggiandosi le tempie.

La donna sbuffò e chiuse la porta del minivan con tutta la rabbia che ancora aveva in corpo.
“Pizza, ragazzi?” domandò stanca ai figli, infilando le chiavi nella serratura.
“SIII!” risposero quelli in coro, precipitandosi in casa prima ancora che il portone fosse aperto del tutto.
“Levate le scarpe che sporcate il pavimento di fango!”

L’aria profumava ancora di pioggia e zucchero filato, e l’uomo si appoggiò al cofano del minivan con la sigaretta in bocca, tentando di coprire quegli odiosi sentori con lunghe sbuffate di cenere. Rivolse i suoi ultimi oziosi pensieri ad un mucchio di fogli di giornale che marcivano su una panchina poco lontano.
“Chissà che fine ha fatto quel barbone” fu il suo ultimo pensiero, prima che un’imprecazione della moglie lo scaraventasse di nuovo sul marciapiede bagnato.

“PORCA PUTTANA LUCREZIA QUANTE VOLTE TI HO DETTO DI STARE ATTENTA A COME PARLI DI FRONTE AI BAMBINI?”

Raggiunse la donna che sedeva affranta su una sedia in cucina, le mani tra i capelli. L’uomo a stento trattenne una bestemmia.

Il lievito madre. Il lievito madre del cazzo. Il lievito madre che la sorella le aveva dato prima che partissero, Lucrezia Marrone lo aveva dimenticato sopra il tavolino di formica, e nel giro di un weekend quello aveva dapprima colmato il suo contenitore in vetro fino a farlo esplodere, quindi sommerso con la sua mole pastosa l’intero tavolo della cucina. Magica chimica dei batteri, quella sostanza dolce sembrava dotata di vita propria: era colato fino in terra, coperto il pavimento di spumoso impasto bianchiccio e ora l’intera stanza puzzava di biscotti crudi.

“Ordiniamo cinese?” suggerì il professore, trattenendo a stento il riso di fronte a quel caos.
Quindi sollevò la moglie per un braccio e la trascinò fuori dalla cucina, spengendo la luce alle sue spalle.

La massa di lievito madre sussultò brevemente al buio, inghiottì un passamontagna decorato di fiorellini e si assopì con un ultimo, pastoso rigurgito.

 

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Il rosaelefante nasce dalla testa di un cucciolo abbandonato.
Lo visita nel sonno, per placare i suoi incubi con il suono della tromba ed insegnargli a volare.
Svanisce in una nuvola al nascere del sole, ma tornerà tutte le notti, ogni volta in un sogno diverso, perché il rosaelefante è, anzitutto e soprattutto, un abile trasformista.
Sopravvive nascosto ai mostri dell'inconscio, ne assimila i segreti e quando cala la notte fugge, rapido e silenzioso.
Si rifugia nei sogni e, seduto su di una grande pietra, comincia a raccontare.

Io sono un rosaelefante e queste sono le mie storie.

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