ESPERIMENTI LETTERARI Il Trono di Ruspe

Il Trono di Ruspe – Capitolo 3: Partenza – Pt. I

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Rorschach
Scritto da Rorschach

Quella che state per leggere è una storia di pura fantasia. Ogni personaggio, nome citato, luogo e situazione non sono riferiti ad un contesto reale, ma sono da attribuirsi ad un mondo puramente immaginario. Ogni riferimento a fatti, luoghi, storie, situazioni e personaggi realmente esistenti è puramente casuale.

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 IL TRONO DI RUSPE

Nei capitoli precedenti: Matt e Luisa pensano ad un piano per sconfiggere il Movimento. Manovre fiscali illecite e innescamento di rabbia popolare.
Tutto sembra perfetto, eppure qualcosa va storto: il figlio del grande capo viene trovato a sodomizzare un povero cucciolo di cane e il Movimento ha indetto numerose conferenze stampa per smentire tutte le accuse piovute di su loro. Il consenso popolare crolla e Matt decide quindi di attuare la manovra finale. Per conquistare l’amore degli italiani c’è bisogno di un gesto forte… partire verso l’India. Missione: recuperare i marò.

Capitolo 3: Partenza – Parte I

 

Ha sete, i crampi allo stomaco sono tremendi. Non mangia da giorni e la pelle brucia sotto un sole mediterraneo implacabile. Attorno a lei sono ammassati egiziani, libici, siriani. Uomini e donne, di tutte le età, dai neonati agli anziani. Scruta quelle facce memorizzando i tratti somatici, il dolore sui volti e le loro storie. Essersi tagliata i capelli la aiuta, così come l’abbronzatura e lo sporco sul viso, ma è il velo che le copre il volto e il corpo a tenerla al sicuro.

“Non vedo l’ora. Questa è l’occasione che ho sempre desiderato. Non sarò più la ‘signor nessuno’, l’ombra di quei vamp vestiti da giornalisti così carini nei loro studi televisivi.”

Il mare culla placidamente la barca, dei lamenti vanno a tempo con il rollio.

“Quando mi vedranno sbarcare… quando leggeranno ciò che ho da dire… AH! Mi immagino già la faccia di Andrea. Chissà che scriverà in quel suo blogghetto da hipster.”

Mary Colpevoli si accarezza la guancia e guarda l’uomo che trema accanto a sé. È sporco e gli occhi sono socchiusi, irrorati di sangue. La febbre lo scuote, facendogli sbavare gocce dense e opache sul velo della ragazza. Puzza di sudore e cadavere. È insopportabile. È perfetto.

“Dai, Mary. Memorizza, analizza, ricorda. Sentore di muschio, carne rancida, feci e sudore aspro. Ricordali. Poi scrivi quello che ti ha detto, o che ti avrebbe potuto dire: Jamal si accascia sulla mia spalla e mi racconta la sua storia. Un’infanzia travagliata in un minuscolo villaggio etiope.”

Interrompe i pensieri e inizia ad interrogarsi. Davanti a lei centinaia di persone ammassate si lamentano del caldo.

“Non sono neanche sicura che si chiami Jamal… Ma che me frega, ce ne saranno duecento solo qua sopra.”

Continua a scrivere e progettare il racconto nella sua mente: “Suo padre uccisogli davanti agli occhi a colpi di machete, sua madre e le sue sorelle stuprate da più di trenta soldati. Jamal aveva sei anni quando è successo tutto questo.

Si interrompe: “Beh, d’altra parte non sono sicura che sia successo davvero.”

Comincia a sorridere trattenendo in gola una risata: “Come no, sarà praticamente la biografia di metà di ‘sti poveri stronzi!”

Si mordicchia un labbro.

Due ragazze stanno piangendo coprendosi il volto nel velo. Una decina di bambini si lamentano, i volti sporchi di sale e bava.

“Ci vorrebbe una bella frase, adesso. Qualcosa d’effetto, che colpisca il lettore: Jamal scappa, ma non potrà mai scappare dall’inferno che è stata la sua vita.

Il caldo solleva insopportabile l’odore acre di feci e piscio sul pontile. Gli uomini si stendono gli uni sugli altri, lasciando più spazio alle donne per potersi riposare. Preghiere deboli si sollevano cantilenando per poi venir spazzate via da folate di scirocco.

“Delle interruzioni. Delle pause. Forza Mary, ce la puoi fare. Il lettore ha bisogno di vedere punteggiatura a caso, altrimenti come fa ad entusiasmarsi? Pensieri semplici per emozioni complesse. Dai.”

Jamal ha paura. Paura del passato. Paura del futuro. Jamal è solo e, forse, non ha più un futuro davanti a sé.

Spalanca gli occhi immaginandosi la pagina di quotidiano già scritta davanti a lei. Le sembra già di sentire l’odore di inchiostro fresco su pasta meccanica.

“Qua c’è oro! Oro! Ah! Non vedo l’ora di sapere a quali premi mi candideranno!”
Schiocca le labbra in silenzio: “Il Biagio Agnes, per iniziare.”

I suoi occhi si muovono a destra e sinistra. Centinaia di storie aspettano di venir scritte, inventate, raccontate. Centinaia di esistenze pronte ad elevarla a giornalista del decennio.

“Poi potrei scrivere un saggio sulla vicenda. Premio Ischia. Più qualche conferenza nelle università e in qualche manifestazione contro la mafia. Il novanta per cento di ‘sta gente lavorerà per loro, ma sticazzi. È colpa dello stato che bla bla bla le riforme, che bla bla bla la giustizia, che bla bla bla il fascismo, che bla bla bla le forze dell’ordine blablabla il coraggio di rialzarsi, la dignità di dire di no… Si scrive praticamente da solo.”

Due grida provengono dall’alto interrompendo per un attimo i suoi pensieri: gli scafisti stanno lanciando qualcosa sul ponte, una decina di bottigliette di plastica piene d’acqua rancida. Come un campo di grano scosso dal vento centinai di mani si sollevano al cielo veloci per poi gettarsi sul premio. Grida, lamenti, preghiere e imprecazioni vengono tradotte e registrate dalla giornalista.

“E per concludere un romanzo. Pulitzer e via.”

L’acqua viene terminata nel giro di qualche secondo, i bambini si lamentano stretti al seno della madre e sul pontile scende di nuovo un’opprimente silenzio. Le onde cullano i presenti facendo ondeggiare in sincronia teste ciondolanti cotte dal sole.

Si solleva il velo aggiustandoselo sul volto, muove gli occhi a destra e sinistra registrando quel dolore, assaporando la preziosità di quelle fonti. Dopo un po’ la stanchezza ha la meglio, poggia la testa contro delle assi in legno mentre le palpebre iniziano a chiudersi pesanti sugli occhi.

“Sarò la giornalista del decennio. Altro che Annoz-”

Si addormenta.

———

Il vento accarezza i capelli di Luisa, spostandoglieli di fianco con folate capricciose. Si aggiusta gli occhiali da sole a specchio sul naso passandosi del rossetto sulle labbra.

“Capisco il non voler andare in aereo per una missione militare di recupero ostaggi su suolo straniero non autorizzata…”

Lo scafo lucido si solleva sul mare, beccheggiando pigramente. Uno schizzo d’acqua salata bagna il volto della ragazza.

“Ma non potevamo almeno scegliere un mezzo più convenzionale?”
“Treni, autostrade e confini sono controllati molto meglio del mare. Sarebbe stato rischioso.”
“Oh, giusto, e quindi si va in barca. Fino in India. Certo. Ovvio. Almeno prenderne una normale, no eh?”

Matt si erge in alto, il piede destro poggiato sul lucido bordo in legno, occhiali a goccia, nerissima barba corta, camicia bianca, cravatta verde e giacca nera. Sorride guardando il mare accarezzando il ferro di prua.

“E secondo te avremmo dovuto utilizzare una di quelle schifezze giappo-cinesi?”

Luisa sbuffa, dietro di lei una decina di persone remano con fatica, altre stanno riposando su cuscini e tappeti rossi. La gondola è enorme, lunga più di trenta metri, bordi alti e dipinta di nero con leggeri intarsi dorati e rossi che si snodano sulle fiancate. Lo scafo è pieno di acqua imbottigliata, viveri, divise e armi. Dalla stiva provengono lamenti e grida.

1

“Abbiamo la Fincantieri.”
“E usare una barca costruita a Napoli o a Palermo?”
“C’è anche la sede di Genova.”
“Sì certo, con il loro olio, la focaccia, il mare e ‘sto cazzo di pesto. I liguri sono i terroni del nord.”
“Ancona?”
“Froci.”
“Marghera?”
“Negri.”
“Friuli?”
“Zingari.”

Luisa si arrende sollevando la testa verso il cielo.

“Giusto, quindi un’enorme gondola nera. Ci metteremo chissà quanti mesi per raggiungere l’India. Non potevi almeno far montare una vela?”
“E rovinare così la tradizione? Le nostre radici? La nostra identità?”

Urla di approvazione si sollevano alle loro spalle. I marinai riprendono a vogare con rinnovata foga, la barca procede lentamente.

“Abbi fede, cara, abbi fede. Non sarà un viaggio così terribile e avremo modo di pensare ad una strategia per quando torneremo. E poi, dopo quello che è successo con il ritardato lì sotto, ci conviene sparire per un po’.”
Luisa si avvicina a Matt e inizia a massaggiargli le spalle: “Si può sapere perché l’hai portato con noi?”
“Che avrei dovuto fare? Lasciarlo in balia di quei quattro coglioni e fargli scopare mezza fauna veneta? No, grazie. Ha già fatto molti danni.”

Socchiude gli occhi scrutando l’orizzonte, gli sembra di vedere qualcosa: “Con me non ne farà.”

Luisa si stende sotto il sole, sfilandosi la camicetta e appoggiandosi a dei cuscini di raso. Inclina lo sguardo verso gli uomini a poppa: braccia pelose e lucide di sudore e remano senza sosta facendo tremare muscoli lignei ad ogni vogata. Mascelle quadrate sono contratte dallo sforzo fisico e labbra sottili attraversano un volto scavato di cicatrici, occhiaie e rughe.

“Dove li hai presi questi venti energumeni?”
“Sono la crème dell’esercito. Ho fatto spargere un po’ la voce e abbiamo arruolato i più forti ed esperti. Ognuno di loro ha alle spalle almeno cinque anni di combattimenti in medio oriente, sono specializzati in armi d’assalto, esplosivi, spionaggio e terrorismo.”

Si volta guardandoli: “Non è vero, compagni?”

Un grido si solleva: “IAMME CAPITÀ!! STÌM AZZICC’ ATTÈ!!”

Matt si ferma, il sorriso congelato sul suo volto comincia a deformarsi in uno spasmo di disgusto, gli occhi si spalancano tremando.

Un uomo steso a terra si gratta la pancia e si solleva in piedi: “Iè bella ‘sta missione! Collu mare, lu sole e lu ientu! Siete lu generale megghiu c’aggia avuto!”

Le gambe iniziano a tremare, la mascella si abbassa, la pressione cala, le pupille si riducono a due puntini.

Un vogatore smette di remare sollevando una mano verso Matt: “A capità, ma n’dove annemo? Cioè, vojo dì, c’ho la cresima di mi nipote domenica l’altra. Gne a famo a turnà pe tempo?”

Matt si aggrappa con fatica al parapetto. Sente le gambe cedergli. “N-n-non è possibile…”

Un ragazzo snello si solleva in piedi e si sporge dal bordo del’imbarcazione afferrando una cima immersa in mare. Dopo qualche secondo recupera qualcosa legata alla fune e la porta verso prua.

“B’vit capità, iè na Peròn. La so tnut ind all’acqu pe te.” Porge la bottiglia verso Matt: “Nè. Sta bella fresca mo. La vedi come sta?” Solleva le guance in un sorriso accogliente: “È sudata.”

Matt crolla a terra.

———

L’uomo solleva le palpebre debolmente, si porta la mano sulla fronte. Su di lui volti preoccupati, non conosce nessuno dei presenti, sposta lo sguardo incrociando gli unici occhi familiari, quelli di Luisa.

“Mmmhh che cosa è successo?”
“Sìt cadùt n’derr cap’tà!”
La ragazza afferra il soldato tirandogli il braccio: “Zitto. È ancora debole.”

L’uomo a terra si solleva sulla schiena, quattro paia di braccia si affrettano ad afferrarlo per aiutarlo.

“Cosa è successo?”
“Sei svenuto per sei ore, avevi allucinazioni e parlavi nel sonno. Siamo riusciti a svegliarti a fatica, hai perso peso e tanti liquidi.” Gli porge una bottiglia di Peroni.
“Bevi, è sudata.”

Matt sviene.

———

Uno schiaffo lo colpisce sulla guancia.

“Forza Matt!! Riprenditi, cazzo!”
“C-c-c-che è successo?”

Luisa gli afferra il mento fra le mani: “Sei svenuto ancora, questa volta hai perso conoscenza un giorno almeno. Abbiamo provato a farti bere qualcosa, dovevi idratarti, ma non c’è stato niente da fare. Nei pochi momenti di lucidità parlavi di funghi e dell’importanza della figura del trattore nella vita di un uomo. Deliravi.”
Si porta una mano sulla fronte, iniziando a massaggiarla: “Bere. Devo bere. Dov’è la grappa?”

I presenti si guardano in silenzio. I loro occhi si incrociano timorosi senza che nessuno abbia il coraggio di guardare quelli di Matt.

Ad intervenire è Luisa: “Mi spiace Matt, ma…”
“Ma…?”
“Non s-s-so come dirlo, Matt… È…”
“È cosa?”
“È finita.”

Lo sguardo di Matt si solleva su di loro, perdendosi nell’etere e raggiungendo quello di San Marco fra le nuvole.

“Se vuoi, però, Ignazio ha portato l’amaro del Capo. Non è così male, è un po’ forte ma duve c’è gustu, ‘un c’è peddenza.”

Matt sviene.

———

Una secchiata d’acqua riesce a svegliarlo. È mattino, il mare brontola sotto lo scafo della gondola.

Decine di volti lo guardano dall’alto, ancora una volta. Non riesce a distinguerli bene. Dopo qualche secondo di confusione intercetta i capelli lunghi di Luisa.

“Non dire niente…”
La ragazza si gratta la spalla nervosamente: “Non so cosa mi sia preso… Devono avermi contagiata…”
Le afferra la gola con un movimento rapido. Stringe le dita affondandole nella carne: “Non. Dire. Niente.”

Dopo qualche istante una grossa mano nodosa afferra il polso di Matt: “Basta così.”
Gira lo sguardo seguendo il profilo del braccio fino al viso dell’uomo cui appartiene: capelli corti, spalle possenti, una folta barba lunga gli copre la mandibola in un curato profilo greco. È in controluce e i raggi del sole disegnano un severo volto statuario. Una benda gli copre l’occhio destro.

Matt si stacca da Luisa, la ragazza si afferra il collo fra le mani tossendo piano.
“Da quando i militari sono tutti terroni?”
Luisa si scosta i capelli dal volto: “Da tipo sempre?”

L’uomo scuote la testa e si nasconde la faccia fra le mani. La ragazza continua: “Sei svenuto per altri tre giorni. Non sapevamo che fare. Ti abbiamo fatto bere a stento, ma la grappa è finita, così come la zuppa di patate. Una notte ti sei sollevato di scatto cantando Oh mia bela madunina in preda a febbri convulsive, ma niente di più. Hai perso almeno cinque chili.”

L’uomo a fianco a lei si intromette: “Siamo riusciti ad attraccare di nascosto sulla costa barese qualche giorno fa, abbiamo mandato Nicola a prendere scorta di viveri, la nonna gli ha preparato una razione di riso patate e cozze per dieci persone. Siamo a posto per almeno due settimane.”

Si interrompe un attimo: “Ho dato istruzioni agli altri. Niente più dialetto, ma dobbiamo pensare a problemi ben più seri. Mi chiamo Nunzio, primo caporal maggiore, e questa missione non ci porterà lontano. Siamo a malapena fuori il confine italiano e presto saremo a corto di acqua. Di certo non possiamo sperare in una traversata fino in India.”

Si interrompe lasciando che quelle parole facciano presa sull’uomo: “Dobbiamo cambiare barca o perlomeno pensare ad altro. Ho sentito del piano e ne ho parlato con gli altri. Vogliamo tutti recuperare i nostri marò, ma dobbiamo metterci nelle condizioni di arrivare a destinazione, come dire, vivi.”

Matt si solleva in piedi grattandosi le guance. La barba si è fatta più folta e il viso è scavato dal sole e la fame.

“Va bene. Al diavolo le tradizioni.”

Si solleva in piedi a stento e percorre il pontile della gondola, arriva da un grande anello in ferro sul fondo e lo solleva con fatica, aprendo la botola. Comincia a scendere le scale che portano sottocoperta. Lamenti e grida provengono da una camera della stiva. Li ignora ed entra nella cabina di comando: una serie di leve, manopole e contatori sporgono dalle pareti. Matt inizia ad abbassare tutte le leve, una alla volta, in una serie di -clack- metallici. Il riquadro elettronico si accende in un debole ronzio mentre spie luminose e contatori pulsano frenetici sul pannello di controllo. L’uomo sussurra una bestemmia, afferra una manopola e inizia a ruotarla lentamente con entrambe le mani, fino alla fine.

Dopo qualche istante la gondola inizia a tremare, per interi minuti si sentono pistoni e cigolii provenire dalla chiglia, Matt risale all’esterno. I militari e Luisa si stanno affacciando ammirando stupiti la metamorfosi della gondola. Lo scafo si assottiglia, alzandosi verso l’alto, assumendo sulla linea di galleggiamento un profilo a freccia. Sul ponte delle botole si spalancano lasciando fuoriuscire arpioni, lancia-rete metallici, mitragliatori a nastro e lanciarazzi fissi su pedane incernierate al fondo. Sulla murata delle placche metalliche iniziano ad aprirsi. Quattro eliche per ogni lato tremano sporgendo verso l’esterno sorrette da braccia d’acciaio cromato per poi affondare sotto la superficie del mare, azionandosi in un rimbombo sordo a profondità diverse. Matt osserva soddisfatto la trasformazione della gondola in assetto di guerra. I motori entrano in funzione e la barca viene spinta velocemente in avanti, Luisa si volta incredula mentre lo scafo della gondola si alza e si abbassa procedendo spedito sulla superficie dell’acqua.

Si avvicina sgranando gli occhi: “Ma che diavolo è successo?”

L’uomo non le risponde e si avvicina verso prua. Davanti a lui le assi in legno si aprono in uno scricchiolio meccanico. Dopo qualche istante qualcosa si vede salire dalla botola, Luisa solleva le mani coprendosi la bocca trattenendo un grido di stupore: un’enorme mitragliatrice si solleva portandosi davanti a loro, le dodici canne da fuoco sono accoppiate in due serie che risplendono lucide sotto il sole. Due file di proiettili da 20mm si srotolano da destra e sinistra dai caricatori scendendo giù, nella stiva, insieme a migliaia di altri. Il robusto treppiedi è quasi più grande della stessa mitragliatrice con tubi e bulloni in acciaio che assicurano saldamente l’arma allo scheletro della barca. L’argano si arresta, bloccando la mitragliatrice, e due maniglie sporgono verso Matt.

Voci di stupore provengono dalle sue spalle: “È una doppia Gatling!”
“Cristo…”
“Hai visto che proiettili?”
“M134?”
“No.”
Nunzio si gratta la barba socchiudendo l’occhio sinistro.
“Quella è una Vulcan. Una doppia Vulcan.”

Matt si rivolge ai militari alle sue spalle: “Fra voi dovrebbe esserci qualcuno che se la cava con mappe e navigazione, se non sbaglio.”

2 - Copia

Un ragazzo con gli occhiali e i capelli biondi si avvicina a Matt mostrando un radar: “Io. In questo momento ci troviamo esattamente a 328 kilom-”
“Non mi interessa, come ti chiami?”
“Sono Carmelo, acquisitore obbiettivi.”
“Hai mai guidato una barca?
“Beh, adesso sono un sottufficiale della mar-”
“Ottimo, ragazzo. Mettiti al timone e portaci in India.”

 

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Ogni disegno de Il Trono di Ruspe, dalle vignette nel testo alle copertine, è stato fatto dalla mano del bravissimo Zobly. Cliccate QUA per seguirlo sulla sua pagina FB, se lo merita.

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Rorschach

Rorschach

Studente di ingegneria, lettore di fumetti, bassista occasionale, amministratore e scrittore sconclusionato.
Non credo nelle descrizioni da blogger e quello che leggo su internet, non dovreste farlo neanche voi. Forse. Chissà. Meh. Fanculo.

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