ESPERIMENTI LETTERARI Storie

Giuda Iscariota

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Scritto da rosaelefante

Giuda mi ha sempre fatto una pena dell’anima.
Diavolo, venire scelto con sorpresa di tutti come dodicesimo apostolo al tavolo di Cristo, mica bazzecole; ritrovarsi tra capo e collo a vagare tra baracche in rovina, appestati, deserti, nozze e mari in tempesta, il Messia davanti a sparar prediche e una manica di credenti dietro, tutti paralizzati da quell’uomo sporco e barbuto e le sue preghiere di amore e i miracoli eccetera eccetera… roba non da poco.

Contento, una Pasqua. Lui come molti in Gesù trovò un padre, un fratello, un maestro, e la Sua parola doveva riempirgli il cuore come una rosa del deserto riempie gli occhi dell’uomo che vaga sfinito sulla sabbia rovente al calar del sole. Non salva la vita, ma il cuore te lo gonfia comunque.

Ma. (C’è sempre un ma all’inizio di una brutta storia).

Tra una parabola di qui e una preghiera di là, vedi che non gli capita l’occasione di spillare 30 denari a quei puzzoni dei sommi sacerdoti del Sinedrio, nemmeno simpatici a voler essere onesti, le loro treccine ridicole dietro alle orecchie e l’aria di chi ne sa sempre una più del diavolo. Dico io, avete idea cosa siano 30 denari per uno che gira scalzo a Gerusalemme nel 33 d.C.?? Ché, è un’occasione da farsi scappare? In un solo colpo tanti bei soldoni (“tante elemosine”, avrà pensato Giuda) e l’opportunità di offrire a cena un po’ di acquavite: il Grande Capo poteva anche avere i magici poteri di moltiplicare vino pane e pesci a suo piacimento, ma sapeste il sapore che aveva quella roba…

In cambio, però? Già, ‘sti maledetti ebrei vogliono sempre qualcosa in cambio.

“Portaci alla dimora del Figlio di Dio.”

“Miseria… Scherzate? Va là, e se questo si imbufalisce? Poi chi lo sente il Padre?”

Ci pensa su qualche minuto Giuda, con le unghie dei piedi gratta la polvere dal pavimento del Tempio.

Macché – conclude alla fine – quello è buono come il pane, poi stasera grande cena, un bicchierozzo a fine pasto tutti insieme, offro io, Gesù al centro, a destra gli apostoli, a sinistra i Giudei e magari di fronte anche una bella tavolata di vivande per i poveri di Gerusalemme. Tanto di pane ce n’é per tutti!

Un piano perfetto.

Giuda era uno così. Adorava le chiacchiere del Messia, ma, checché ne dicesse, non poteva fare a meno di chiedersi quando si sarebbe finalmente arrivati ai fatti. Né tantomeno capiva l’utilità di sprecare un intero vaso di buon olio per ungere chicchessia, né perché quei benedetti miracoli il Messia non li usasse per qualcosa di veramente grosso. Mistero della fede. Mi piace pensare che Giuda manco immaginasse quello che frullava per la testa di quei quattro infami di ebrei, che già si sfregavano le mani al pensiero di aver preso in trappola il Maestro.

Affare fatto!” Giuda intasca la saccoccia tintinnate, i sommi sacerdoti si leccano i baffi.

La cena comincia come tante altre: non ci sono né poveri né giudei. Alla fine Giuda non l’ha avuto il coraggio di dirlo al Maestro. 13 pance che brontolano e il figlio di Dio che predica e prega, e prega e predica e pratica e perdindina Gesù qua è tutto il giorno che camminiamo, e il monte degli Ulivi, e lo storpio miracolato, e la lavanda dei piedi… Prese il pane, rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e disse…

Giuda non ascolta. Ha già addentato quel tozzo secco e striminzito con avida fame. Lo vogliamo crocifiggere per questo? Pietro lo fulmina.

Pietro.

Ce ne sarebbero da raccontare su quel furbacchione, sempre un passo dietro al Messia, abbastanza lontano da non calpestargli i talloni calzati di sandali, ma mai troppo distante da perdersi le sue parabole. Un lecchino. Di quelli con le labbra appiccicate al sedere del padrone, pronti a fagocitarne la cacca se Egli lo avesse ordinato.

“Tu sei la mia Pietra, Pietro, o pirla patentato. La stessa pietra che lanci prima di nasconder la mano.”

E in fondo alla fila Giuda. Cazzo, Giuda.

Pietro, appunto, lo fulmina con lo sguardo. Giuda posa il pane e gli restituisce l’occhiataccia. Pietro abbassa lo sguardo per primo, ma Giuda non esulta, chiede scusa a Cristo e si inginocchia in penitenza. I sacerdoti non arrivano, Giuda è impaziente, vuole far contento il Maestro, gli si avvicina fremendo, vuole rivelargli la sorpresa. Ma Gesù lo anticipa.

“Miei amati discepoli, stasera uno di voi mi tradirà.”

La tensione sale alle stelle. Pietro, ruffiano, abbraccia Cristo.

“Sarò mica io Signore?”

Gnarò mica gnio Gnignore?” ripete nella mente Giuda trattenendo un ghigno. “Stai zitto, stupido. Zitto.”

Gesù non risponde, li osserva uno ad uno, con quegli occhi di ghiaccio meravigliosi, la barba lunga e unta che luccica al tremulo bagliore della fiamma delle candele.
Giuda e Gesù si osservano, e neanche stavolta Giuda abbassa lo sguardo. Sorride, Giuda. Non Gesù. Si rizzano i peli sulla nuca. A Giuda.

Sul Getsemani Giuda è immerso nei suoi pensieri. Gesù piange lontano e gli altri discepoli dormono profondamente vinti da quel vinaccio insapore. Ma Giuda non riesce a prendere sonno, la bottiglia di acquavite tintinna ancora sotto la tunica, una brezza pesante gli scompiglia i capelli. I sacerdoti non si sono presentati, eppure le indicazioni non potevano essere delle migliori. E poi quell’occhiataccia del Signore, il sorriso beffardo di Pietro e una brutta sensazione che fa capolino nella sua testaccia. Ecco d’improvviso sbucare dal nulla i sacerdoti. Giuda corre verso il maestro come un bimbo che cerca avido il seno materno.

“Mio Signore, mio Signore!”

È contento, salta di gioia, gli stampa un grosso bacio sulla guancia. Presto si farà festa tutti insieme, e non ci sarà più tempo per l’odio e le discriminazioni e le lame. Ma Gesù non lo guarda nemmeno, fissa un punto lontano oltre la spalla del discepolo che con tanto amore lo abbraccia.

“Giuda, con questo bacio tu mi tradisci.”

“Mio Signore..?”

Poi è il caos da Apocalisse anticipata, una Babilonia di bestemmie e grida confuse, ferri che volano, orecchie che saltano, e Pietro, maledetto lui e quella lama insanguinata tra le braccia, che ti vien da pensare “MACHECCAZZO PIETRO LA VIOLENZA NO, IL QUINTO COMANDAMENTO, PERDIO!” e quegli altri dieci stupidi che dormono e se ne fregano, Gesù in manette e Pietro che se la da a gambe. E Giuda piange, sulle spalle di sé stesso, la bottiglia di acquavite ancora stretta al corpo. E Giuda continua a piangere, notte e giorno, giorno e notte, e quando il gallo alla fine tre volte canta, e il figlio di Dio spira spezzato e paonazzo inchiodato ad una croce, Giuda è ancora lì che piange.

Il gallo canta tre volte, altrettante quel salame di Pietro rinnega il Figlio di Dio (“L’OTTAVO COMANDAMENTO PIETRO!”). E glielo aveva pure detto! Ma come cazzo si fa?!

E quel gallo tre volte canta e anche lui piange, Giuda, che solo ciondola tra le sterpaglie, appeso per il collo ad un albero secco, morti entrambi nel silenzio egoista dell’abbandono. La sabbia si posa con infinita lentezza sulle sue labbra gonfie, una serpe sotto di lui sibila demoniaca. È solo Giuda. Non ha più neanche i trenta denari, gettati chissà dove tra i piedi di quei sacerdoti infami.

Non vive abbastanza per veder coronata la sua beffa: Pietro primo Papa (dà la nausea già l’allitterazione), Giuda immortale sinonimo di tradimento ed infamia. Uno dipinto in eterno con le chiavi del Paradiso strette nel pugno e un sorriso beota stampato sul volto cinto di aureola, l’altro sbranato per sempre nei più bui recessi dell’Ade.

A pensarci bene, pensate un po’ se Giuda non avesse mai fatto quello che ha fatto: ci saliva da solo il Cristo sulla croce? Dico, ce lo vedete a darsi martellate su una mano prima, la sinistra, la destra poi inchiodata col martello tra i denti. Con le lacrime agli occhi e il volto contorto del dolore, già me lo immagino Cristo gridare a gran voce:

“Barabba! BARABBA, PORCAMISERIA! Vie’ un po’ quà, dammi una mano… ecco, dammi due martellate lì, sul collo del piede… Piano, piano… AHIACAZZOMALEDETTOIDDIO… Ops, scusa Papi…”

Se Giuda non avesse mai tradito il Figlio di Dio, come avrebbe potuto l’intera umanità beneficiare della salvezza operata nella Sua Risurrezione dopo la morte? Se Giuda se ne fosse rimasto in disparte, magari a scrivere pure lui un Vangelo (all’epoca andava di moda), magari saremmo ancora oggi esuli in cerca di terra, poveri in cerca di amore, lebbrosi in cerca di pane. E invece, a guardarla di sbieco, viene da pensare che siamo tutti figli e figlie di un incantevole tradimento.

Prole illegittima di un’anima ingenua e sfortunata.

Non è poi così male.

 

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Immagine di copertina tratta dal Blog Balconisullealpi.it QUA.

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Il rosaelefante nasce dalla testa di un cucciolo abbandonato.
Lo visita nel sonno, per placare i suoi incubi con il suono della tromba ed insegnargli a volare.
Svanisce in una nuvola al nascere del sole, ma tornerà tutte le notti, ogni volta in un sogno diverso, perché il rosaelefante è, anzitutto e soprattutto, un abile trasformista.
Sopravvive nascosto ai mostri dell'inconscio, ne assimila i segreti e quando cala la notte fugge, rapido e silenzioso.
Si rifugia nei sogni e, seduto su di una grande pietra, comincia a raccontare.

Io sono un rosaelefante e queste sono le mie storie.

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