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L’ultimo volo del Signor Elam

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Scritto da rosaelefante

L’ultimo volo del Signor Elam

 

La voce dell’altoparlante gracchiò metallica ai ritardatari informandoli che il volo notturno Miami-Roma aveva appena cominciato le operazioni d’imbarco. Entro pochi minuti sarebbe stato pronto per la partenza. Il tizio in giacca e cravatta accelerò il passo, schivando un gruppo di studenti asiatici e cercando di tenere la valigetta il più possibile vicino al corpo. Raggiunse il gate sudato e ansimante. Con un sibilo le porte scorrevoli si chiusero dietro di lui.
Una hostess alta e bionda sorrise affabile mentre controllava il passaporto.
Le labbra carnose erano dipinte di rosso, così come le unghie delle mani, sullo stesso tono delle scarpe di vernice.

“Prego, signor Elam. Ha avuto fortuna, l’aereo sta per partire”. Lo scortò in silenzio lungo il corridoio coperto fino alla pista d’atterraggio, dove un enorme Boeing attendeva urlando e rullando sotto la violenta pioggia che cadeva incessante ormai da due giorni.
Lampi e saette squarciavano la notte.

“C’è mancato poco che mi lasciassero qui” borbottò l’uomo alla hostess “Devo essere a Roma entro domattina. Sa, è il compleanno di mia figlia”.
“Le porga i miei più sinceri auguri” sorrise la donna.
“Senz’altro. Alla settimana prossima Brigitte”
“Buona traversata, signor Elam”.

Salì sull’aereo stracolmo, sedette nel posto a lui riservato vicino al finestrino, gettò la valigetta tra le gambe sotto il sedile e si slacciò con uno sbuffo sollevato la cravatta fradicia di sudore. Appoggiò la testa al bracciolo, incurante degli schiamazzi dei passeggeri e degli ordini degli steward, facendosi cullare dall’incessante rullìo dei motori. Un ragazzino a petto nudo continuava a tirare calci al suo schienale, ma l’uomo esausto cadde in un sonno profondo prima ancora che l’aereo avesse levato le ruote dal suolo.

 

|È appollaiato come un gufo sulla cima di una gigantesca sequoia, osserva le onde dell’oceano infrangersi contro la costa e i gabbiani volteggiare attorno ai pescherecci. Una nuvola di vapore si leva dalle acque scure. Una macchia nera copre l’orizzonte e avanza verso la terraferma, l’acqua ribolle ed evapora. L’uomo si sbilancia, un piede scivola nel vuoto. Cade da un’altezza vertiginosa e piomba di culo sulla sabbia. L’oceano è tinto di antrace. Alcuni gabbiani annaspano intrappolati nella melma e pesci morti affiorano dagli abissi. Il magma nero procede inesorabile e lui non riesce a muoversi. Sente il calore bruciargli la pelle. È quasi sulla spiaggia. Tocca ora la sabbia, che bolle e schiuma e si trasforma in vetro. Poi si arresta. Lì, in quel vetro, l’uomo vede il suo riflesso. Ma non è lui. Gli somiglia: ha le stesse guance incavate, la barba incolta sul collo, indossa il suo stesso completo nero, hanno gli stessi capelli color grigio topo e il neo peloso sotto al naso; anche la forma delle sopracciglia, delle orecchie, le spalle ampie e le mani callose… Tutto è a lui simile in egual maniera. Ma quel ghigno non è suo. Quel ghigno non gli appartiene. E gli occhi. Non c’è pupilla né iride. Due grossi bulbi neri, simili a scarafaggi, lo scrutano dal riflesso disordinato. Quella cosa. Non è. Umana.|

 

Si svegliò con la cintura che premeva sulla vescica e un bisogno impellente di pisciare. Dovevano già essere in pieno oceano.
Scavalcò ancora assonnato i due sedili al suo fianco e si diresse verso il bagno, dove l’acqua ghiacciata lavò via ogni residuo dell’incubo.
Uscì chiudendosi la porta alle spalle e strofinando le mani bagnate sui pantaloni del completo.

Nell’aereo era calata la notte. A malapena vedeva ad un palmo dal naso, ogni luce era spenta e solo le spie delle cinture brillavano nell’oscurità. Nonostante si udisse distintamente il lento e costante rullio dei motori e il rumore di valigie che si scontravano, il silenzio aveva steso un velo di sorda angoscia sull’intero velivolo.
Sembravano tutti profondamente addormentati.
Anche il ragazzino molesto sul posto dietro di lui dormiva silenzioso, la testa appoggiata alla spalla della madre.
Avanzò a tentoni lungo il corridoio e quando gli occhi si furono finalmente abiutati all’oscurità proseguì il cammino, attento a non sfiorare nessuno per paura di svegliarlo.

C’era troppo silenzio.
L’uomo poteva sentire l’eco del battito del cuore dal fondo del petto.
Udiva distintamente il sangue affluire nelle vene e nelle arterie, l’organo principale che con sbuffi stanchi malediceva e dava vita.
Non era tipo da credere nei presentimenti, nei segni del destino o a superstizioni e leggende di alcun tipo, ma qualcosa gli stuzzicava i nervi e non sopportava l’idea di lasciare sterile quel dubbio in fondo alla testa.
L’aereo rollò all’improvviso e l’uomo si resse ad un sedile.

Cattivo presagio.

Tutti continuavano a dormire.

Si diresse a passo leggero verso la cabina del pilota, che conosceva ormai da anni, per chiedere chiarimenti e cercare di alleviare quella strana e infausta sensazione.

Due hostess erano stese a bocca aperta sui loro sedili: le cinture ancora allacciate, sembrava si fossero addormentate poco dopo la partenza, così come il resto dei passeggeri. Sorrise sotto i baffi lanciando un rapido sguardo alle lunghe gambe della hostess più carina, quindi sotto la scarsa luce che filtrava da un refrigeratore bussò tre volte alla cabina di pilotaggio. Il rumore delle nocche contro il ferro tagliò l’aria come una freccia scagliata verso il sole, ma nessuno sembrò notarlo.
Provò ancora, senza ricevere risposta. Aveva appena voltato le spalle per tornare al suo posto, che la porta si spalancò di colpo.

“Prego signor Elam, venga dentro” sussurrò una voce.

L’uomo osservò inquieto l’interno buio della carlinga, quindi insipirò a fondo e varcò lentamente la soglia accostando la porta alle sue spalle.

Anche la cabina era scarsamente illuminata, ma le centinaia di luci del quadro di comando lampeggiavano e brillavano a intermittenza, cosicché non ci volle molto perché l’uomo potesse distinguere le figure dei due piloti riverse a terra, le labbra violacee e secche, il volto gonfio, gli occhi vacui e le braccia spalancate in maniera innaturale.

Il cadavere del co-pilota giaceva inerme sopra a quello del suo superiore, che essendo più robusto del collega lo copriva quasi interamente, lasciando scoperto solo il viso: dalla bocca semiaperta era colato un rivolo di schiuma bluastra sin fino al pavimento.

Un artiglio di panico afferrò lo stomaco dell’uomo.

L’aereo procedeva spedito tra le nuvole scure della notte, e qualcuno doveva aver strappato a forza la radio dal quadro, che ronzava atona appesa ad un cavo metallico. Una piccola sirena rossa cantilenava impazzita sul soffitto della cabina.

“Non è ancora il momento di farsi prendere dal panico” sghignazzò una voce alle spalle dell’uomo.

Una figura stava ritta sulla soglia. La camicia bianca spuntava da sotto il completo nero, al polso un orologio da pochi spiccioli, le guance incavate e la barba incolta sul collo. I capelli color grigio topo, un vistoso neo sotto al naso e le spalle ampie del nuotatore professionista.

A intermittenza, la luce illuminava gli occhi orribilmente scuri dell’uomo: piccoli, spalancati e senza vita, neri e vacui e profondi come gli abissi remoti del mare.

Mostrò un ghigno ironico, e sotto quelle labbra l’uomo intravide pochi denti aguzzi, sporchi e grandi come pezzi rotti di un’inquietante scacchiera.

Un brivido di terrore percorse la schiena del signor Elam, i peli ispidi si incresparono sulle braccia, gocce di sudore colarono dalle tempie.

Non riusciva a muoversi.

Il dubbio si trasformò in un’atroce pensiero.

“Che cosa hai fatto?”chiese tremando l’uomo alla figura sulla soglia.

“Oh, mio sudicio piccolo amico, la domanda esatta è un’atra: COSA AVETE FATTO VOI?” rispose la figura. Estrasse un oggetto da dietro la schiena e la lanciò all’uomo.

La sua valigetta.

“Aprila”
Non lo disse ad alta voce, ma fu come se quell’ordine fosse comparso a lettere vivide nella testa dell’uomo.

L’uomo aprì la ventiquattrore. Alla debole luce del quadro della cabina, intravide una piccola bombola, simile a quelle che usavano i chirurghi per anestetizzare i pazienti.
Chi aveva messo lì quella bombola?
I pensieri erano confusi ma allo stesso tempo nitidi e vivi nella sua mente.

 

| Il riflesso nello specchio lo osserva a lungo, scrutandogli l’anima con quei terribili occhi neri. Si sporge in avanti. Sempre di più. Il naso aquilino attraversa lo specchio come fosse un velo d’acqua, quindi il volto terrificante, le spalle larghe. Le braccia forti lo afferrano per il bavero della camicia, lo trascinano dentro lo specchio, in un turbine di odio. Siedono entrambi accanto al finestrino dell’aereo. Si vedono le luci di una metropoli che si allontana velocemente. Gli altri passeggeri dormono. Quasi tutti. Il fastidioso bambino continua a gemere e lamentarsi. L’uomo e il suo riflesso si piegano in avanti, raccolgono le rispettive ventiquattrore da sotto il sedile e le posano sulle ginocchia. Il moccioso si lamenta e tira calci. Un CLACK sincronico. Entrambe le valigette si aprono. Un altro calcio sullo schienale della poltroncina. Il signor Elam estrae dalla valigetta una piccola bombola, alla cui estremita è fissata una mascherina. Il riflesso lo osserva ghignante. Il signor Elam risponde al ghigno, quindi si volta con uno scatto verso il ragazzino. L’ultima cosa che vedrà saranno i due buchi neri che lo osservano e inghiottono. Lui sarà il primo|

 

“Sono tutti morti…”

“Oh no… Non tutti, mia invertebrata testa di cazzo.” rispose la figura.

Quindi si avvicinò all’uomo, afferrandolo per il colletto della camicia con le braccia forti e spingendolo a forza sul sedile del secondo pilota.
Gli accostò la bocca all’orecchio e il suo alito marcio raggiunse le nari dell’uomo, che trattenne un conato.

“Non tutti. Non ancora” sussurrò all’uomo prima di attanagliarlo al sedile con macabra dolcezza.

Quindi scavalcò i cadaveri gonfi e paonazzi dei due piloti e sedette ai comandi, allungando le gambe sul quadro illuminato e premendo con i piedi nudi e sudici alcuni tasti a casaccio.
L’aereo cominciò a rollare ferocemente, sbucò oltre la coltre delle nubi e si piegò di scatto in avanti.
Le viscere dell’uomo si rivoltarono, la schiena si inarcò sul sedile, i nervi del collo irrigidirono improvvisamente.
Saldo alla poltroncina, vide i cadaveri dei due piloti schiantarsi contro il parabrezza dell’aereo.

Le lampadine del quadro elettrico presero a gemere e fischiare, accendendosi a intermittenza, la sirena rossa sul soffitto strillava avvertimenti che nessuno avrebbe ascoltato. Luce improvvisa illuminò completamente l’aereo e voltando la testa all’indietro l’uomo ebbe giusto il tempo di scorgere attraverso la porta della cabina aperta i volti dei passeggeri legati ai loro sedili: alcuni avevano gli occhi spalancati fissi nel vuoto, altri ciondolavano inermi come le maschere d’ossigeno che penzolavano sopra le loro teste. L’odore di morte giunse all’uomo ancora prima di vedere le scure acque dell’oceano avvicinarsi inesorabili al muso del velivolo.

L’ultima cosa che il signor Elam scorse fu il lampo di fiamma nei tetri occhi del mostro al suo fianco.

 

“Siamo a casa” ghignò, prima che, con un tonfo sordo, l’aereo venisse inghiottito dall’oceano.

 

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Il rosaelefante nasce dalla testa di un cucciolo abbandonato.
Lo visita nel sonno, per placare i suoi incubi con il suono della tromba ed insegnargli a volare.
Svanisce in una nuvola al nascere del sole, ma tornerà tutte le notti, ogni volta in un sogno diverso, perché il rosaelefante è, anzitutto e soprattutto, un abile trasformista.
Sopravvive nascosto ai mostri dell'inconscio, ne assimila i segreti e quando cala la notte fugge, rapido e silenzioso.
Si rifugia nei sogni e, seduto su di una grande pietra, comincia a raccontare.

Io sono un rosaelefante e queste sono le mie storie.

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