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La donna è un’isola – Auður Ava Ólafsdóttir

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Clarisse McClellan

La donna è un’isola

Autore: Auður Ava Ólafsdóttir

 

Hvelreki.
Le anatre si occupano dei piccoli delle altre, senza alcuna distinzione con i propri.
Così fa l’Io-narrante di questa storia che, dopo un pacifico divorzio con il marito, prende in affidamento il figlio sordomuto dell’amica incinta, rimasta infortunata.
La protagonista ed il bambino partono per l’est dell’Islanda a visitare i luoghi che hanno caratterizzato infanzia e preadolescenza di lei. La narrazione è intervallata da continui ricordi appartenenti a quel periodo, scollegati dal flusso degli eventi, ci danno indizi sulla vita della protagonista, sul suo sentirsi donna e sul suo non-senso di maternità. L’Islanda, con le sue distese di sabbia nera, ghiacciai, vulcani, oche, pecore investite e balene spiaggiate, conferisce un fascino non indifferente a tutta la storia
Nonostante le recensioni non sempre positive di questo libro, ne sono rimasta particolarmente affascinata, vuoi per l’ambientazione islandese o per questa protagonista così diversa da altri romanzi, non forte, non debole, ma, in un certo senso, sottomessa ad una sorta di fatalismo degli eventi che la portano ad assumere comportamenti difficilmente razionalizzabili agli occhi di un qualsiasi lettore. Sebbene sia, in partenza, la situazione più tipica di un romanzo di formazione (un viaggio per capire se stessi) alla fine ne risulta più un processo di scomposizione ed accettazione, con un piacevole senso di sospensione degli eventi. Il romanzo termina con una bizzarra appendice sui cibi presenti del libro, descritti in modo narrativo e quindi ben lontani da un comune libro di ricette, tanto che alcune pietanze non sono nemmeno riproducibili. Consigliato vivamente agli amanti dell’Islanda come me, magari accompagnando il libro con un cd dei Sigur Rós.
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Clarisse McClellan

Clarisse McClellan

Nel tentativo di esprimere le folgorazioni divine che mi sono abituali, finisco sempre per dire cose incomprensibili, o più spesso cavolate ignorabili.

"Non voleva sapere, per esempio, come una cosa fosse fatta, ma perché la si facesse. Cosa che può essere imbarazzante.
Ci si domanda il perché di tante cose, ma guai a continuare: si rischia di condannarsi all' infelicità permanente"

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