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Il pubblico e l’arte

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Nadja
Scritto da Nadja

Il pubblico uccide l’eccezione.
Ed ecco cosa ci dispiace di più di condividere. Di amare qualcosa amata dagli altri. L’interiorità esalta, è uno dei suoi lavori.
La solitudine impreziosisce.
La più grande paura dell’uomo, in questi tempi in cui tutti possono avere l’inconsistenza artistica, la non-corporeità, è quella che l’oggetto sia svalutato, indebolito, osservato fino alla disintegrazione.

Ciò che è ignoto ai molti, ha più sapore per noi, possiamo legarlo alla nostra esistenza e guardarlo con gli occhi che scegliamo di indossare. Ciò che ci comunica arriva diretto, senza filtri, senza che altri ne possano deformare il volto.
Ma non arriva forse incompleto? Ciò che è sconosciuto agli altri, ciò che è solo nostro, cresce con ciò che solo noi abbiamo. E questa non potrà mai essere una crescita completa, una matura consapevolezza dell’arte. Ma solo una nostra, parziale, visione. Cogliamo, dell’opera, soltanto la sfaccettatura simmetrica al nostro essere.
Da dove deriva questa paura di vedere svalutata l’arte e, quindi, in un certo senso, una parte della nostra vita? Le nostre emozioni?
Questa sfiducia nell’essere umano?

Vogliamo a tutti i costi difendere ciò che temiamo potrebbe sfumare, svanire via, perdere importanza, sotto mani diverse dalle nostre.
Ma l’arte segue il suo naturale corso, si riversa nelle strade, sporca il mondo. Le persone vengono contaminate: è tutto ciò che sappiamo. Come bisognerebbe guardarla, viverla, interpretarla, è un problema inesistente. Consumarla, disgregarla e, anche impoverirla, è ciò che succede quando un’opera è viva, viva davvero!

Non possiamo temere ciò. Perché l’arte non si può perdere.

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Foto di copertina tratta da Blankets, graphic novel autobiografica di Craig Thompson.
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Nadja

Nadja

La realtà è arte virtuale.
Sto provando a dargli una consistenza.

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