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E smettete di chiamarli femminicidi

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Meeva
Scritto da Meeva

Facciamo che ora date un’occhiata a questo video che, da tempo, gira sulla rete. Se lo avete già visto, vi chiedo di riguardarlo.

Tutto molto bello, all’apparenza. Il messaggio che dovrebbe arrivare (e forse arriva anche) è: la violenza sulle donne è sbagliata.

Il problema è che, guardando oltre il luccichìo delle luminarie natalizie, oltre la semplicità dei bambini, oltre il buonismo a tutti i costi, si intravede qualcosa di inquietante. Quel qualcosa di inquietante è il sessismo, di cui il video è infarcito.

Non sono l’unica a pensarlo. Le mie sono considerazioni condivise da altre (più autorevoli) menti. Una fra tutte, Mario De Meglie, psicologo e psicoterapeuta, che ne ha parlato su Il Fatto Quotidiano.

Il problema è che il video, oltre a depersonificare e oggettualizzare la bambina (di cui si conosce solo il nome e l’aspetto fisico, mentre dei bimbi si sa anche cosa vogliono fare da grandi, l’età etc…), fornisce messaggi sbagliati riguardo al perché è bene non usare violenza sulle donne.

Ma andiamo a monte della faccenda.

Non mi ero mai espressa in merito alla questione della violenza sulle donne, dei femminicidi, del sessismo. E non l’avevo fatto per un motivo ben preciso: ritengo molto ingiusto usare l’etichetta di femminicidio per quegli atti che, di fatto, sono omicidi.

Non è più sbagliato uccidere una donna rispetto ad un uomo. Non è più sbagliato maltrattare una donna rispetto a, che so, un collega di lavoro. Non ci sono omicidi di serie A e di serie B. E, sinceramente, tutta questa enfasi mediatica sul femminicidio mi aveva disgustata abbastanza da decidere di non parlarne. Sono omicidi. Punto. Sbagliati, deplorevoli, da punire. Punto. Fine.

E smettete di chiamarli femminicidi, perché, sticazzi, non si tratta solo di femmine (termine che circoscrive la cosa alla dimensione sessuale-riproduttiva), ma di donne (termine decisamente più completo). Quindi, al limite, donnicidio.

Dicevo che non mi ero mai espressa perché non amo buttarmi nella mischia, la mischia delle opinioni facili e urlate, la mischia alimentata dai media. Perché sono una donna anche io e so cosa vuol dire vivere nei panni di una 23enne in Italia, al giorno d’oggi. Vi assicuro, non è una passeggiata. Ma, proprio per questo, ho voluto tenermi lontana dai luoghi comuni. Perché di luoghi comuni si tratta.

Il problema è proprio questo: i luoghi comuni. O, in linguaggio più tecnico, gli stereotipi.

È uno stereotipo il fatto che le donne debbano sempre essere protette.

È uno stereotipo il fatto che, se una donna ricopre un ruolo dirigenziale, quasi sicuramente è lì per meriti sessuali.

È uno stereotipo che le donne siano tutte puttane o tutte santarelle.

È uno stereotipo che le donne quando hanno il ciclo sono incazzose/meno concentrate/più deboli.

È uno stereotipo che le donne non si toccano nemmeno con un fiore.

È uno stereotipo che il vero uomo deve proteggere la sua compagna.

È uno stereotipo che le donne belle raggiungono più traguardi delle donne meno belle.

È uno stereotipo che donna è rosa e uomo è azzurro.

Questi (e molti, molti altri) luoghi comuni alimentano il sessismo. E nella maniera più subdola.

Perché dietro alla storiella di Dio che crea Eva dalla costola di Adamo (cioè al suo fianco) per farla proteggere c’è implicito un paternalismo mostruoso. Perché dietro al le donne non si toccano nemmeno con un fiore c’è del buonismo che mette la donna su un piano di dipendenza dall’uomo. Perché dietro al non la picchio perché è carina del bambino del video c’è un mondo di richieste estetiche di portata impensabile rivolte al genere femminile. Perché dietro alla domanda cosa ti piace di lei? (fatta non a caso da un adulto, maschio), c’è l’oggettualizzazione della donna. Il bambino, non conoscendo per nulla la bambina, non ha potuto far altro che indicare caratteristiche fisiche.

È da queste cose che prende forma il sessismo. È da qui che si comincia a formare l’ennesima generazione di esseri umani pericolosi, per sé stessi e per gli altri (non solo per le donne).

Ed è inutile stupirsi se i bambini non prendono a schiaffi la protagonista femminile: nessuno sano di mente prenderebbe a schiaffi uno sconosciuto, innocente, davanti ad una telecamera e solo perché gli è stato ordinato.

Perché? Semplicemente perché è insensato. Non dipende dal fatto che i bambini non siano sessisti o gli adulti siano tutti deviati: semplicemente la situazione ricreata dal video è fittizia.

Quindi, anche se probabilmente il video è stato realizzato con le migliori intenzioni, il risultato finale è una catastrofe, un tripudio di stereotipi, sconcerto e nonsense.

In mezzo a tutto questo, però, ho trovato una flebile luce di speranza. Uno dei bambini ha motivato il suo rifiutarsi al dare lo schiaffo nella maniera più sana e semplice possibile: Perché sono contro la violenza.

Non perché lei è una bambina o perché è carina o perché io sono un uomo. Ma semplicemente perché la violenza è sbagliata. A prescindere dal sesso. A prescindere da tutto.

Non chiamateli più femminicidi. La parola stessa, femminicidio, è piena di sessismo.

Non chiamateli più femminicidi.

 

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Meeva

Meeva

Laureanda in Neuroscienze, tanguera a tempo perso, blogger con un po' di esperienza. Scrivo fin dalla più tenera età e cerco di farlo decentemente. Mille progetti e sempre poco tempo.
Cerco di conciliare scienza e scrittura, con risultati che... beh, giudicherete voi.

5 Comments

  • Tutto d’accordo, tranne che per la considerazione sulla parola “femminicidio”. D’accordissimo che sia lessicalmente orrendo, ma la parola “femminicidio” non è nata perché l’omicidio di una donna è PIU’ IMPORTANTE. è nata dalla necessità di descrivere un fenomeno sociale che è sulle spalle di tutti, che ci piaccia o meno (e forse è anche per questo che è così odiato, imho) e che è una realtà ormai assodata: che sempre più donne vengono uccise IN QUANTO DONNE. Personalmente, credo sia scelto la radice femmin- per lo stesso motivo per cui è nata la parola “femminismo” e non “donnismo”.
    Tutto il resto lo trovo ineccepibile.
    Un saluto

    • Grazie per il commento, intanto :)
      D’accordissimo sul fenomeno in sè, è la strumentalizzazione operata dai media quella che volevo far emergere. Sulla radice della parola non ci sono dubbi: il problema è che non tutti sono consapevoli della cose e continuare a far passare l’equivalenza donna = sempre e solo femmina (anche nell’uso lessicale) è pericoloso.
      Un saluto a te!

    • Conosco molto bene l’esperimento di Milgram. Esso dimostra l’influenza dell’autorità sul comportamento umano. Da notare che, appunto, tiene in considerazione l’autorità: i soggetti venivano portati a fare qualcosa di moralmente riprovevole lungo un percorso di richieste sempre maggiori (prima differenza rispetto al video) e fatte da persone dotate di autorità sociale (lo sperimentatore vestiva con un camice bianco, simbolo culturale di autorevolezza, seconda differenza rispetto al video). Inoltre, le persone in ogni caso ponevano somma resistenza. Se si cercano i video di repertorio si può notare come alcuni partecipanti si misero a piangere, supplicando lo sperimentatore di non dover compiere tali atti. Consiglio sempre l’approfondimento delle fonti, prima di compiere facili parallelismi :)

    • L’ambiente del laboratorio, il rapporto con lo sperimentatore, la de-responsabilizzazione data dal comando sono tutti elementi che rendono incomparabili la situazione dell’esp. di Milgram e quella in cui si sono trovati i bambini.

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