Cronache di uno Studente Fuori Sede ESPERIMENTI LETTERARI

Cronache di uno Studente Fuori Sede – Capitolo 3: La saga di Daniela. Parte VI: La goccia che fa traboccare il vaso

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Rorschach
Scritto da Rorschach

“Cronache di uno studente fuorisede” è, fra le altre cose, un esperimento narrativo. La scrittura non è lineare, le frasi sottolineate indicano i pensieri che mi son balenati in testa, quelle in grassetto sono relative alla mia parte razionale e quelle in corsivo alla mia parte emotiva. Il risultato potrebbe sembrare strano e un po’ schizofrenico. Beh, lo è.
Continua la saga di Daniela, la coinquilina che tutti (non) vorrebbero. Leggi qui la parte V.

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Parte VI: La goccia che fa traboccare il vaso

Arrivano finalmente le vacanze di Pasqua e torno a casa per una decina di giorni. Avevo proprio bisogno di staccarmi un po’ da quell’inferno domestico.

Non appena le vacanze finiscono faccio i bagagli, saluto parentame e amici e ritorno a Padova. È Maggio e il clima è piacevolmente caldo.
Scendo dall’aereo e mi fumo una sigaretta aspettando la corriera.
Torno alla stazione di Padova in un’oretta e mi incammino verso casa, sarei arrivato dopo qualche minuto.
Entro nell’ingresso: “Ehilà!!”
Nessuna risposta.

Bene, non c’è nessuno.

Entro in camera e inizio ad aprire la valigia: metto a posto le magliette nell’armadio, appendo i pantaloni all’asta trasversale con delle grucce (fra essi c’è anche un bel kilt), piego i maglioni invernali e li metto in valigia e passo velocemente l’aspirapolvere per la stanza.
Entro in salone per rendermi conto di quel che mi manca e che dovrei comprare dal supermercato qua vicino quando mi rendo conto che c’è caldo.
Davvero caldo.
Vado verso la finestra spostando uno stendino pieno di abbigliamento di dubbio gusto, il che indica automaticamente di chi sia, ed esco sul balcone.

Il sole è particolarmente caldo per essere a Maggio, si, ma in casa è davvero troppo” penso fra me e me.

Rientro dentro e mi incammino verso il corridoio quando il mio sguardo cade distrattamente sul termostato.

È acceso.

È Maggio, fuori ci saranno almeno 24 gradi e i termosifoni sono accesi.

Chi diamine può essere così idiota?”
Vuoi davvero una risposta?”

Daniela sarà andata al lavoro, ha fatto il bucato e invece di stenderlo fuori per paura che potesse piovere l’ha lasciato dentro e ha acceso i termosifoni.”
“…Ma se c’è un sole pazzesco!”
Il punto non è il sole o il bucato, il punto è che è MAGGIO e ha acceso i fottuti termosifoni per tutta la casa.”
Eh si, tanto poi il conto delle bollette si divide, eh?
E tu resti in silenzio eh? Che cos’hai da dire adesso a sua discolpa?
Beh… Forse si sarà sbagliata. Un errore può succedere. Magari ha spento la luce e le è scivolato il dito sul tastino, può capitare.
Si certo, il dito che scivola su un tastino mezzo metro più in alto.”

Spengo il termostato ingoiando un mucchietto di pancreas che mi è salito in bocca, mi avvicino allo stendino e apro la finestra per metterlo fuori al sole.

Come se non bastasse la maniacalità per la pulizia, l’invadenza, l’ingordigia, la presunzione, la sua puzza e sacchi pieni di assorbenti usati adesso arriva pure quest’altra storia…”

Afferro lo stendino con le mani e lo sollevo.
Poi il mio sguardo si blocca su un dettaglio.

No.”

Non può essere vero.”

Resto a fissarlo per cinque minuti interi. Non me ne capacito.

È incredibile. A. Dir. Poco. Incredibile.”

Io non ci sarei mai arrivato…”

Le mie pupille si dilatano come quelle di un’upupa sotto cocaina e mi inginocchio per osservare meglio.

Quell’essere non smetterà mai di stupirci.”

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È riuscita ad appendere la stessa maglia in tre modi diversi contemporaneamente.

Vado a fare la spesa e nel pomeriggio mi metto un po’ a suonacchiare gli Aerosmith con il basso.
Proprio sul giro iniziale di Sweet Emotion sento la porta d’ingresso aprirsi. Sono le 4 e mezza: è lei.

Meglio affrontare subito l’argomento.

“Ciao Daniela!”
“AaaanoooOoOoOoooon!! Bentornato!!”
“Grazie. Beh, senti, volevo parlarti.”
“Oh certo, dimmi tutto!”
“Appena sono tornato ho trovato i termosifoni accesi per tutta la casa, le ragazze inglesi son fuori per dieci gio-”
Prova ad interrompermi: “Si ma…”
Incalzo: “QUINDI so che sei stata tu.”
“…”
“Una sola domanda: perché?”
Inizia ad arrampicarsi sugli specchi: “Beh, sai, ecco. È che comunque il gas non costa tanto e poi non c’era nessuno in casa. Poi avevo fatto la lavatrice e ho sperimentato che si asciuga più in fretta con il termosifone piuttosto che con questo sole che va e viene.”

Oooh! Ha SPERIMENTATO! È arrivata la ricercatrice cazzo, facciamole spazio!

“Allora, punto numero uno: il gas che si deve usare per riscaldare tutta una casa non costa poco. Punto numero due: la bolletta che aumenta per un tuo capriccio aumenta le spese di tutti. Punto numero tre: Stai scherzando? Mi vuoi davvero dire che dei vestiti umidi messi sotto un sole di 24 gradi (a cui combiniamo l’azione del vento) si asciugano più lentamente che messi in una stanza chiusa che si riempie di umidità con i termosifoni accesi?”
“Beh secondo le mie prove…”
“Aspetta. Hai acceso i termosifoni pure in questi giorni?”
“…Si.”

Stringo le labbra in una linea sottile, mi porto due dita sul naso massaggiando la pelle fra le sopracciglia, chiudo gli occhi e provo a non bestemmiare.

“Ok. Va bene. Va. Bene. Inventiamo una nuova regola in questa casa.”
“E cioè?”

Avanti diglielo: “non comportarsi da idioti”. Forza.

“Niente termosifoni accesi da Maggio in poi, per il rispetto di tutti.”
“D’accordo, come dici tu. Non lo faccio più!”

Avete visto che con la gentilezza e il dialogo si risolve tutto?”

“Ah Anon, però stasera usciamo insieme?”

Dicevi?

Provo ad inventarmi una scusa non comunque troppo lontana dalla realtà: “Beh dovrei vedermi con degli amici erasmus e tu non sai nulla d’inglese…”
“Eddai non fare il legnone!”
“Si dice lAgnone…”
“Perfavoreperfavoreperfavoreperfavoreperfavoreperfavoreperfavoreperfavoreperfavoreperfavoreperfavoreperfavoreeeeeee!!!”

stfu you cunt

Sospiro e sollevo gli occhi al cielo: “Okay, okay. Va bene.”

La sera arriva più velocemente del previsto e inizio a prepararmi per uscire.
L’appuntamento è alle nove con gli altri ragazzi in Piazza dei Signori.

“Daniela sei pronta?”
“Sto per mettermi sotto la doccia, tra un’oretta ci sono!”
“C-cosa?! Sono le nove meno dieci! T’avevo detto che l’appuntamento era alle nove!”
“Beh e che sarà mai un po’ di ritardo! Suvvia! Non essere così puntuoso!!”
“Si dice puntiglioso…”
“Ecco, appunto.”

Touchè.”

“Senti, non ho intenzione di fare ritardo. Io inizio ad andare, appena arrivi in Piazza dei Signori fammi una chiamata e ti dico dove siamo.”
“Uffa! Ma non puoi aspettare?”
“Certo che posso. Non voglio.”
“Eh va bene, mamma mia oh! Ti chiamo quando arrivo lì.”

Spegni il telefono. Adesso.
Dai su, stasera andrà meglio della volta scorsa.”
SPEGNILO.”
Voglio essere speranzoso, lo lascio acceso.”

Arrivo in piazza un minuto in anticipo e trovo gli altri ragazzi già lì. Iniziamo a parlare e scherzare, raccontandoci quel che abbiamo fatto durante le vacanze di pasqua.
Le chiacchiere procedono tranquille e mi sono quasi dimenticato del goblin maleodorante che presto mi avrebbe chiamato. Gli spritz scivolano giù uno dopo l’altro e le reciproche prese per il culo rendono il tutto molto piacevole.

Sono le undici e mezza quando sento il telefono nella tasca vibrare.

Huge mistake

“Anon sono arrivata! Sono sotto l’orologio! Dove sei?”
“Ah, Daniela. Allora vai dritto attraversando la piazza e prendi la strada a sinistra verso Piazza della Frutta. Io sono lì in mezzo.”
“Non credo di aver capito.”

Erano le indicazioni più semplici del mondo…”

Le spiego la strada, che in linea d’aria sarà stata di un cento metri massimo, e dopo dieci minuti di chiacchierata snervante e inconcludente decido di andarla a prendere di persona.

Attraverso la piazza e la chiamo.

“Dove diavolo sei?”
“Mi sono persa!”
“È una piazza. Un rettangolo. Come fai ad esserti persa?”

Inizio a cercarla e la trovo in Piazza Duomo. Non chiedetemi come abbia fatto a capire che doveva andar lì.
Ci incontriamo e mi prende il braccio mentre un formicolio di puro raccrapriccio mi attraversa.

Solo una ragazza che mi piace o mia nonna possono prenderci da sotto il braccio. DI CERTO NON TU.
Levalo! LEVALO!! AAARRGHHHH!!
Dai su… Ingoia e vai avanti, che sarà mai?
AAARRGHHHH!!

Provo a non scuotermi di dosso quel prosciutto unto che mi afferra l’avambraccio e continuiamo a camminare.
“Allora dove andiamo?”
“Ora ti faccio vedere. Come mai hai fatto tutto questo ritardo?”
“No niente, dopo la doccia ho fatto una lavatrice in tutta fretta. Conta che non ho neanche cenato! Ho una fame!!”

Cominciamo bene.”

Andiamo al baretto e la accompagno dentro.

Daniela si sporge sul balcone verso il barista: “Quanto costa uno Spritz?”
“Due e cinquanta.”
“E quello all’Aperol?”
“Pure…”
“Ma quello al Campari è la stessa cosa?”
Il barista si volta perplesso chiedendomi aiuto con uno sguardo disperato.
Decido di intervenire: “Falle uno spritz all’Aperol.”
In qualche minuto il drink è pronto, il mostro lo paga e lo afferra, passandomelo: “Tieni un attimo, Anon. Ti spiace?”
Si rivolge ancora una volta al povero tizio dietro al bancone: “Senti scusa, ma posso prendere questi salatini? Avrei un po’ di fame!”
Il ragazzo le sorride: “Certo, il vassoio è lì per quello.”
Daniela non aspettava altro: afferra TUTTO IL VASSOIO pieno di tramezzini, patatine, arachidi e bruschette con entrambe le mani e lo porta fuori.
Il bar e la piazza sono stracolmi di gente e tutti nei dintorni si girano a vedere questo facocero trasportare tutto quel cibo fuori dal locale per poi sedersi su un gradino e iniziare ad ingozzarsi.
Io la seguo abbassando lo sguardo e provando a nascondermi dietro la vergogna che mi ricopre come una coperta di lana.

Provo a presentarla ai miei amici erasmus, ma è davvero difficile introdurre qualcuno che non ti guarda e che è totalmente concentrato dal rimuovere i pezzettini di grasso del salame rimasti incastrati fra i premolari.

Gli altri ragazzi erasmus mi guardano finchè un amico mi si avvicina.

*tradotto dall’inglese*
“Ma chi è questa qua? Ha passato tutta la serata a mangiare e se proviamo a dirle qualcosa e a parlare con lei non capisce a meno che tu non traduca. Assurdo che non sappia proprio nulla in inglese.”
“È la mia coinquilina.”
“Quella pazza?”
“Già.”
“Mi dispiace…”
“Anche a me.”

Per tutta la serata Daniela non fa che finire vassoi. Esatto, plurale. Perché dopo aver finito il primo si sposta in un altro bar, ordina uno spritz e ne prende un altro. Le persone che riempiono il locale rimangono sbalordite e si aprono al suo passaggio rimanendo a fissarla.
Io cammino a debita distanza dietro di lei portandole lo spritz che aveva ordinato e facendo finta di non conoscerla.
Tutta la serata è un’escalation di vergogna e imbarazzo.

Torniamo finalmente a casa pedalando in bici. Resto silenzioso per tutto il viaggio ignorando volutamente qualunque cosa mi chieda o mi dica.
Il mio sistema immunitario, progettato per difendermi da un qualunque tipo di lesione che potrebbe subire il mio corpo, agisce in questo caso tappandomi le orecchie, onde evitare un esaurimento nervoso o un collasso cardiaco.

Mi siedo su una sedia sul balcone e mi accendo una sigaretta fumandola a profonde boccate mentre ascolto The Fields of Athenry dei Dubliners. Dentro casa Daniela stende le robe sullo stendino e bussa leggermente alla finestra una volta finito.

“Io vado a dormire! Buonanotte!”
” ‘Notte.”

Spengo la sigaretta contro il bordo del posacenere e la butto via.
Rientro in salone e mi incammino verso camera sfiorando il muro con la punta delle dita. Sento che Daniela è in camera, sta trafficando con qualcosa, dopodichè sento che si chiude a chiave, come ogni notte prima di andare a letto.

Ma che razza di maniaca abbiamo in casa?

Sospiro e cammino lentamente quando, ad un certo punto, sento sulla mia mano un leggero calore. È il termosifone, l’ho sfiorato con i polpastrelli…

È caldo.

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CALDO.

Non mi dire che…”

Torno in salone e apro la porta: lo stendino è accanto al termosifone e il termostato è acceso.

TU…”
Brutta stronzetta menefreghista…”

Mentre la mia testa trema di rabbia e gli occhi vengono irrorati di veleno purpureo il mio sguardo vaga sul muro finchè non si posa sul ripiano dei detersivi.
Osservo il mio detersivo: è stranamente inclinato contro il bordo del muro, il tappo mezzo svitato.
Quando ero partito per le vacanze di Pasqua, dieci giorni prima, avevo comprato una bottiglia nuova nuova.
Mi avvicino e osservo il livello del liquido che appare in trasparenza dalla confezione di plastica. Lo afferro e lo soppeso: è meno di metà.

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TU… MALEDETTA BASTARDISSIMA STRONZA.”
Lo avevo appena comprato!”
Puoi prendere il mio sale, il mio olio, la mia pasta, i miei biscotti, il mio tè… MA TU IL MIO COCCOLINO ALLA LAVANDA NON LO USI!! IL MIO COCCOLINO ALLA LAVANDA NON LO USI!!!
Non ci ho fatto neanche un lavaggio…”
IL MIO COCCOLINO NOOOO!!!!!
Neanche uno…”
NOOOOOOOO!!!
Dai ragazzi stiamo calmi non è nulla…”
CALMI UN CAZZO!!
È tre mesi che ci prende per il culo, fa la faccia dolce e poi continua ad usare la nostra roba.”
Questa è l’ultima goccia! Adesso basta!!
Aspettate dai, andiamo a letto. Siamo solo un po’ stanchi per il viaggio. Domattina ci penseremo meglio e le parleremo, risolveremo tutto.”
Abbiamo sempre provato a parlarle. È tre mesi che parliamo e lei ci paracula come se niente fosse.”
Non ascolta. C’è poco da fare. Fa i cazzi suoi e ci vede come una piccola dispensa sempre aperta.”
Andiamo a letto, forza. Domattina vedremo le cose in modo diverso.

Entro in camera e mi metto sotto le coperte, sono ancora incazzato nero, ma Morfeo mi accoglie quasi subito fra le sue braccia accoglienti trasportandomi nel suo morbido mondo ovattato.

Anche questa giornata è terminata.

Epilogo:

Mi sveglio sulle note di Concerning Hobbits, sposto le lenzuola e vado ad alzare le tapparelle. Il cielo è limpido, luminoso e gli uccellini cinguettano felici.
Apro la porta della stanza e trovo Paula e Caryl che fanno colazione in mutandine e canottiera.
Sorrido ringraziando il buon Gesù e vado a prepararmi il tè.
Mi siedo al tavolo facendo un occhiolino a Paula: sorride e una bretellina le scivola dalla spalla.
Caryl giocherella con i capelli e mi guarda con quei suoi occhi d’ambra sollevando con lentezza un cucchiaino colmo di yogurt denso e bianchissimo. Schiude ora leggermente la bocca e lo avvolge fra le labbra tirandolo via con la mano.

Le mie guance sono calde e sento un formicolio elettrico attraversarmi la schiena.

Paula sorseggia il suo latte continuando a fissarmi mentre una goccia si stacca dalla tazza colandole sul collo e scendendo piano con un tremolante percorso eburneo e lucido sul solco tra i seni.
Sposto il mio sguardo su Caryl che inizia ora a raccogliere un po’ di quella delicata crema bianca dalle labbra rosa e leggermente umide usando la punta della lingua con un movimento morbido e sinuoso.

Gli uccellini sul balcone fissano la scena e cantano la loro approvazione.

Caryl si mordicchia un labbro avvicinandosi a me, Paula mi afferra la mano e mi porta l’indice sulla goccia fra i seni, raccogliendola. Con delicatezza lo porta alle labbra, asciugandolo con un bacio, senza staccare i suoi chiari occhi verdi dai miei.

Il sole è luminoso e riscalda la casa creando un’atmosfera umida e dai contorni piacevolmente sfumati.

Sento il respiro dolce e caldo di Caryl sul collo e le labbra di Paula attorno al mio dito, lo succhiano piano percorrendolo avanti e indietro iniziando ora a massaggiarlo delicatamente con la punta della lingua.

Porto leggermente la testa indietro godendomi il momento e assaporando il loro profumo mentre sento il mio corpo arroventarsi.

Ad un certo punto sento la porta di Daniela aprirsi e i suoi passi avvicinarsi furiosi.
Il cielo inizia ad incupirsi, nuvole nere e viola oscurano il sole e una leggera nebbia cala nella stanza.
La mia disgrazia entra in cucina e si mette a gridare: “HAI LAVATO IL PAVIMENTO?”
Provo a rispondere, ma non mi lascia il tempo.
“I-io…”
“L’HAI LAVATO?!? DEVI LAVARE IL PAVIMENTO, LA CUCINA, I BALCONI, LE RINGHIERE, I VETRI!!”
Gli uccellini fuori dalla finestra distendono le ali, mentre membrane scure e venose sostituiscono il delicato piumaggio color panna prima presente, il piccolo becco appuntito si modifica in due paia di zanne accavallate, che distorcono il loro musino in un volto demoniaco e grottesco. Li vedo trasformarsi mentre iniziano a sbattere e ringhiare contro il vetro lasciando piccole macchie di bava rossa colante.
Il cielo diventa più basso e scuro, premendo minaccioso su di me.
Guardo disperato Paula e Caryl, i loro volti hanno iniziato a sogghignare, mentre le loro labbra si allungano deformando la faccia e mostrando due file di denti bianchi e seghettati. La loro pelle inizia ad imbrunirsi e i capelli si tingono di nero. Il loro fisico elegante e delizioso inizia ad ingrossarsi, le canottiere si trasformano in vecchi pullover di lana viola, le mutandine si allungano e iniziano a ricoprire le gambe, diventate ora grasse e pelose, avvolgendole in pantaloni da tuta di cotone, le mani si allargano, le unghie crescono velocemente formando grigi artigli scheggiati sui bordi e la loro voce inizia a cambiare.
Scivolo di scatto via dalla sedia spaventato e striscio verso un angolo mentre la trasformazione di Paula e Caryl si ultima: sono anche loro Daniela.
Tutte e tre mi spingono contro il muro con la loro terrificante presenza.
Provo a parlare, a dire qualcosa. Dalla mia bocca esce solo fiato.
Non riesco a parlare.
Non posso.
Mi porto le mani alla gola, impotente, mentre un nodo mi stringe la trachea strozzandomi senza scampo.
Continuano a gridarmi addosso tutte e tre mentre il soffitto si alza sulle nostre teste:
“FAI LA CUCINA!!!”
“LAVA I PIATTI!!!”
“SPOLVERA IL SALONE!!!”
“DAMMI IL TUO VINO!!!”
“LAVA IL BAGNO!!!”
“BUTTA I MIEI ASSORBENTI!!!”
“FAMMI DA MANGIARE!!!”
“PASSA L’ASPIRAPOLVERE!!!”
“VA A BUTTARE LA PLASTICA!!!”
“DAMMI IL GELATO!!!”
“LECCAMELA!!!”

“AAAAAAAAAHHHRGG!! NOOOOOOOOOO!!!!”
Mi sveglio di soprassalto gridando, sono sudato e sto ansimando. Fisso il muro bianco davanti a me facendo respri profondi e veloci, ho gli occhi sbarrati e mi tremano le gambe. Guardo l’orologio, sono le 4 e 26 di mattina. Sento il cuore che batte all’impazzata premendo come un martello pneumatico contro lo sterno.

N-n-non possiamo andare avanti così.
Da domani reagisco.”
Ma forse potrem-”
Tu stai zitto.
N-n-non possiamo andare avanti così.”
La gentilezza è l’arma migli-”
HO DETTO CHE DEVI STAR ZITTO.”
N-n-non possiamo davvero andare avanti cosìRischiamo un esaurimento nervoso.”
C-che possiamo fare?
Tutto quello che non abbiamo fatto fino ad adesso direi, sarebbe già un passo avanti.”
E va bene, ho deciso. Emisfero sinistro?”
Mi dica.”
Hai via libera.”
EDDAJE!!”
Emisfero destro?”
S-si?
Fino a contrordine sei in quarantena per qualunque faccenda riguardi la vita domestica.”
Maddai!”
Non ti sento, sorry.”
Tutto questo è a dir poco ridicolo. Non puoi eliminarmi! Io sono te, imbecille!
Se non altro sei in secondo piano.”
AH! Finalmente… E adesso, cara Daniela, sei mia.”

you done fucked up now

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Ringrazio Giulia Negrinelli per l’immagine di copertina di questo episodio. Ricordo a tutti i fan padovani che possono mandarci i loro scatti. Una giuria popolare e imparziale (io) li sceglierà per farle diventare future copertine.

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[Articolo originariamente postato su Cheesusfried.com QUA]

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Rorschach

Rorschach

Studente di ingegneria, lettore di fumetti, bassista occasionale, amministratore e scrittore sconclusionato.
Non credo nelle descrizioni da blogger e quello che leggo su internet, non dovreste farlo neanche voi. Forse. Chissà. Meh. Fanculo.